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Il camino della Comune Urupia - Foto Angelo Pollara
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 Berlusconi, la sinistra, le chiacchiere e il distintivo

La crisi economica continua a far sentire i suoi effetti, anche sulla politica: 

dopo la vittoria della destra in Sardegna,Veltroni si è fatto da parte

  
In Italia, non passa giorno senza che siano effettuati tagli alla spesa pubblica e  licenziamenti. E, come ci spiega Toni Iero nell’articolo di pagina 3, siamo appena all’inizio.
Ma Berlusconi continua a dominare quasi incontrastato. Ha in mano gran parte dei mezzi di comunicazione di massa, e li sa usare benissimo. Nei posti di lavoro, nei bar, nelle poche sedi politiche rimaste, si parla solo di ciò di cui la stampa e la televisione hanno deciso si debba parlare: degli stupri compiuti in strada da stranieri, ad esempio. Sono ben pochi rispetto a quelli compiuti, tra le mura domestiche, dagli Italiani, ma fanno più effetto, facendo leva sull’antica paura del lupo, inculcata nelle femmine nostrane fin da quando sono piccole (a chi non è stata raccontata la favola di Cappuccetto Rosso?) e, peggio, sull’ “orgoglio nazionale” dei maschi, che mal accettano che le “proprie” donne sia violentate da “estranei” (per quello ci sono già gli Italiani, naturalmente).
Del processo che ha visto condannare un avvocato per essersi fatto corrompere favorendo il premier, invece, non si parla.

La sinistra, del resto, non fa quasi opposizione o, meglio, la fa, ma non riesce a proporre un programma semplice e convincente. E se a ciò si aggiunge il fatto che la gran parte degli Italiani ha paura di perdere anche quelle poche briciole che cadono dalle tavole dei potenti (dei padroni, dei politici,  dei capimafia), è facile spiegarsi il perché di questo andazzo.
Forse qualcuno, tra i lettori, ha visto il film “Gli intoccabili”, di Brian De Palma, nel quale il gangster Al Capone gridava all’agente che voleva contrastarlo: “Sei solo chiacchiere e distintivo!”
Berlusconi, ovviamente (e per nostra fortuna), non è Al Capone; nondimeno, avrebbe tutti i motivi per gridare, rivolto all’opposizione, la stessa frase: “chiacchiere”, con riferimento a Veltroni (e non solo a lui), e “distintivo”, con riferimento ai partiti che si fregiano di falce e martello.

Ma le chiacchiere, sotto l’incalzare della crisi economica, stanno facendo il loro tempo: il Partito Democratico, nelle recenti elezioni sarde, si è limitato a sommare i voti presi, nelle precedenti regionali, dai Democratici di Sinistra  e dalla Margherita, infrangendo il sogno dei suoi capi di poter “correre da soli” (per poi accordarsi con Berlusconi?) .
Quanto ai partiti del “distintivo”, hanno addirittura perso consensi, sebbene non nella misura in cui tutti si aspettavano, dopo il disastroso esito delle elezioni politiche.
I pochi che, in questo paese, sono rimasti “di sinistra” chiedono una maggior collaborazione tra le forze che si richiamano ai suoi valori, e proposte chiare per affrontare la crisi. Come redazione di Cenerentola ne sosteniamo la necessità da tempi non sospetti (si veda l’editoriale del dicembre 2007), e abbiamo anche provato a dare un contributo, promuovendo il dibattito riportato nei numeri di giugno, luglio, settembre e novembre del 2008.
Ci si dice che proprio la crisi del Partito Democratico, lungi dal creare le condizioni per un’operazione di questo tipo, attirerà sempre più verso il partito delle chiacchiere coloro che, sia pure senza troppo entusiasmo, si erano mostrati disponibili a discuterne.
E’ probabile che sia vero.
Ma ci sono  anche persone (come gran parte di coloro che hanno dato vita al movimento dell’Onda) che  delle chiacchiere non ne vogliono più sapere, e alle quali i distintivi non bastano.  E’ ad essi che ci rivolgiamo, nella speranza di costruire insieme, senza rinunciare alla nostra identità libertaria, una sinistra capace di incidere sulla società.  

(redazionale)

 

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 I veri guai cominciano adesso

Fin dalle prime manifestazioni del crac dei mutui subprime, sulle colonne di questo mensile abbiamo sostenuto che questa non è una “normale” crisi finanziaria, ma un collasso finanziario frutto di prolungati e profondi squilibri sociali. Infatti, a differenza di quanto avvenuto nel 2001 con lo scoppio della bolla azionaria delle imprese della new economy, questa volta non è bastato abbassare i tassi di interesse e concedere qualche sgravio fiscale per rimettere in moto l’economia. Oggi, saltati gli ingranaggi di base che muovono le società occidentali, occorre essere consapevoli che la ripresa potrà assumere un carattere di sostenibilità solo in presenza di importanti cambiamenti. Non sarà sufficiente dare qualche incentivo o erogare dei contributi. Se non si modificano gli equilibri tra le classi sociali si otterranno solo effetti effimeri.

Non aver capito tale realtà, ha fatto sì che, nonostante lo stanziamento da parte degli Stati di migliaia di miliardi di dollari e di euro, la situazione economica abbia registrato un continuo peggioramento. Il meccanismo di propagazione della crisi ha agito inesorabilmente. Il rialzo dei tassi di interesse ha determinato l’insolvenza delle famiglie. Il mancato rimborso delle rate dei mutui ha messo in ginocchio le banche e gli istituti finanziari che avevano acquistato i titoli legati ai prestiti immobiliari. Il conseguente rallentamento nell’erogazione di credito da parte delle banche si è abbattuto sulle imprese, le più deboli delle quali, adesso, stanno cominciando a chiudere i battenti. Purtroppo, l’effetto domino non finisce qui. La chiusura delle aziende meno robuste comporta il licenziamento dei lavoratori in esse occupati. Imprese fallite e persone senza reddito non possono che aumentare le sofferenze degli istituti di credito, chiudendo così una sorta di perverso circolo vizioso. Come se non bastasse, i disoccupati ridurranno i loro consumi, peggiorando le condizioni di mercato in cui operano le aziende rimaste in piedi. Quindi, entreranno in crisi altre imprese e… va bene, basta così

In queste circostanze, gli Stati dovrebbero accollarsi il fardello di puntellare le banche, sostenere le imprese e aiutare le famiglie in difficoltà. Questa trasformazione di debito privato in debito pubblico potrebbe essere un po’ troppo per governi già indebitati. I soldi “veri” ci sarebbero, ma li hanno i paesi esportatori di materie prime e manufatti. Loro sono in condizione di “comprarci” e, in questo modo, cancellare con la loro liquidità il debito accumulato dai sistemi finanziari occidentali. La lungimiranza delle nostre classi dirigenti ci ha portato al dilemma: rimaniamo nei guai da soli o ci salviamo dal collasso “vendendoci” ai governi arabi e asiatici? Al momento sembra che abbiamo scelto di fare da soli.
Se questa è la strada, occorre prepararci ad una fase depressiva piuttosto lunga. Curiosamente, gli economisti hanno preso a baloccarsi con i pronostici sull’arrivo della ripresa: c’è chi sostiene che ci riprenderemo nella seconda parte del 2009, chi dice nel 2010 e qualcuno, più pessimista, afferma che ne usciremo a Natale del 2010. Invece di cimentarsi in bizzarri oroscopi economici, sarebbe più interessante discutere le effettive possibilità di tirarci fuori dai guai da soli e proporre la strada giusta per farlo. In questo modo potremmo anche ipotizzare in che condizioni ci troveremo alla fine di questa crisi.

Quali saranno i settori che soffriranno di più? In questa triste graduatoria il primo posto può essere assegnato all’edilizia. Quasi tutti i paesi occidentali stanno sperimentando una contrazione dei prezzi degli immobili. Perciò, fatti salvi i lavori pubblici, il numero dei cantieri in attività è destinato a ridursi, coinvolgendo gli occupati in tale settore. Naturalmente, il calo dell’attività edilizia si riverbererà anche sui fornitori di materiali per l’edilizia: piastrelle, sanitari, cemento, legno, mobili e arredamento, etc.

Gli effetti recessivi dovrebbero poi interessare i cosiddetti beni durevoli: auto, elettrodomestici, elettronica di consumo, cellulari, et similia. Delle difficoltà delle famiglie soffriranno anche alcune tipologie di consumi voluttuari: abbigliamento firmato, viaggi e vacanze, oreficeria, ristorazione, etc.

Naturalmente, avremo significative riduzioni dell’attività delle imprese che producono macchinari ed attrezzature.

Vi sono, infine, i cosiddetti settori anticiclici, il cui volume di produzione dovrebbe essere meno dipendente dalla congiuntura. Un esempio tipico è il comparto alimentare. Si dice “la gente comunque continua a mangiare”. È vero. Tuttavia, pur in un contesto in cui non si avrà una importante riduzione dei consumi alimentari totali, non sarà improbabile assistere a cambiamenti nel menù delle famiglie a vantaggio di prodotti meno costosi (o di qualità più scadente).

In altri paesi prospettive interessanti vengono attribuite alle imprese operanti nel campo delle energie da fonti rinnovabili. L’arretratezza del governo italiano, forse l’unico tra i paesi sviluppati a non capire la portata della “green economy”, è tale da lasciare poche speranze anche in un settore dalle indubbie potenzialità per il futuro. Nel frattempo in Italia è un boom del gioco d’azzardo, tipica speranza dei poveri di spirito.

Insomma, le prospettive non sono incoraggianti. Si perderanno molti posti di lavoro e, quindi, reddito per le famiglie dei lavoratori. Le occasioni per trovare o cambiare lavoro si ridurranno drasticamente, penalizzando sia i lavoratori anziani ma senza i requisiti per avere diritto ad una pensione, sia i giovani in cerca di prima occupazione. Lo Stato non sembra in condizione di aiutare tutti. Non ci toccherà mica cominciare a contare sulle nostre scarse forze?

Toni Iero

 

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Torino: punto info antirazzista alle Molinette

Giovedì 12 febbraio è stata organizzata a Torino un’iniziativa contro il provvedimento che abolisce il diritto all’anonimato per gli stranieri negli ospedali: medici e infermieri potranno d’ora in poi chiedere i documenti agli immigrati.

«Per i clandestini espulsione dal genere umano!

Niente cure o medicine per i senza documenti, perché ai pazienti che non li hanno non sarà garantito l’anonimato: medici e infermieri potranno denunciarli.

A Torino, dopo l’approvazione in Senato del pacchetto sicurezza, oltre l’80% degli stranieri non va più in ospedale.

Tra qualche giorno qualcuno starà male nell’androne di una casa, dietro ad un albero dei giardinetti, nascosto dentro una vecchia auto. Forse morirà.

Morirà per una legge razzista, perché il parlamento ha tracciato una linea tra uomini e no, tra chi ha diritti, compreso quello di vivere, e chi no.

In qualsiasi momento, anche ora, una donna partorirà senza assistenza, stringendo i denti e sperando che il suo bambino ce la faccia da solo. Un bambino clandestino, un’umanità clandestina.

Clandestina diverrà la dignità di un’intera società se resteremo indifferenti, permettendo che ciò accada in mezzo a noi.

Se un giorno qualcuno vi chiederà dove eravate quando la furia razzista si abbatteva su uomini, donne e bambini inermi, non dite che non c’eravate, non dite che non sapevate, non dite che dovevate obbedire.

I nostri nonni e le nostre nonne sapevano che di fronte al fascismo ribellarsi è giusto e seppero Resistere. Ora tocca a noi tutti.

Nella nostra città molti lavoratori della sanità portano il cartellino “siamo infermieri e medici, non spie”.

Sosteniamo la lotta di chi vuole rimanere fedele all’impegno di curare ogni essere umano, senza distinzioni, senza chiedere le carte.

Difendiamo la salute di tutti contro le leggi razziste!

 

Fed. Anarchica Torinese»

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 Hitler rafforza il suo dominio nel web

Nel dicembre 2005, come qualche lettore ricorderà, facemmo un grossolano esperimento: scegliemmo otto personaggi simbolo delle diverse ideologie (Bakunin e Kropotkin per l’anarchismo, Marx e Lenin per il marxismo-leninismo, Thatcher e Reagan per il moderno capitalismo, Mussolini e Hitler per il nazi-fascismo) e andammo a vedere su Google quanto erano citati.

Il risultato fu il seguente: Reagan 35,2% (sul totale delle citazioni riferite agli otto personaggi); Hitler 22,9%; Marx 21,1%, Thatcher 10,4%; Lenin 6,4%; Mussolini 2,8%; Bakunin 0,7%; Kropotkin 0,5%.

Nel marzo del 2007 ripetemmo l’esperimento: notammo un lievissimo incremento percentuale delle citazioni riferite a Bakunin ma, soprattutto, potemmo constatare come, nel frattempo, il più citato tra gli otto fosse divenuto Hitler (28,7%), seguito da Marx (26,6%) e da Reagan (21,1%).

Abbiamo riprovato nei giorni scorsi: Hitler ha aumentato il suo vantaggio, restando saldamente al primo posto con il 33,0% delle citazioni; Marx, al secondo posto, è calato al 25,9%; Reagan è  terzo con 19,2%. Seguono Lenin (9,3%); Thatcher (6,7%), Mussolini (4,6%), Bakunin (0,7%) e Kropotkin (0,5%).

Diverso è il discorso se ci si limita alle pagine web in italiano. Qui Mussolini e Hitler la fanno da padroni, ma le loro percentuali non aumentano. Nel dicembre 2005 guidavano la classifica con il 31,2% (Mussolini) e il 23,4% (Hitler); seguiti da Marx con il 23,1%; nel marzo 2007 Mussolini aveva il 24,5% e Hitler il 23,5%; ora detengono il 26,3% (Mussolini) e il 26,0% (Hitler) delle citazioni.

Marx rimane attestato sul 23,0%, seguito da Lenin (12,1%), Reagan (6,6%), Thatcher (3,5%), Bakunin (1,9%) e Kropotkin (0,5%).

(redazionale)

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Dalla Pantera all’Onda

Roberto Zani frena i nostri entusiasmi per il movimento degli studenti. E i fatti degli ultimi mesi sembrano dargli ragione. Eppure, considerando tempi più lunghi…

Ad un giornalista che gli chiedeva se l’attuale movimento degli studenti assomigliasse più al ’68 o al ’77, Bertinotti rispose senza esitazioni: “Semmai alla Pantera”. Per una volta, sono d’accordo con l’ex “Subcomandante Fausto”: il ’68 e il ’77 appartenevano ad un’altra fase storica. Il primo era stato preceduto da avanguardie artistiche e culturali che indicavano il superamento della vecchia società patriarcale e autoritaria; il secondo si innestò nelle trasformazioni operate dai “fratelli maggiori”. Entrambi erano caratterizzati da una forte carica ideologica.

La Pantera e l’Onda invece sembrano sorte dal nulla: nel primo caso dagli anni ’80 degli yuppies, della “Milano da bere” e di Craxi (“padrino” politico e protettore di Berlusconi); l’Onda dagli attuali “anni zero”.

Ho vissuto personalmente le vicissitudini della “Pantera” all’università di Bologna. Quel movimento ebbe vita breve ed è una pagina di storia sociale e politica forse minore, ma non senza importanza. Ai giovani il compito di giudicare se esistono effettivamente similitudini tra quell’esperienza di lotta e l’odierna.

All’inizio del 1990 era caduto di recente il muro di Berlino, ma l’evento sembrava interessare molto relativamente gli studenti; già da qualche mese proteste e picchetti mostravano un’inquietudine che si agitava negli universitari, i quali vivevano una lenta ma inesorabile erosione dei loro diritti. A Palermo l’università venne occupata per protestare contro il degrado dell’edilizia scolastica e per il diritto allo studio. In breve le occupazioni si estesero in tutta Italia e il movimento assunse quel nome perché una pantera era fuggita da un circo, terrorizzando la vasta audience della cronaca mass-mediatica.  

Il progetto di legge contro cui si battevano gli studenti si chiamava “Ruberti” (dal nome del ministro in carica). Le linee guida di quella “riforma” erano: autonomia universitaria (leggi meno fondi statali e aumento delle tasse), indirizzo della ricerca verso le esigenze del mercato, coinvolgimento di soggetti privati nell’università. Il movimento rivendicava invece la libertà di ricerca e si opponeva alla riproposizione di una selezione classista e meritocratica degli studenti da attuare con l’aumento delle tasse e il numero chiuso.

Naturalmente i pochi giovani che nel decennio precedente avevano “vissuto a sinistra”, sempre più isolati e ghettizzati in spazi sociali che andavano via via restringendosi nella generale omologazione degli “anni di plastica”, si buttarono a capofitto nel movimento; ma la grande massa dei “panterini” proveniva invece da un passato apolitico. Tale distinzione si manifestò soprattutto nelle facoltà meno organizzate dove, - ad esempio - esisteva una gestione esclusivamente assembleare delle occupazioni, in cui chi aveva già racimolato qualche abilità politica e oratoria spiccava con facilità. Le cose andarono meglio nelle facoltà in cui si erano organizzati dei gruppi di studio/lavoro, che aiutò lo sviluppo di un lavoro politico collettivo. In molti cominciarono a scoprire che non esistevano solo interessi “corporativi”, ma che l’attacco delle istituzioni ai diritti degli studenti andava collegato ad un contesto ben più ampio e complesso.

L’ideologia era tuttavia considerata dalla grande maggioranza degli studenti come qualcosa di vecchio e lontano, un errore in cui erano caduti i precedenti movimenti. Fu infatti un’autentica sorpresa generale quando il movimento bolognese si autodefinì antifascista: era il frutto di un “colpo di mano” degli autonomi, che sembravano scomparsi da secoli e che invece stavano riorganizzandosi in alcune facoltà per “guadagnare” la leadership del movimento felsineo. Naturalmente fecero lo stesso i giovani del partito comunista, organizzati nella FGCI del segretario Caronna. Furono proprie le diatribe tra queste due fazioni a decretare la rapida fine del movimento bolognese: dopo un’assemblea molto partecipata nell’aula di Santa Lucia caratterizzata da pesanti violenze verbali, la grande massa dei giovani si ritrasse schifata. La successiva assise cittadina andò deserta.

In altre città italiane il movimento ebbe una maggior durata e coinvolse anche gli studenti medi; tuttavia, la fine delle occupazioni veniva istintivamente considerata da tutti come la conclusione di quell’esperienza movimentista. E così fu: non c’erano, in quella generazione, le capacità politiche per organizzarsi subito in qualcosa di più solido e duraturo.

Eppure, nulla fu più come prima. Le occupazioni avevano dimostrato che era possibile una socialità autentica, fuori dagli schemi alienanti e atomizzanti della vita universitaria istituzionale. Fu quindi un bisogno essenzialmente prepolitico ad essere soddisfatto dalla Pantera, che risultò però decisivo nel rimettere in moto percorsi e a sviluppare interessi culturali e politici. Non a caso, all’inizio degli anni ’90 cominciarono a riaprire gli spazi sociali, che nel decennio precedente si stavano drammaticamente chiudendo. In quegli anni cambiarono anche i gusti musicali (autentico pilastro dell’identità giovanile): dalla musica elettronica e commerciale si passò al rock (vecchio e nuovo) e al pop di derivazione sixties. Anche il look, fattore non secondario nella cultura giovanile, subì l’influenza di modelli che - in qualche modo - si richiamavano agli “alternativi” degli anni ’70.

Insomma, la Pantera fu la svolta che permise la creazione di una soggettività collettiva generazionale, fino ad allora impedita o fortemente manipolata dal capitalismo e dai modelli consumistici imperanti nel precedente decennio di riflusso. Il nuovo contesto sociale e culturale (prima ancora che politico) costituì il “brodo di coltura” in cui si innestò il movimento cosiddetto “no global” nato simbolicamente con la rivolta di Seattle. L’esaurirsi, dopo Genova, di quel movimento decretò la fine di un ciclo che in Italia ebbe inizio proprio con la Pantera.

Forse anche l’Onda, sorta dopo anni in cui i giovani sembravano completamente omologati al sistema, può costituire l’inizio di un nuovo ciclo indipendentemente dalla sua durata e dagli esiti immediati. Certo, il capitalismo e il potere pervasivo del consumismo in quasi vent’anni si sono ulteriormente potenziati ed erano perciò necessarie, per creare una mobilitazione che appare ben più consistente della Pantera, cause che vanno oltre il diritto allo studio e la “riforma Gelmini”: come la crisi economica, da far pagare anche ad una generazione di futuri precari e disoccupati.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             Roberto Zani

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