E’
uno dei migliori fotografi italiani
e, fin dall’inizio, ha aiutato questa rivista (suo, e di
Gianni Castellani, è
il progetto grafico). Dopo otto anni… era ora di
intervistarlo. E di dedicargli un paio di pagine.
C’è
qualcosa, nelle fotografie di Mario
Rebeschini, che permette di attivare il movimento
dell’immaginazione e di
aprire il pensiero ad orizzonti di senso. Qualcosa che consente alla
cristallizzazione del fermo immagine di iniziare un racconto. E’ come se
le immagini
riflettessero su se stesse.
La parola si
interrompe e si attiva il
pensiero ….
…quello
che sto
cercando, e che ho sempre cercato anche
senza saperlo, è arrivare ad essere una persona
libera…
con queste parole
Mario Rebeschini si è rivolto
a Cenerentola. Ed è proprio la
libertà che ha mosso le azioni
e lo sguardo dell’uomo e del fotografo.
Come hai deciso di
fare il fotografo?
Negli anni ottanta, facevo il pubblicitario. Lavoravo in
un’agenzia di pubblicità, e stavo
concorrendo
per una grossa campagna per
la Manetti & Roberts, prestigiosissima,
allora da 450 milioni di lire.
Arriva la telefonata, vince la mia campagna, champagne…
Questo alle
undici e trenta. A mezzogiorno porto la mia lettera di dimissioni.
Tutti si
mettono a ridere e io dico: “Non dormire la notte per una
saponetta è già una
cosa strana, ma non dormire una notte per una saponetta neutra
è il massimo!”
Mi sono licenziato. Avevo tre figli piccoli, mia moglie
che non lavorava e niente davanti. Ho preso la macchina fotografica e
ho
cominciato a vedere quello che stava succedendo al mondo.
Quindi
una scelta politica nel senso originario del
termine o, quantomeno, sociale?
C’è stato, negli
anni settanta /ottanta, un periodo in cui sembrava che per la prima
volta i
poveri prendessero il potere ed io ero là, a lavorare sulle
schiumine della
saponetta neutra. Lo trovavo eccessivo. Da lì ho
cominciato a fotografare,
non sapevo niente di fotografie, mi piaceva fotografare, la passione
per la
fotografia l’avevo dentro di me. Negli anni dal 1970 al
’74 avevo lavorato per
una rivista che si chiamava “Skema” ed era una
rivista in bianco e nero, solo
di fotografie. Parlava di ciò che avveniva nel mondo: droga,
occupazione,
carcere, femminismo… Ero art director e ho incontrato i
fotografi di tutto il
mondo, attraverso le loro fotografie, però anche
lì, mi ero liberato da Robert
Kappa, Cartier Bresson… nel senso, Cartier Bresson bene, ma
Stupazzini Mauro
anche. C’era la foto di Stupazzini, che non conosceva
nessuno, vicino alla foto
di Cartier Bresson. E lì ho fatto un’esperienza
che nemmeno all’università si
riesce a fare. Quindi, quando ho cominciato a fare il
fotografo, in più con l’esperienza del
pubblicitario, per me è stato facile. Ho cominciato a fare
libri, racconti di
fotografie; ho fatto una ventina di
libri. Fino a un certo periodo ho detto che la fotografia
doveva essere un racconto e che non aveva bisogno di
didascalie. Poi mi sono arreso, la gente, se non vede la didascalia,
non capisce
che foto è…
Esiste un confine
tra interpretazione e manipolazione dell’immagine?
Aspettare la luce giusta, fotografare un luogo senza macchine,
anche se le macchine ci sono, senza persone… mentre, come
diceva Ghirri, se le
macchine e le persone ci sono dovremmo lasciarle. Invece
dell’uso del
cinquanta, che è un obiettivo normale,
praticamente come l’angolazione della nostra
vista, mettiamo
un grandangolo che ci aumenta di trenta gradi di qua e trenta di
là, e
anche di più… Quella è già
un’interpretazione; fin qui va bene interpretare:
cerchi di togliere le macchine, cerchi di far diventare bella una
persona
brutta… Con l’arrivo del digitale poi…
Faccio parte anche del Consiglio Nazionale dell’Ordine
dei Giornalisti e adesso stiamo cercando
di realizzare un codice di deontologia per le immagini. Non
è possibile
che su Il Giorno
escano due foto in prima pagina della battaglia a Gaza dove ci sono:
militari
che strisciano, due ragazze che passano di
corsa e, sopra che incombe, un elicottero immenso da combattimento, e
che quando lo vede il fotografo dell’Associated Press dice:
“ma io
quell’elicottero non l’ho mai visto”. Il
grafico aveva interpretato e l’aveva
messo, ma nelle didascalia c’era il nome del luogo -
Gaza - e la data, un falso clamoroso. Nella
seconda foto, la stessa cosa: un palazzo schiacciato e lo stesso
elicottero che
arriva. Questa cosa dovremmo impedirla,
anche perché dà una visione falsa della
situazione.
La fotografia
può
avere una funzione sociale?
Sono stato il primo fotografo a Bologna a fare, già dagli
anni ottanta, delle ricerche sugli stranieri… negli anni
ottanta erano tutti
studenti ed era facile. Negli anni novanta arrivarono i Magrebini.
Ricordo che
la Caritas mi chiamò per chiedermi di andare
con loro in San Donato. In una piazzetta c’erano cento
/centoventi macchine,
una affiancata all’altra, all’interno vi dormivano
due persone per ognuna,
erano tutti Magrebini. Gli altri avevano trovato rifugio nei letti e
nei
corridoi del dormitorio pubblico e una parte sotto il portico.
Sconvolto
faccio il servizio, ero a Bologna e non sapevo di questa cosa. Vado a la Repubblica e mi
chiedono di rifarlo con
Smargiassi, io chiedo che il servizio
esca di Venerdì. Esce una pagina intera: “Via
della Vergogna” con foto
scioccanti, forti. Contemporaneamente venti ragazzi partirono con venti
buste,
dieci fotografie per busta, per andare dal cardinale, dal
sindaco, dall’ARCI, dai sindacati… con
una lettera
che descriveva ciò che avevamo visto e con scritto:
“ora non potete più dire
non lo sappiamo”. Nel giro di tre giorni non c’era
più nessuno che dormiva nel
piazzale, furono aperte chiese, scuole, circoli ARCI ecc…
Questa è stata la
mia grande vittoria da fotografo, ho
sentito che la fotografia poteva… E’ andata bene.
Mentre per la situazione in fondo al Reno, in via Togliatti,
pensando di ripetere il colpo insieme a Smargiassi, non
andò così,
la
risposta della città fu lo sgombro e la distruzione
delle capanne.
E qui è stata la mia grande sconfitta.
La fotografia può fare del gran bene o del gran male.
Sfogliando i tuoi
libri si possono osservare spesso foto di eventi religiosi, matrimoni,
preghiere ….
Penso all’uomo delle caverne, impaurito durante la notte,
che al mattino vedeva arrivare il sole ed era ancora vivo. Credo lo
guardasse
con riconoscenza. Allora penso a questa
riconoscenza, penso che ha continuato ad essere.
Poi c’è chi, questa
religiosità, lo spinge a lavorare nel sociale, facendo
volontariato… Un anarchico
la religione la può ritrovare lavorando nella lotta per i
diritti.
C’ è sempre una forma di religiosità
dentro ad ogni uomo.
Non esiste una persona che non abbia delle tensioni forti. Si possono
chiamare
tensioni religiose, politiche, ma in realtà è
sempre quella cosa che deriva dal
sole che il primo uomo ha visto nascere.
E così ci sono anche i miei pezzi sul sociale, i miei
racconti
sugli stranieri, sulle donne…
C’è solo
un giornale che me li prende: è Il Resto del
Carlino, e addirittura c’è stato un
periodo che avevo una o due pagine intere per raccontare una storia.
Quanto conta
l’esperienza e quanto la sensibilità, a volte
anche istintiva, di chi in un preciso
momento decide di scattare…
L’esperienza della fotografia è quando tu sei
lì; una manifestazione
nasce il giorno prima, due ore prima, nei punti di ritrovo,
finisce due ore dopo. Se tu hai il tempo è lì
che vengono fuori le storie.
Poi c’è molto la sensibilità,
nel mio caso.
Uno che vive da due a cinque anni
in collegio, poi da dieci a sedici anni, quando esce, per tutta la vita
… il
collegio non è che ti toglie la
libertà,
gli affetti, c’è qualcosa di più grave
che ti
toglie, la
possibilità tua di dare affetto. Non si ha solo il bisogno
di
qualcuno
che ti voglia bene, ma anche di qualcuno da voler bene. Qualcuno da
poter
baciare, abbracciare, e questo in collegio ti viene negato. Quando
esci, per tutta la vita, cerchi sempre qualcuno che
ti dia
consenso,
qualcuno da amare, qualcuno che ti ami, occhi che ti guardano, cerchi
per tutta
la vita l’amore che ti è stato negato di poter
dare e tu
dai questo amore e lo
continui a dare. Allora vai a una Festa de
l’Unità, senti
cantare Bandiera Rossa da
sessantamila persone, piangi, e veramente
gli vuoi bene a questa gente. Vai alla
messa di Pasqua degli Ortodossi e li vedi piangere, piangi insieme a
loro.
Questo sentimento
di compassione /condivisione forte di sentimenti, energie, questa
capacità di
vibrare insieme all’altro, pensi sia stata
l’esperienza del collegio ad
attivarlo o di averlo innato?
Credo di averlo innato. Quello che io chiamo amore
adesso, che lo sto scoprendo mentre ne parlo con te, lo risolvevo
proteggendo i
più deboli. Almeno due volte ho attaccato il più
forte del gruppo, ho preso
delle botte, ma gliene ho anche date,
per difendere chi non sapeva difendersi. Avevo dentro di me un orgoglio
e
vedendo l’umiliazione di certe persone
combattevo, si diceva, per
un’ingiustizia. L’avevo dentro, non so come nasce.
Come vedi il
rapporto tra religione e politica?
Mi da fastidio il rapporto di soggezione che i politici
hanno con la Chiesa,
cercarne il consenso nelle cose che fanno.
Noi dobbiamo lasciare che la Chiesa dica ciò che vuole. Non
mi scandalizzo se il Papa è
contro l’aborto. La Chiesa
fa il suo lavoro, il politico deve fare il suo.
Ti definisci
anarchico?
Ho passato diverse fasi. Ho fatto l’esistenzialista, ero
giovane, a momenti non sapevo neanche cosa significava. Poi ho
frequentato gli
anarchici, sono andato alle celebrazioni degli anarchici a Pisa per
Serantini
ecc… vivendo la fase politica, ma anche quella allegra,
dell’anarchia. Però, lentamente
mi sono reso conto che rischiavo di uscire da una chiesa e di
entrare in un’altra, dovevo stare attento alle
parole. Il fatto
che bisogna avere il linguaggio
anarchico, questo non riuscivo a sopportarlo,
probabilmente sono anarchico e migliorista.
Cerco di diventare una persona libera.
Da un paio di mesi,
grazie agli stranieri, alla frequentazione delle loro chiese, sento che
sto riscoprendo
la fede. Anche qui il mio bisogno di libertà mi
spingerà a viverla senza
ostentazione ma anche senza doverlo nascondere.
Cos’è
per te l’anarchia?
L’anarchia la sento come una grande forma di
libertà, può
portare a una grande forma di libertà, se si segue veramente
“né Dio, né
Patria, né Re”. Solo se lascia il
permesso
di fare, di viver con la gente, se non toglie le emozioni che hai.
Qualunque
partito, organizzazione, sigla non deve limitare la tua
libertà.