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2009: vince la favola indiana
Si sono appena spenti i riflettori sul Kodak Theatre di Los Angeles e mentre le stelle si riposano, dividendosi equamente tra soddisfatti e delusi, il verdetto dei giurati dell’Academy fa il giro del mondo. Come ogni anno la festa dell’industria cinematografica più potente del pianeta ha celebrato il mito consegnando all’immaginario una manciata di titoli che, grazie ai premi ricevuti, passeranno di bocca in bocca fino a raggiungere anche lo spettatore più distratto, convinto di non poter perdere un’opera assolutamente memorabile. Cosa, quest’anno, meno vera del solito. Il film premiato è, infatti, il ruffiano The Millionaire di Danny Boyle, trionfatore della serata con ben otto statuette, che l’ha spuntata contro il rivale Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher, vincitore solo di tre Oscar tecnici sulle tredici candidature. The Millionaire racconta la storia di Jamal, ragazzo nato e vissuto nei quartieri più poveri di Bombay che trova un riscatto azzeccando tutte le risposte al famoso programma televisivo “Chi vuol esser milionario?”. Il film ha dalla sua una confezione accattivante e furba, ma lascia piuttosto perplessi, soprattutto a causa dello sguardo occidentale con cui racconta l’India, puntando su folclore e facili contrasti (bimbi poveri ma belli e intelligenti, cattivoni da avanspettacolo, bene e male separati con l’accetta). Il suo maggior difetto è nell’insincerità con cui dissemina le pedine di un soggetto interessante perdendo di vista non tanto lo spettacolo, quello è garantito, quanto il sentire dei personaggi e la credibilità della vicenda. A conquistare i votanti ha sicuramente contribuito l’ennesima variante del “sogno americano” per cui chiunque, grazie a determinazione, spirito di sopravvivenza e un pizzico di fortuna, ce la può fare ad emergere. Curioso, che a dispetto delle immagini passate nei telegiornali (la folla riunita davanti alle tv fuori dalle baracche in trepidante attesa del risultato), il film di Boyle sia stato apprezzato in tutto il mondo tranne che in India dove, anzi, ha destato parecchi dissensi proprio per l’immagine stereotipata che dà del paese. Il curioso caso di Benjamin Button si consola quindi con tre statuette, ma avrebbe meritato di più. Il soggetto, liberamente ispirato a un racconto breve di Francis Scott Fitzgerald, racconta il miracolo della vita attraverso la storia di un uomo che nasce anziano per poi, gradualmente, ringiovanire. È un vecchio con la mente di un infante prima, e un lattante affetto da demenza senile poi. Lo stratagemma consente al protagonista di vivere una struggente storia d’amore e allo spettatore di riflettere con leggerezza sul mistero dell’esistenza. Si parla di occasioni perdute, opportunità colte, scherzi del destino, uggiose malinconie, grandi trasporti, memorie tramandate. Insomma, è la vita in tutte le sue sfaccettature, ordinarie eppure eccezionali proprio perché uniche. Inaspettato il premio per il Migliore Attore. In molti speravano che la dolente interpretazione di Mickey Rourke in The Wrestler, così affine alla sua biografia autodistruttiva, fosse coronata da un meritato Oscar, invece l’Academy gli ha preferito Sean Penn nel ruolo di Harvey Milk, il primo omosessuale dichiarato a rivestire una carica pubblica negli Stati Uniti. Penn sbaraglia quindi la concorrenza e con Milk vince il secondo Oscar dopo “Mystic River”. Più prevedibile il premio come Migliore Attrice a Kate Winslet. La star inglese aveva sfiorato l’Oscar già cinque volte e finalmente ha ottenuto un riconoscimento ufficiale al proprio talento. Quest’anno, tra l’altro, oltre all’intensa prova come kapò in The Reader, per cui è stata premiata, ha dimostrato tutta la sua sensibilità interpretativa nei panni della moglie infelice di Leonardo DiCaprio in Revolutionary Road di Sam Mendes, film snobbato dall’Academy probabilmente perché distrugge definitivamente il “sogno”, impedendo alle rosee illusioni di trovare concretezza nel grigiore del quotidiano. Per restare al prevedibile, più che annunciato l’Oscar postumo, come Migliore Attore Non Protagonista, al compianto Heath Ledger, indimenticabile Joker ne Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan. Come Migliore Attrice Non Protagonista l’ha spuntata invece Penelope Cruz, molto apprezzata (troppo?) per la sua interpretazione di ex moglie gelosa e passionale in Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen, che si conferma un vero portafortuna per le attrici dei suoi film, spesso vincitrici di Oscar proprio come non protagoniste (dalla Dianne Wiest di “Hannah e le sue sorelle” alla Mira Sorvino di “La dea dell’amore”). Scontata, poi, la vittoria della Pixar con Wall-E come Migliore Film d’Animazione, per molti, data la rara capacità dell’opera di unire tecnica e poesia, meritevole di vincere anche come Migliore Film in assoluto. Nelle altre categorie, disattende le aspettative, che davano come favorito Valzer con Bashir del regista israeliano Ari Folman, l’Oscar come Migliore Film Straniero al giapponese Departures, di Takita Yojiro, definito dalla critica come una sinfonia di sentimenti. Il soggetto, in effetti, è interessante, perché racconta di un ex violoncellista fallito che scoprirà di possedere un talento alquanto inusuale: preparare i cadaveri (lavarli, vestirli, truccarli e profumarli) per una ditta di pompe funebri. Restano a bocca asciutta, ma hanno potuto beneficiare del traino pubblicitario delle candidature, il teatrale ma degno di nota Il dubbio, del premio Pulitzer John Patrick Shanley, e Frost/Nixon – il duello di Ron Howard. A questo punto la parola, ma soprattutto la visione, spetta al pubblico. Luca
Baroncini
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