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in Cenerentola>archivio>numero112>teatro di Enrico Vaime e Massimo Bagliani, con Massimo Bagliani, regia di Enrico Vaime Il custode di un teatro destinato a “implodere” per far posto a un centro commerciale, amante del teatro, drammaturgo e attore fallito, fantasista (come poi realmente - solo per quest’ultimo aspetto, ovviamente - lo stesso Massimo Bagliani) rimane prigioniero alla vigilia di Ferragosto, per una questione di chiavi, con il pericolo di venir fatto implodere il giorno dopo insieme a tutto il teatro. Invoca l’aiuto d’altri ma... nel frattempo, suona al piano e canta canzoni come “Piove” di Modugno e altre del repertorio novecentesco italiano; ma anche “A la bicyclette”, portata al successo da Yves Montand, “The Great World”, di cui ci ricorda essere null’altro che la trasposizione di “La belle vie” di Sacha Distel, chansonnier e play-boy forse troppo dimenticato (come chansonnier, certo). One-man-show (diremo meglio monologo, perché Bagliani critica duramente ogni anglicismo), satira antiberlusconiana, con accenni vari - persino i “marziani” che salverebbero il protagonista sembrano Berlusconi, Brunetta e altri membri del governo -, ma anche vera e propria pièce godibile, fecondamente altalenante tra humor e suspense (la porta s’aprirà o meno?), per come la regia di Vaime, vecchia volpe del varietà e del teatro comico italiano, come le capacità interpretative di Bagliani gestiscono lo spazio scenico, con entrate e uscite calibratissime. Altre cose sono francamente un po’ convenzionali (il direttore artistico che non capisce nulla di teatro, il capo dell’opposizione che replica o quasi il potere del governo), ma in complesso il tutto regge, anche per merito della grande esperienza di Vaime, “qualunquista di sinistra” che però sa far ridere, specie quando lavora in coppia. Il commediografo e umorista perugino, ormai romanizzato da molto tempo, sa fare le cose con competenza, ma molti temi (anche quelli relativi all’esperienza di vita) sono rielaborazioni critiche del vissuto di Bagliani. Un’altra chicca da citare, oltre alle canzoni in (volutamente) pessimo inglese, ma in ottimo italiano e in buon francese: la netta preferenza per l’inferno, rispetto al paradiso (troppo noioso), dove infatti stanno personaggi come Hemingway, Marilyn Monroe, Garibaldi. Da apprezzare, da frequentare, certo anche da criticare, ma nell’accezione letterale del termine. Ciò anche per l’uso minimalista degli oggetti di scena. Spettacolo degnissimo, è una bella metafora di vita e teatro, non necessariamente identificati. Eugen Galasso
Azione scenica su frammenti di memoria. Libero
adattamento e regia di Sergio Ciulli, con G. Allaria,
B.
Bardi, M. Currò, M. Giovannini, D.
Iaccino, E.
Isu, D. Oculisti, R. Orlandini, S. Pannacci, L.
Parissi, M. Petracchi, S. Piomboni, Questo spettacolo è straordinario. Nato come ulteriore input per rinnovellare la memoria dei lager e della giornata che la ricorda (27 gennaio), si apre con gli spettatori “imprigionati” nel “vestibolo” (non a caso...), costretti manu militari, e comunque con la violenza verbale dell’urlo, a passare nel luogo scenico; dipanandosi poi come testimonianza straordinaria di una memoria orribile, riportata appaiata ai versi di Dante recitati non in modo “benignesco” - sarebbe stato assolutamente fuori luogo – ma “autentico”; dove la forza ossessiva del Requiem verdiano si accompagna alle proiezioni delle disposizioni carcerarie naziste, ma anche dei Lager stessi. Attrici e attori straordinari, memori della lezione del regista-drammaturgo Ciulli, ma in genere della migliore lezione del teatro di ricerca fiorentino, a partire soprattutto dalla compianta Barbara Nativi, coordinamento scenico più che efficace, contaminazione formidabile di stili e modi d’espressione: tutti motivi per riproposizioni continue, appunto, di questo spettacolo. Preminenza al testo, anche quello delle parole dei detenuti, che raccontano delle violenze subite, orribili (e tutte documentate), delle parole degli aguzzini, che si giustificano, dando conto delle cure date alle vittime (quasi nulla, ovviamente), del cibo propinato. Il tutto con una seconda parte che vede un processo immaginario - potrebbe essere quello di Norimberga, ma non importa tanto - entro cui la dinamica, lungi dall’implodere, s’amplifica nell’orrore. Spettacolo che, come si evince da quanto scritto, parte dalla realtà dei lager, ovviamente estendibile a ogni lager, dai gulag sovietici, alle realtà concentrazionarie cinesi, nord-vietnamite, polpottiane, altre. Ma il nazismo, stolido e comunque privo di ogni riferimento ideologico anche perversamente egualitario e libertario, di queste realtà rimane la quintessenza. Né si trova in “Campo Inferno” apologetica filo-ebraica. Da proporre dovunque, ad ogni modo e in ogni condizione (certo, spazi scenici permettendo).
Eugen
Galasso
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