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Paolo Poli

      
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Sillabari

di e con Paolo Poli Interpreti: Paolo Poli e la sua compagnia. Produzioni teatrali Paolo Poli 

Un teatro che nessuno mai si stancherà di vedere, quello di Poli, perché gioca, con grande eleganza, sul doppio senso, sulla beffa, sull’equivoco. L’indimenticabile storico della letteratura e del teatro Luigi Baldacci, suo compagno di università, diceva sempre: “Sì, ma il teatro di Paolo è un po’ statico, sempre vincolato dalla stessa struttura”. Vero, in parte: c’è lo sketch, la narrazione, la canzone etc.; ma... bisogna saperlo fare, altrimenti il pubblico s’annoierebbe o diserterebbe le recite, cosa che invece non avviene. Insomma, di Baldacci è da accettare la descrizione, non la valutazione. 

Stavolta Poli prende spunti dai “Sillabari” di Goffredo Parise, scrittore veneto irriverente, nemico di comunismo di stato (o fascismo rosso, come disse autorevolmente qualcuno) e fascismo. La prima parte è tutta d’ambiente bellico-fascista, meglio, relativa agli ultimi anni della seconda guerra mondiale, con tanto di canzoni anche tedesche (il tedesco di Paolo è abbastanza avventuroso, non per questo meno gradevole, anzi...), ma soprattutto spagnole, francesi, italiane.

Scene su storie di innamoramenti en travesti, mai senza un fondo decisamente amarognolo, storie di ordinaria, ma anche “straordinaria” (?) pedofilia, sul grottesco della vita in genere. Permanenze in hotel da sfollato, per un ragazzino che ha un molto più anziano compagno di stanza, forse una spia... Ma anche “Il buco”, una spiaggia molto particolare... 

Da vedere e apprezzare sempre, che si parli del fasci-nazismo che appoggia Francisco Franco, uccidendo Garcia Lorca (esplicitamente citato, peraltro), delle storie d’amore “andate buche” per motivi di diseguaglianza sociale, ancora di altro e di più, per riflettere sul “senso della vita”, ammesso che ci sia.

Anche il componimento poetico finale, atroce/soave filastrocca sull’estensione del membro virile, che in altri (per esempio anche Dario Fo, per fare un nome noto a tutti) potrebbe avere qualche deriva volgare, qui rimane a livello altissimo, senza alcuno scivolamento.

Da non perdere, perché Poli è sempre sublime. Potrebbe stare in scena a mo’ di manichino (ricordiamo di averlo intervistato, tre lustri fa, era sul palcoscenico immobile, potrebbe essere stato pura sagoma) e già farebbe spettacolo. Ma fa anche molto di più, come s’è cercato di dire.

Delle scene del compianto Emanuele Luzzati, “grande poeta della scena” (ancora Baldacci) e dei costumi di Santuzza Calì, degli stacchetti musicali di Jacques Perrotin bisognerà pur dire qualcosa, come anche delle coreografie di Alfonso De Filippis: una perfetta composizione di segni, sogni e saperi diversi ma convergenti. 

 

Eugen Galasso

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Anema e Core

di e con Vincenzo De Caro - Musica e arrangiamenti di Andrea Rinaldi, al piano Giacomo Ferrari, progetto scenico: Angelo Codolo 
           
Storie. Passioni. Tradimenti. Farse. Erotismo napoletano. 

Questo il sottotitolo, abbastanza completo-esaustivo, di questo spettacolo ideato e realizzato/interpretato (in palese, efficace autoregia) da Vincenzo De Caro, attore,  cantante e autore napoletano da vent’anni residente a Firenze, con evidenti periodi di ritorno a Napoli. 

De Caro, che si presenta (a Firenze, diamine!) in italiano, tratta tanti temi, dall’amore e il tradimento (“Agata, tu mi tradisci”) alla morte (“A livella” di Antonio De Curtis, in arte Totò, in cui l’attore diceva essere noi persone tutte uguali, al di là di ceto, genere, professione, altro ancora), alla scatologia (insomma escrementi e corredo vario), alla poesia del Caffè (da “Questi fantasmi” di Eduardo de Filippo).

Si parte con “La psiche della donna”, eterno tema  (almeno da “La donna è mobil qual piuma al vento”), si passa per i brani cui s’è accennato, né si tralasciano quelli “napoletani” ma non del tutto, come “Parlami d’amore, Mariù” di Vittorio De Sica,  che però era di Sora, quindi Ciociaro…

La malinconia, l’amore, la passione, ma anche la nonchalance napoletana, che segna un  tema di notevolissima importanza in questa scorribanda, dove De Caro non solo “si destreggia bene” (sarebbe poco, francamente) ma si afferma con efficacia in uno spettacolo variamente collazionato, ma ideato e assemblato solo da lui; oltre a tutto rendendosi comprensibile anche a chi (come l’estensore di questa nota) di napoletano non capisce quasi nulla, pur frequentando i teatri da decenni.

Persino l’uso dei video (tratti da filmati classici, quali “L’oro di Napoli”) non è debordante, ma risponde alle reali necessità sceniche dello spettacolo.  E il maestro Ferrari gioca intelligentemente con De Caro, certo rimanendo nel suo ruolo “riservato” di pianista.

Eugen Galasso   

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Vermiglio Rosso Gabriel

del gruppo Setazagarateatro; regia e ideazione di Elisa Ribichini;   di e con: Alessandra Galeotti, Silvia Melle, Elisa Ribichini, Gemma Scarponi; testo di Gabriel Garcia Márquez e del teatro Seta Zagara. 
         

Locale raccolto, pubblico seduto circolarmente rispetto alle quattro attrici, che cantano, recitano, “danzano” (non nel senso classico del termine). Effetti sonori, buio-sorpresa (ed una volta c’è anche lo shocking, ma non vogliamo anticipare nulla).

La storia? Quella della Repubblica Colombiana (due volte la Francia, ricordiamolo, noi “poveri” Europei), con tutta la sua guerra civile lunga un secolo e più (tra Conservadores e Liberales, cioè Socialisti), ma anche il ricorrente caudillismo; in contrapposizione, a mo’ di contrappasso dantesco, la radio trasmette un discorso di  Ernesto Che Guevara, riconoscibile dal timbro vocale e dalla pronuncia spiccatamente argentina.

Un discorso, appunto, contro l’imperialismo in generale, pur se, nel caso, era inteso quella USA...

L’uso della radio, le “dissolvenze” (a teatro non si chiamano così, ma i momenti bui), la presenza - non/presenza del “Duende”, ossia il doppio, l’altro, risultano sostanzialmente inquietanti, ma appunto per questo inseriscono quell’elemento che a teatro spesso manca o almeno è carente.

Le sinestesie tra voce /canto /corpo/movimento sono decisamente innovative, in questo che voleva  essere, all’inizio del percorso, un laboratorio, ma che ormai si presenta come uno spettacolo finito.

I significati, poi, non sono certo ultimi,  si riferiscono alla storia colombiana e sono quelli politico-sociali. Escono anche belle storie della Colombia, di recente; ma la più bella, grande e completa, è quella tracciata da Márquez stesso, non solo in “Cent’anni di solitudine”, ma in tutti i suoi racconti e romanzi, persino nei suoi reportage giornalistici.

Ci sono anche i sentimenti: amore e morte (declinati in maniera post-romantica), odio, vendetta, con il colonnello che... qui una piccola sorpresa per il pubblico; il quale, ne siamo sicuri, ci sarà anche al di fuori dell’Anconetano, dove finora lo spettacolo è stato presentato dalle sue bravissime interpreti: Alessandra Galeotti, Silvia Melle, Gemma Scarponi, Elisa Ribichini, regista e drammaturga che certo non si risparmia come attrice.  

Il “RossoVermiglio” ha tanti significati, autorizza tante letture diverse, da non sottovalutare, anzi da cogliere appieno. Soprattutto oggi che, dalla Grecia alla Svezia e alla Norvegia, l’Europa è inquieta; che in altre parti del mondo (Colombia, certo, ma non solo) scorre il sangue, scorrono lacrime, scorrono soldi provenienti da orrende attività illecite. Su tutto ciò anche questo spettacolo può farci riflettere con notevole profitto, crediamo.   

Eugen Galasso
 

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