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in Cenerentola>archivio>numero111>libri
Milano, Marco Tropea Editore, 2008 (l’edizione originale, intitolata “Chomsky on Anarchism”, è del 2005) «Lo scopo di questo volume – scrive Barry Pateman nell’introduzione – consiste nel presentare alcune idee e concezioni sull’anarchia di Noam Chomsky, dai media definito spesso come noto personaggio anarchico, comunista libertario o anarcosindacalista». Allo scopo sono state riunite undici tra interviste, conferenze ed opere del linguista statunitense che si collocano in un arco di tempo che va dal 1968 al 2005. Per non annoiare il lettore, accennerò solo ad alcune di esse, le più ponderose, per poi concludere la recensione con uno sguardo d’insieme sull’intera raccolta. Il primo saggio, “Obiettività e cultura liberale”, è davvero singolare. Presentato in una prima stesura nel marzo 1968, alla vigilia del grande movimento di contestazione che scosse tutto il pianeta, sembra, nelle pagine iniziali, parlare del mondo attuale: «Ci sono (…) valide ragioni – dice Chomsky – per affermare che l’università ha, in misura rilevante, tradito il suo mandato pubblico; che la politica estera è decisamente “un riflesso delle forze politiche interne” e delle istituzioni economiche (piuttosto che “una valutazione dell’interesse nazionale che comporta decisioni strategiche fondate sul calcolo delle intenzioni e della forza dell’avversario”); che la mobilitazione per la guerra non è “ironia”, ma uno sviluppo naturale data la nostra attuale organizzazione sociale ed economica; che i tecnologi che raggiungono il potere sono quelli in grado di servire le istituzioni esistenti; e che non ci si può attendere altro che la catastrofe da un’ulteriore centralizzazione della funzione decisionale nel governo e in un gruppo sempre più ristretto di aziende collegate». L’autore passa poi ad analizzare, con buona dose di sarcasmo, le posizioni dell’amministrazione statunitense rispetto alla guerra del Vietnam, per concludere con una dettagliata analisi della rivoluzione spagnola del 1936 e delle stravaganti considerazioni fatte in merito dagli intellettuali di regime. Nel secondo saggio , “Linguaggio e libertà”, Chomsky prende invece in considerazione le relazioni che legano l’uno all’altra, mostrando, strada facendo, una simpatia, a mio avviso eccessiva, per le idee di Jean Jacques Rousseau. Più noto è il terzo contributo, che costituisce la rielaborazione dell’introduzione all’edizione inglese de “L’anarchisme: de la théorie à la pratique” di Daniel Guérin; questo precede, all’interno della raccolta, una lunga intervista del 1976, intitolata “L’importanza dell’anarcosindacalismo”, la cui bellezza è dovuta, più che alle intelligenti risposte di Chomsky, alle domande dell’intervistatore, sufficientemente acute da permettere al linguista di chiarire il proprio pensiero ma, allo stesso tempo, sufficientemente banali da poter rappresentare quelle cui, di norma, un militante anarchico si trova a dover rispondere. Notevoli anche la lezione intitolata “Contenere la minaccia della democrazia”, tenuta a Glasgow, in Scozia, nel 1990, e il saggio “Obiettivi e visioni” del 1996 nel quale Chomsky affronta, tra l’altro, lo spinoso problema del rapporto fra gli anarchici e lo stato moderno. Nel complesso il libro risulta interessante. L’autore si dimostra un profondo conoscitore del pensiero anarchico e della storia dell’anarchismo. Quanto alla sue “idee e concezioni sull’anarchia”, lo si può senz’altro definire un anarcosindacalista piuttosto classico, uno di quei compagni che, nell’attuale contesto (e in particolare negli Stati Uniti dove i termini “anarchico” e “libertario” stanno assumendo significati sempre più distanti da quelli originari), “se non ci fossero, bisognerebbe inventarli”. Delude un po’ sul piano dell’originalità di pensiero. Intendiamoci: non è che si debba essere originali per forza; ma da uno scienziato della sua fama ci si aspetterebbe, anche sul piano politico e sindacale, un contributo maggiormente innovativo.
Luciano Nicolini Noam Chomsky, considerato uno dei massimi linguisti contemporanei, è anche autore di numerosi saggi politici, che hanno fatto di lui uno degli intellettuali più ascoltati negli Stati Uniti d’America e nel mondo. Tra i suoi libri pubblicati in Italia da Marco Tropea Editore si ricordano “Egemonia e sopravvivenza” (2005), “Pirati e imperatori” (2004), “Dopo l’11 settembre. Potere e terrore” (2003), “Capire il potere” (2002), “11 settembre. Le ragioni di chi?” (2001), “Atti di aggressione e di controllo” (2000), “Sulla nostra pelle” (1999), “La fabbrica del consenso” (1998), “Linguaggio e libertà” (1998). Qui Galzerano, anche filologicamente sempre corretto, ripropone la traduzione (probabilmente) dello stesso Fabbri, che, tra l’altro, non è aulica come si potrebbe credere. Kropotkin, alla fine dell’Ottocento (1897), per la conferenza, aveva creato uno schizzo storico per tratteggiare come i liberi comuni, dalle comunità primitive in poi, passando ovviamente per la pòlis greca, per i comuni medievali, da Firenze a Venezia, dalle città anseatiche a quelle olandesi, dalla Francia a certe realtà spagnole, mantengano un carattere di libertà che è poi lo Stato a rimuovere. Secondo Kropotkin, dal punto di vista storico-teorico, la mitizzazione dello Stato identificato con la società è responsabilità dei teorici tedeschi (sicuramente, senza nominarlo, pensa a Hegel, che mai identificò società e Stato, ma assunse lo Stato a entità superiore-onnivora, capace di sussumere in sé la società civile), portando poi (questo all’epoca Kropotkin non lo sapeva) alla statolatria fascista, nazista e comunista. Ma il principe rivoluzionario russo conosceva la statolatria militare ed economica degli Czar, della Prussia germanizzata di Bismarck, dell’Impero asburgico, di quello ottomano, della monarchia stracciona ma durissima dei Savoia in Italia, della ripresa della “reazione” in Francia, che non a caso proibì la sua conferenza. Giustamente Kropotkin rileva i grandi vantaggi del libero comune: oltre a quelli politici (ognuno può dire la sua, almeno), quelli sociali, quelli culturali (il fiorire straordinario delle arti e della cultura, di cui molte amministrazioni comunali vivono ancor oggi di rendita). Da storico, ma anche da sociologo e antropologo culturale e sociale (diremmo oggi, all’epoca la partizione non esisteva), Kropotkin individua l’alleanza trono-altare, dove l’altare dà una falsa allure mistica al potere, il trono sacralizza in maniera ancora più superstiziosa la “religione” . Ma Kropotkin non poteva prevedere l’uso localistico, egoistico, etnocentrico e talora razzistico del comunalismo: pensiamo a certe derive leghiste e non solo. La contrapposizione tra Comune e Stato non impedisce che talora un Comune si faccia più “Stato” di ogni possibile Stato. Né lo Stato (questo Stato, aggiunge chi scrive), nella sua “munificenza”, concederà mai altro che falsi “consigli comunali aperti”, qualche referendum a livello locale, i consigli di quartiere che sono quasi sempre una farsa e poco altro... Si tratta, da parte di anarchici e libertari di varia origine e provenienza, di individuare quali siano le possibilità reali per riprendersi città, quartiere, natura. A queste condizioni, il libro di Kropotkin, oltre ad essere un classico, fruttificherà realmente nelle teste e nelle azioni. inizio
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Marc Tibaldi: Metix, babel, felix. Meticciamento, passing, divenire e conflitto Basaldella di
Campoformido, edizioni
Kappa Vu, 2007
Tibaldi, attivista libertario, originario della zona di confine tra Italia e Slovenia, ma spesso impegnato altrove (Guatemala, Spagna), ci dà, con vari rimandi a Foucault, Deleuze, Guattari, Agamben, Negri-Hardt e altri, la sua concezione del mondo “globalizzato”. Se da un lato il suo rifiuto della globalizzazione (capitalismo neoliberista imperialistico) è netto, è netto anche quello del “glocal”, ossia della globalizzazione che vorrebbe rivalutare le etnie e quindi, potenzialmente, l’etnicismo, con tutto ciò che esso implica.... “La cultura meticcia è una cosa formidabile. E’ la nuova libertà di ibridare e di mescolare che permette di esprimere nuovi sentimenti, nuove emozioni e la costruzione di nuove singolarità senza frontiere e senza identità” (op. cit., p. 22). Un’opera assolutamente in controtendenza, dato che, almeno dagli anni 1980 in poi, si ripropongono nuovi populismi identitaristi, cosa che a Tibaldi è assolutamente presente e che (giustamente, secondo chi scrive) è da superare. Il fatto è che, come sappiamo ampiamente e sa benissimo Tibaldi, i movimenti identitaristi, localisti, neonazionalisti (anche nel travestimento identitario e neo/identitario) sono foraggiati e superfinanziati: si pensi alla Lega Nord italiana… Come dall’Impero nelle sue diverse articolazioni (mai solo identificabile con gli USA) vengono finanziati altri movimenti analoghi, a iniziare da quello “rampante -vincente” in Svizzera, per proseguire con quello irlandese, un tempo foraggiato dal KGB. Detto altrimenti, la proposta “meticcia” e fecondamente “babelica” di Tibaldi è quella del “coraggio dell’utopia” libertaria e ruehliana (Ruehle era un marxista libertario), che certo, volutamente, si scontra con posizioni quali quelle corse, in parte sarde, sicuramente con quelle basche, sudtirolesi, ancora parzialmente scozzesi, e questo per limitarsi alla sola, vicina Europa... Una sfida coraggiosa, da raccogliere e soprattutto da discutere con molta attenzione.
Eugen Galasso
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