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 Tremonti, la crisi e il pendolo

In Italia, a capodanno, i disoccupati potrebbero essere un milione in più rispetto al 2008.  Berlusconi si dichiara ottimista, il suo ministro un po' meno

«Appena un anno fa il centro del libero mercato era negli Usa, - scrive Tremonti, sul “Corriere della sera” del 17 marzo - il centro del libero mercato degli Usa era nella borsa di Wall Street, il centro di Wall Street era fatto da titoli bancari e finanziari.

Oggi questo centro, il centro del centro del centro, non è più a Wall Street ma a Washington. Non è più nelle mani del mercato, è nelle mani dello Stato.

Dall’inizio della crisi ad oggi, la mano dello Stato si è infatti mossa in salvataggio di più di 400 banche e finanziarie Usa. Fatti due conti, viene fuori una media di 5 interventi alla settimana, 1 ogni giorno lavorativo. (…). E non è molto diverso neppure in Europa, dove le banche salvate con denaro pubblico sono finora state 33».

Ci sembra un’analisi piuttosto affrettata: il “libero mercato”, a livello degli scambi internazionali, non è mai esistito, almeno nel corso degli ultimi secoli, durante i quali i prezzi li ha determinati chi aveva dalla sua parte la forza militare. Quanto all’intervento dello stato in economia, non è cosa iniziata qualche mese fa.

«Il mercato – prosegue, più avanti, il ministro - ha fallito per eccesso, lo Stato per difetto. Perché questo doppio fallimento?

Perché, con la globalizzazione, mentre cresceva la forza del mercato, configurato come il fondamento di una nuova religione terrestre, decresceva simmetricamente la forza dello Stato. Via via che con la globalizzazione cresceva la forza dell’economia, lo Stato rinunciava ad esercitare una delle sue funzioni sovrane: rinunciava al monopolio nel battere la moneta. Nell’età della globalizzazione anche le banche private potevano infatti battere, e perciò battevano la loro moneta. Una moneta addizionale che prendeva forma nei più incredibili strumenti finanziari. Una moneta fondata sul debito e perciò stampata sul nulla. È così che la moneta cattiva ha via via sovrastato la moneta buona. Ed è proprio nella implosione di questa nuova e privata massa monetaria la causa della crisi che vediamo e viviamo».

Che gli Usa pagassero le merci con moneta «stampata sul nulla» (o per meglio dire, sulla loro capacità di imporla) noi della redazione di Cenerentola lo sostenevamo da un pezzo, e siamo lieti che se ne sia accorto anche Tremonti, ma il gioco non lo hanno certo iniziato le banche private. E’  da quarant’anni, da quando cioè il governo statunitense dichiarò la non convertibilità del dollaro in oro, che la moneta statunitense è «stampata sul nulla» (cioè sulla capacità di imporla).

E se oggi l’economia occidentale è entrata in crisi, trascinando con sè buona parte delle società industrializzate, è anche perchè il governo degli USA non riesce più a dominare il mondo così facilmente come ha fatto fino a pochi anni fa.

O è un caso che il bubbone sia scoppiato proprio in coincidenza con le disavventure irachene ed afghane?

Al di là delle analisi storiche, però, ci interessa il futuro. Che cosa intende fare ora il ministro?

«Per cominciare lo Stato in cui ancora viviamo, lo Stato in cui ci riconosciamo – afferma - è un tipo particolare di Stato. Un tipo di Stato che, non per caso, si chiama Stato di diritto.

In questo tipo di Stato il mercato non può esistere fuori dal diritto o fabbricarsi un diritto alternativo e suo proprio. (…) In questi termini costituzionali e fondamentali, l’alternativa non è dunque tra Stato e mercato, come se Stato e mercato fossero e/o potessero essere due variabili tra di loro indipendenti. L’alternativa è piuttosto, all’interno dello Stato, tra mercato e sociale. (…). Il fatto disastroso è che nell’ultimo decennio il pendolo, certo più altrove che in Italia, non ha oscillato all’interno del quadrante, ma è uscito dal quadrante del diritto.

Quello che può e deve ora essere fatto è perciò riportare il pendolo dentro il quadrante, non essendoci alternativa allo Stato di diritto.

Fatto questo, quale è la parte giusta del pendolo: è il mercato o è il sociale?(…)

Nel durante della crisi e nel dopo della crisi è, a mio personale parere, più probabile che la parte giusta sia quella del sociale.

Può essere che un po’ dopo il pendolo prenda di nuovo a muoversi dall’altra parte. Niente di male, basta che sia un pendolo che resta dentro il quadrante del diritto».

Davvero curiosa questa teoria del pendolo. Da dove salta fuori?

L’impressione è che Tremonti abbia capito che centinaia di migliaia di disoccupati in più saranno difficili da gestire, e voglia suggerire alle classi dominanti di correre ai ripari offrendo qualcosa ai più bisognosi. Un ottimo proposito.

Per convincerle meglio, lascia intendere che, passato il pericolo, il pendolo potrà oscillare nuovamente dalla parte dei loro portafogli.

L’importante, in fondo, è che tutto rimanga all’interno del quadrante dello stato, ossia di quello che, in prima approssimazione, resta lo strumento di cui le classi dominanti si servono per opprimere le classi subalterne.

Riuscirà Tremonti nel suo intento?

Ci sembra improbabile. Innanzitutto, detto per inciso, abbiamo l’impressione che questa crisi non finirà tanto presto (soprattutto con riferimento all’Europa: gli Stati Uniti hanno, alla fin fine, migliori carte da mettere sul tavolo); ma, soprattutto, ci sembra che le classi dominanti non abbiano alcuna intenzione di rinunciare allo sfrenato lusso nel quale hanno vissuto durante gli ultimi anni. E, come è noto,  nessuno è più sordo di chi non vuol sentire.

Nostro compito, come donne e uomini della sinistra libertaria, è quello di dare vita a forme di organizzazione del lavoro, dello studio e della solidarietà che consentano alle classi subalterne di sopravvivere sperimentando direttamente l’autogestione e, soprattutto, di spingere, attraverso la lotta, nella direzione di una effettiva e radicale redistribuzione della ricchezza e del potere, redistribuzione che, data la gravità della crisi, dovrà  probabilmente essere accompagnata anche da un altrettanto radicale mutamento del modello di sviluppo che ci liberi, quantomeno, dalla dipendenza energetica.

Un’indicazione in tal senso è contenuta nella piattaforma (riportata a pag.19) sulla quale è stato convocato, da Confederazione Unitaria di Base, SdL e Confederazione Cobas, lo sciopero generale del prossimo 23 aprile. Sciopero al quale ha aderito anche l’Unione Sindacale Italiana, sia pure presentando una piattaforma più “tradizionale”. (SI SEGNALA CHE LO SCIOPERO E' STATO POI RIMANDATO A CAUSA DEL TERREMOTO IN ABRUZZO)

Entrambe le proclamazioni mettono al centro dell’attenzione la necessità di assumere a tempo indeterminato i lavoratori precari e di garantire comunque a tutti reddito e servizi adeguati; quella effettuata da Cub, Sdl e Confederazione Cobas, inoltre, rivendica “nuova occupazione mediante un Piano straordinario per lo sviluppo di energie rinnovabili ed ecocompatibili, promuovendo il risparmio energetico e il riassetto idrogeologico del territorio, rifiutando il nucleare e diminuendo le emissioni di CO2”.

La situazione economica dell’Europa è grave: se si risolverà in tempi ragionevoli, come spera Tremonti, gli sarà sufficiente convincere le classi dominanti a fare un po’ di elemosina a chi, per un certo periodo, rimarrà senza reddito (ammesso che riesca a convincerle); se la crisi si approfondirà , solo un mutamento radicale dei rapporti sociali e del modello di sviluppo potrà consentire alle popolazioni europee condizioni di vita accettabili.

In alternativa, sempre nel caso la crisi si approfondisca ulteriormente, vediamo all’orizzonte soltanto il rafforzamento di una destra xenofoba, decisa a riaffermare con ogni mezzo il predominio dell’Occidente: ricchi e poveri uniti nel rivendicare il diritto di vivere (chi bene e chi meno) pagando merci e servizi con una moneta fondata, in buona sostanza, sulla capacità di imporla militarmente. Una prospettiva pessima, eticamente disgustosa, oltreché difficile da gestire da parte di popolazioni composte da persone sempre meno inclini a mettere in gioco la propria pelle.

(redazionale)

 

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 A proposito della "riforma" del pubblico impiego

Pochi giorni fa ci è stato inviato in redazione «molto gentilmente, con preghiera di considerazione e valutazione politica» un documento dall’accattivante titolo «Piena libertà in pochi anni!», firmato da Danilo D’Antonio del Laboratorio Eudemonia.

Non che la cosa, in sè, rappresenti una notizia (confessiamo che, fino a quel momento, non sapevamo neppure dell’esistenza del Laboratorio). Tuttavia ci è sembrato opportuno commentarlo, e non soltanto per gentilezza, ma perchè in esso vengono esposte (in maniera assai più nobile di quanto i nostri governanti siano soliti fare)  idee che,  spesso, vengono sostenute  anche da alcuni di loro.

Scrive infatti l’autore: «Nel pubblico interesse, vedendo quanto le libertà fondamentali di noi cittadini, semplici esseri umani, vengono vieppiù ogni giorno poste sotto attacco da uno Stato irragionevolmente sempre più oppressivo, cortesemente, mi si permetta di esporre la seguente visione liberatrice:

1) L’ordinamento che assegna a vita i ruoli della Pubblica Amministrazione è palesemente antidemocratico e non rispondente agli ideali di una repubblica. Tutti gli incarichi dello Stato, compresa la Presidenza della Repubblica, devono essere rimessi al popolo dopo un certo numero di anni. Al contrario un pubblico dipendente può rimanere al “suo” posto, di fatto accaparrandoselo, per tutta la sua vita lavorativa. A volte perfino trasferendoci poi i propri figli! Nei fatti i nostri Paesi non sono Repubbliche compiute. Sono invece per gran parte ancora Cosa Loro, una proprietà dei pubblici dipendenti a vita. E questi sistemi oligarchici non possono non avere negative, pesanti ripercussioni anche sui rispettivi mondi della politica, sui governi, sulle attività economiche private ed infine sulla qualità della vita e le libertà fondamentali dei cittadini.

2) E’ proprio questa anomalia democratica, questo retaggio d’epoca antecedente l’ordine repubblicano, questo rimasuglio oligarchico dell’assegnazione a vita di un bene comune, della proprietarizzazione di una pubblica risorsa, a creare la quasi totalità dei problemi d’oggi ed a rendere odiose le organizzazioni centrali delle nostre società. Piuttosto che una Pubblica Amministrazione a vita, dovremmo avere i suoi ruoli, poteri e redditi distribuiti tra tutti i cittadini desiderosi ed abili a svolgerli. In questo modo le nostre PA sarebbero completamente reinterpretate nei metodi e negli scopi, con ben altre influenze e con ben altre visioni di quelle presenti. I nostri Paesi, con simili PA, avrebbero una politica, dei governi ed economie private perfettamente corrispondenti alle reali necessità. Ed i cittadini sarebbero finalmente liberati da ogni indebita oppressione statale!

3) Tengo a notare che una simile PA non avrebbe problema alcuno relativamente a giuste esigenze di efficienza, professionalità e competizione dei suoi prodotti e servizi. Infatti il progetto completo prevede che i lavoratori si spostino essenzialmente in due modi: essi potrebbero muoversi in uno stesso ambito di competenza come pure in un diverso ambito. Muovendosi le persone all’interno di una stessa branca specialistica, verrebbe permesso l’apporto di un più nutrito ruolo di contributori e si preverrebbe la corruzione. Muovendosi esse in ambiti diversi, si otterrebbe la condivisione dei saperi ed un avanzamento diffuso, capace di farci moltiplicare i frutti derivanti dalle nostre specializzazioni. Entrambi i movimenti favoriscono l’apertura mentale e la capacità di comunicare, nonché il sorgere di un forte sentimento d’interesse collettivo.

Se davvero aneliamo un nuovo mondo in cui la parola libertà non sia un mero ideale, se davvero vogliamo raggiungerlo, sarà bene passare dal presente problema globalmente diffuso (le oppressive PA antidemocratiche) alla giusta soluzione: una Pubblica Amministrazione, quindi la parte più consistente dello Stato, liberata da chi vi si è indebitamente insediato a vita. Una volta divenuti consapevoli di ciò, ci renderemo immediatamente conto che possiamo vedere realizzati i nostri migliori sogni di libertà e serenità nel breve volgere di pochi anni».

Una prima considerazione da fare è che “la quasi totalità dei problemi di oggi”, checchè ne pensi l’autore, non deriva dalla coesistenza di pubblici dipendenti accanto ai lavoratori autonomi,  bensì dalla coesistenza di persone che hanno denaro e potere accanto a persone che non ne hanno o, quantomeno, ne hanno  assai poco. Ma non è questo, evidentemente, il nocciolo della questione.

Il problema al centro dell’attenzione è piuttosto quello della garanzia della conservazione del posto di lavoro per i pubblici dipendenti, garanzia che, peraltro, oggi in Italia non esiste (il dipendente può essere licenziato per numerosi motivi, anche solo per scarso rendimento).

Ci si domanda: il diritto alla conservazione del posto di lavoro è da considerare una cosa positiva o negativa?

L’autore la vede come una cosa negativa, in quanto la ritiene una specie di privilegio.

Personalmente, invece, avendo a lungo sperimentato le “piacevolezze” della vita del precario, ritengo che il diritto a un lavoro retribuito decentemente sia una cosa molto positiva.

E non solo per il lavoratore, ma anche per la comunità.

Infatti, solo un dipendente pubblico che ha la garanzia del posto di lavoro può opporsi efficacemente ai furti e agli abusi di potere dei superiori o dei politici che, anche quando sono stati eletti in modo democratico, tendono, quasi naturalmente, ad “allagarsi”, facendo cose che vanno ben al di là del proprio mandato.

Non metto in dubbio la buonafede dell’autore della proposta sopra riportata, ma ciò che i nostri governanti (eletti, sì, democraticamente, ma grazie al controllo pressoché totale dei mezzi di informazione) vogliono è proprio questo: poter disporre di una pubblica amministrazione composta da persone che eseguono, senza batter ciglio, tutto ciò che viene loro chiesto, sotto il ricatto del licenziamento. E non ritengo saggio aiutarli a ottenerlo.

Le vere riforme delle quali avrebbe bisogno il pubblico impiego sono altre: innanzitutto ai posti di lavoro che richiedono competenze tecniche si dovrebbe accedere attraverso pubbliche graduatorie per titoli (essendo i concorsi per esami troppo facilmente “pilotabili”); in secondo luogo, i dirigenti (o, meglio ancora, i coordinatori) dovrebbero essere eletti (meglio se a rotazione) dai loro colleghi, i soli che ne possano apprezzare le reali capacità.

Ciò non porterebbe certo a «vedere realizzati i nostri migliori sogni di libertà e serenità nel breve volgere di pochi anni», ma ridurrebbe in modo significativo i favoritismi nell’accesso al pubblico impiego, contro i quali giustamente si scaglia l’autore, e consentirebbe di avere persone competenti (anche se, forse, non “le più competenti”) nei posti giusti. Il che, se lo scopo è quello di erogare servizi in modo efficiente, non guasterebbe

Luciano Nicolini

 

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Torino: femministe e antirazziste

«Non tutte hanno apprezzato il “decreto antistupro” emanato dal governo a fine febbraio al culmine di una pressante campagna stampa, centrata su alcuni gravi fatti selezionati ad arte tra quelli di cui erano sospettati uomini stranieri.

Il corteo indetto dalla Casa della Donna il 7 marzo ha avuto il suo centro nel rifiuto di norme chiaramente razziste, delle logiche securitarie, delle ronde fasciste e leghiste a difesa della libertà femminile.

Sugli stessi temi la FAI torinese ha organizzato un punto info al Balon la mattina di sabato 7 marzo con distro, musica e materiali informativi.

Le Sommosse di Torino, promotrici di un appello femminista e antirazzista, avevano chiesto che il corteo passasse da Porta Palazzo, attraversando una zona che media e politici additano come pericolosa per le donne, perché abitata e vissuta da moltissimi immigrati. Un modo forte per dire che le donne non hanno paura, che si difendono da sole e che rifiutano l’equiparazione razzista tra immigrato e violentatore.

Sino all’ultimo pareva che la questura non avesse fatto opposizione, nonostante la Lega pretendesse da settimane la proibizione di manifestare a Porta Palazzo. All’ultimo minuto è arrivato il divieto e l’imposizione di un percorso alternativo, molto più centrale. Evidentemente si preferiva mollare alle femministe il salotto buono per un otto marzo da rito collettivo piuttosto che correre il rischio di una manifestazione che portasse la libertà femminile nel cuore di Porta Palazzo.

“Contro la violenza sessista, razzista, di Stato” era scritto sullo striscione di apertura dello spezzone libertario dietro a quello delle Sommosse promosso dalla FAI Torinese.

Nel volantino distribuito, dove era riprodotta l’immagine del parà della Folgore che violentava con un razzo una ragazza somala, era scritto che “Lo stupro è corollario di tutte le guerre: violare le donne del nemico significa privarlo di una sua proprietà, metterne a repentaglio la stirpe, renderne indegne le figlie. In quanti paesi le vittime di stupro vengono uccise, bandite, imprigionate? Le donne pagano due volte: subiscono la violenza e il marchio che l’accompagna indelebilmente. Da noi tutto questo è storia recentissima, eliminata dai codici da anni di lotte, che rischiano di venire cancellate da una risacca profonda, una risacca che si esprime nella volgarità dei fascisti e leghisti di governo ma ha le sue radici nel cuore stesso delle nostre relazioni sociali.

Il ginocidio è una realtà quotidiana: non manca giorno che non sia diffusa la notizia di uomini che ammazzano le donne a loro vicine.(…)

Solo i casi più gravi di abusi salgono alla ribalta dei media, ma la violenza in casa nei confronti di donne, bambini e bambine è molto più diffusa di quella in strada, pure al centro dell’allarme sociale e delle pelose attenzioni del governo. (…)

Chi legifera in difesa delle donne, legifera contro ciascuna di noi, racchiudendoci nello stereotipo dell’eterna minore da tutelare. Quando i

corpi delle donne sono il pretesto per accelerare l’iter di alcune tra le norme più pericolose e razziste del pacchetto sicurezza, la posta in gioco

non è la libertà femminile ma la guerra contro gli immigrati poveri, che occorre mantenere sotto un tallone di ferro, se si vuole che lavorino senza alzare la testa. (…)

Il percorso della libertà femminile è altrove. Lo è sempre stato. In questi anni la libertà femminile di strada ne ha fatta tanta. Abbiamo imparato a camminare e a difenderci da sole. Senza legge. Libere.”»

 Fed. Anarchica Torinese - FAI

 
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