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Atomic Energy Lab giocatottolo venduto negli USA nel 1960
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La benedizione “ai furbi e agli orbi”

 

Le classi dirigenti non perdono occasione per far soldi. Tutto può essere utilizzato: la crisi economica, i terremoti, le oscillazioni del prezzo del petrolio…

A Roma, nei secoli scorsi, quando il papa impartiva la benedizione “urbi et orbi” (alla città e al mondo), il popolo romano, che aveva scarsa dimestichezza con il latino, diceva che stava benedicendo “i furbi e gli orbi” (gli imbroglioni e quelli che non erano in grado di vedere l’imbroglio).

I governanti dei paesi più potenti non sono da meno: anche loro stanno benedicendo i furbi, che si sono arricchiti grazie alla finanza creativa, e gli orbi, cui sono stati rifilati i titoli tossici: del resto,“ora c’è la crisi, e dobbiamo affrontarla tutti uniti”…

Nei più diversi ambienti  si sente ripetere, da persone che credono di essere originali, che l’ideogramma cinese che significa “crisi” è composto da due segni: quello che indica “pericolo” e quello che indica “opportunità”. Non sappiamo se la cosa sia vera e, in fondo, non ha per noi molta importanza, ciò che è certo è che le nostre classi dirigenti hanno preso in parola tale pittoresca affermazione.

Le popolazioni delle aree interessate dalla costruzione di grandi opere sono scettiche? Diamine! C’è la crisi: bisogna avviarle senza indugio per creare occupazione! E dove ci sono grandi opere, naturalmente, ci sono anche grandi margini di guadagno.

Peccato che, di occupazione, le grandi opere ne creino ben poca (e di debito pubblico, tanto).

In Abruzzo, all’inizio di aprile, un disastroso terremoto ha ucciso trecento  persone. Un sismologo locale aveva avvertito del pericolo e, per tutta risposta, gli era arrivata una denuncia dal capo della protezione civile (una persona che non brilla per simpatia).

Non staremo qui a prendere la parte del sismologo denunciato. Sappiamo bene che i terremoti non sono prevedibili o, quantomeno, che non è prevedibile ciò che occorrerebbe sapere: l’ora e il luogo nei quali si verificheranno. Quello che ci interessa è far notare  che, mentre ancora si scavava tra le macerie, numerosi geologi, molti dei quali avrebbero volentieri  testimoniato contro quell’“imbecille” (così era stato definito il sismologo), si sono affrettati a chiedere soldi allo stato per approfondire le ricerche da lui avviate.

Ci si può immaginare che cosa accadrà con l’edilizia,  quando partirà la ricostruzione…

Anche il fortissimo rialzo del prezzo del petrolio verificatosi l’estate scorsa, una vera disgrazia per un’economia che dipende all’85% dall’energia prodotta dai combustibili fossili, aveva subito solleticato gli appetiti dei potenti: si era infatti già cominciato a parlare, in barba ai risultati del referendum tenuto vent’anni fa, di costruire centrali nucleari in Italia.

Poco importa che l’energia nucleare sia piuttosto costosa, poco importa che non sia ancora stato risolto in modo soddisfacente il problema delle scorie, l’importante sono i grandi appalti, dove poter trovare grandi margini (e, spesso, grandi tangenti).

Ora, il rallentamento della produzione che ha fatto seguito alla crisi dei mutui subprime ha avuto come conseguenza il crollo della domanda e del prezzo del petrolio (ma non di quello dei prodotti, ovviamente).

Tuttavia, dato che il prezzo del petrolio rimane assai più alto rispetto a dieci anni fa e che, a causa della sua  esauribilità, riprenderà probabilmente ad aumentare, industriali e governanti torneranno presto alla carica. A noi il compito di dimostrare che non c’è alternativa al risparmio energetico. Risparmio essenziale per non sprecare materie prime che saranno necessarie a un mondo ancor  più popolato di adesso, per non ridurre il pianeta a una fogna, per non dipendere da regimi autoritari (quelli che possiedono  materie prime o quelli che le prelevano con la forza), per non dover realizzare grandi opere che alimentano le classi dirigenti ivi comprese le cupole della criminalità organizzata.

E quando parliamo di risparmio energetico non ci riferiamo  a quello che ciascuno può mettere in atto nella vita di ogni giorno (che pure è importante), ci riferiamo a quello che si potrebbe ottenere producendo meno oggetti inutili o progettati per rompersi, valorizzando le produzioni locali, disincentivando il trasporto privato, limitando i consumi destinati a pubblicità  e confezionamento.

(redazionale)

 

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Sicurezza sul lavoro e lotta di classe

A volte è colpa di un volantino. Altre volte di una manifestazione. Spesso di una denuncia sulle falle di sicurezza, soprattutto dove queste falle devono rimanere nascoste.

Il licenziamento, o almeno la sua minaccia, è uno strumento subdolo che talvolta le dirigenze aziendali utilizzano per far tacere le voci di chi osa denunciare situazioni di insicurezza sul luogo di lavoro.

Tanti i casi italiani negli ultimi anni. Il più noto è forse quello del macchinista Dante De Angelis, Rls di Trenitalia, licenziato nell’agosto scorso per aver segnalato la carenza di manutenzione degli Eurostar. È anche per dimostrare il proprio sostegno a coloro che con coraggio denunciano le condizioni pericolose in cui versano le aziende, che la Rete Nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro ha manifestato sabato 18 aprile a Taranto, la città dell’Ilva, la fabbrica italiana dove maggiore è il numero di morti sul lavoro.

Tra le vie di Taranto c’era ad esempio Salvatore Palumbo, ex delegato sindacale ed operaio alla Fincantieri di Palermo.  Da quasi due anni sta portando avanti una battaglia legale per il reintegro, dopo esser stato licenziato perché, sostiene l’azienda, colto a pescare nel bacino in orario di lavoro, ma già da tempo preso di mira per le sue numerose segnalazioni. Palumbo ha già affrontato quattro tentativi di ricorso ex articolo 700 per ottenere la riassunzione in fabbrica, senza successo, e ora è impegnato in una causa civile. Una prima udienza nel gennaio scorso, quindi la seconda il 5 febbraio: “In quell’occasione mi hanno proposto una transazione di 40mila euro, che sarebbe potuta anche salire, ma io ho rifiutato – spiega –. Tra l’altro pochi giorni prima alcuni lavoratori della Fincantieri mi hanno segnalato che un operaio aveva subito un incidente. Io ho parlato di quell’episodio in un volantino, che il giorno dell’udienza l’avvocato dell’azienda ha portato davanti al giudice, dicendo: ‘Signor Palumbo, è così che vuole risolvere i suoi problemi?’. Io continuo semplicemente a fare il mio lavoro. Non si immagina quanti infortuni o piccoli incidenti vengano tenuti nascosti”. L’udienza è stata rinviata al 4 giugno, quando probabilmente l’avvocato di Palumbo, Nadia Spallitta, porterà davanti al giudice nuovi testimoni. La vicenda di Palumbo e della sua famiglia (moglie e tre figli) è una di quelle storie capaci di annientare una persona, oppure di risvegliare nella coscienza l’istinto per andare avanti. “Quello che non ho mai voluto perdere – conclude l’operaio – è la mia dignità di lavoratore. Per questo continuerò la mia battaglia. Non chiedo nient’altro che tornare ad avere il mio posto di lavoro”.

Difficile, ma non impossibile. Almeno così è stato per Donato Auria, operaio alla Fiat Sata di Melfi, licenziato nell’ottobre 2007 assieme a tre colleghi, Francesco Ferrentino, Michele Passannante e Vincenzo Miranda, accusati di essere dei “sovversivi”. “Dovevo fare il secondo turno ed ero ancora a letto – spiega Auria nel blog che ha creato per condurre la battaglia per il reintegro – alle 6 del mattino qualcuno bussa alla porta, è la Digos, c’è un mandato di perquisizione”. Controllano, frugano, leggono, guardano dappertutto, ma non trovano nulla, forse anche loro capiscono con chi hanno a che fare. “Un attivista sindacale che ha fatto tante denunce, con tre figli e moglie a carico, che sta in una casa di 60 metri quadrati, dove non c’è spazio neanche per i letti singoli. Qualche figlio si deve arrangiare con il letto a castello”. Passa poco tempo e arriva la lettera di sospensione dalla Fiat. Poi la notifica della Dda di Potenza in cui risulta che Auria è indagato per associazione sovversiva a fini terroristici. Licenziato. L’operaio però non si arrende e, dopo una lunga battaglia, a gennaio di quest’anno ottiene il reintegro.

Niente da fare invece per i colleghi per cui, come ad Auria, è stata decisa l’archiviazione nell’indagine su eversione e terrorismo. A loro si aggiunge anche Tonino Innocenti, licenziato dalla Fiat Sata addirittura nel 2003. Il provvedimento nei confronti di Francesco Ferrentino, Rsu della FlmUniti-Cub, viene dichiarato illegittimo, ma il 19 dicembre scatta a suo danno un nuovo licenziamento per via di un volantino che, secondo l’azienda, contiene dichiarazioni diffamatorie nei confronti di un capo. Michele Passannante, dopo aver perso il ricorso ex articolo 700, è in attesa della causa di merito. Vincenzo Miranda, invece, quel ricorso lo vince, ma l’azienda terziarizzata Fiat di cui è dipendente lo trasferisce in Toscana.

A questi si aggiungono anche i licenziamenti di  operai che,

come Giovanni Chiarello ed Eugenio Scognamiglio dipendenti Maserati, si battono ogni giorno per la difesa del posto di lavoro. Nel loro caso l’impegno era stato a favore del rinnovo contrattuale di 112 interinali dell’azienda modenese. E poi la storia di Giolivo Zanotti, operaio delle Fonderie Officine Pilenga, di Comun Nuovo (Bergamo), che lo scorso anno ha subito una sospensione di tre giorni per aver denunciato le condizioni di insicurezza nella fonderia dove lavorano 250 operai.

“Per fortuna – spiega Ernesto Palatrasio, dello Slai Cobas di Taranto, uno degli organizzatori della manifestazione del 18 aprile – i licenziamenti rimangono circoscritti. Quello che pesa veramente è la minaccia di lasciare la gente senza lavoro, un’arma per far sì che in fabbrica si taccia. A questa si aggiungono forme di persecuzione silenziosa, ostruzionismo sul luogo di lavoro, situazioni di cui spesso non si viene a sapere nulla. Il vero problema è la poca forza che la figura del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza ha all’interno delle fabbriche. All’Ilva di Taranto, ad esempio, dove lavorano 13 mila persone, gli Rls sono appena 6”.

E allora bisogna almeno tirare un sospiro di sollievo per aver scampato a febbraio gli emendamenti proposti dalla Lega al Testo Unico varato dall’ultimo governo Prodi. Misure che se approvate avrebbero privato i lavoratori di aziende con meno di 15 dipendenti della possibilità di eleggere un Rappresentate dei Lavoratori per la Sicurezza, ma anche di essere rappresentati da Rls territoriali. Dopo una prima accettazione, gli emendamenti sono stati respinti. Ancora per un po’ si può provare a sperare.

 

Ilaria Leccardi

 
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