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Schermi di febbraio

The Wrestler

Locandina del film The Wrestler

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Schermi di febbraio

Dopo l’abbuffata di gennaio, anche il mese di febbraio si preannuncia ricco di spunti cinematografici interessanti. Siamo in zona Oscar (la premiazione sarà il 22 febbraio) e i distributori fanno il possibile per sfruttare il richiamo mediatico dei film candidati. Ecco quindi arrivare Il dubbio, di John Patrick Shanley (con cinque candidature all’attivo), e Il curioso caso di Benjamin Button, di David Fincher (candidato addirittura a tredici statuette). Il primo, tratto dall’omonima pièce teatrale con cui Shanley vinse nel 2005 un Tony Award e il premio Pulitzer, si basa sul dubbio che si insinua nella preside di una rigida scuola cattolica del Bronx quando una giovane insegnante accusa di pedofilia un carismatico sacerdote. Se all’interesse per il soggetto si aggiunge che il cast affianca un mostro sacro come Meryl Streep e un attore espressivo come Philip Seymour Hoffman, il successo è assicurato. Destino analogo per il chilometrico film di Fincher (159 minuti di durata) in cui Brad Pitt è un uomo che nasce vecchio per poi ringiovanire nel corso degli anni. I problemi sorgono quando si innamora di una bambina (che da adulta godrà della forte presenza scenica di Cate Blanchett). Deve infatti aspettare che entrambi abbiano l’età giusta per amarsi. L’origine letteraria è un racconto breve di Francis Scott Fitzgerald, adattato per l’occasione da Eric Roth, già sceneggiatore, tra gli altri, di “Forrest Gump” e “Insider”. Tra gli esclusi, incontrerà sicuramente il favore del pubblico Gran Torino, l’ultima opera dell’infaticabile Clint Eastwood. Nato come piccolo film, ha dominato a sorpresa il botteghino americano nel weekend di debutto. La materia narrativa è in effetti incandescente. Si parla di razzismo (il protagonista Walt Kowalski è un reduce della guerra di Corea sfacciatamente ostile ai tanti coreani che popolano il quartiere di Detroit in cui abita), di solidarietà (anche se maltrattati da Kowalski i vicini di casa coreani cercheranno un punto di contatto) e di affetti (il protagonista è vedovo, ha un carattere difficile e si è allontanato dai suoi familiari). Tra l’altro Eastwood ha dichiarato che dopo questo film si dedicherà esclusivamente alla regia, quindi potrebbe essere l’ultima occasione per vederlo davanti alla macchina da presa.

L’Italia, nel frattempo, esclusa dalla ribalta mondiale dopo che i giurati dell’Academy non hanno scelto “Gomorra” di Matteo Garrone come candidato tra  i migliori film stranieri, non resta a guardare. Febbraio vede infatti l’arrivo dell’atteso Ex, la commedia corale di Fausto Brizzi sulle coppie che scoppiano. Dopo il successo di “Notte prima degli esami”, e della fotocopia “Notte prima degli esami – oggi”, il regista romano intreccia i destini di sei coppie sull’orlo della crisi. Tra gli interpreti Silvio Orlando, Claudia Gerini, Claudio Bisio, Cristiana Capotondi, Nancy Brilli e Alessandro Gassman. Riuscirà il cinema italiano a uscire dai cliché della commedia grossolana e dal qualunquismo dilagante? Chi non se la sente di verificarlo in sala può allontanarsi dagli anonimi multiplex periferici e tentare la strada delle poche monosale cittadine, che ancora resistono grazie a una programmazione per lo più d’essai. Tra le possibili sorprese un titolo si annuncia piuttosto curioso. Si tratta di Il primo respiro, il documentario francese di Gilles de Maistre sulla nascita di un essere umano. Il regista documenta, in un cammino durato tre anni di lavoro e quindici mesi di riprese, il parto di dieci donne in luoghi diversi: Francia, Stati Uniti, Vietnam, India, Brasile, Niger, Tanzania, Giappone, Messico, Siberia. Nessun giudizio, stando alle recensioni, nell’evidenziare le diversità, ma il tentativo di documentare un momento magico e irripetibile. “La nascita”, ha dichiarato de Maistre, “è un argomento che ci riguarda da vicino e che, insieme al momento della morte, è una delle due esperienze che tutti abbiamo in comune. Volevo raggiungere quella verità, mostrarne l’essenza e raccontarne le sfaccettature attraverso dieci storie ambientate in luoghi e culture differenti”. Dovendo però consigliare un unico film da vedere nel corso del mese, la scelta cade sicuramente su The Wrestler di Darren Aronofsky, già vincitore del Leone d’Oro all’ultimo festival di Venezia e probabile Oscar come Migliore Attore per il bravo, e quanto mai in parte, protagonista Mickey Rourke.

 

The Wrestler  di Darren Aronofsky con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood

Darren Aronofsky abbandona gli svolazzi metafisici di “The Fountain – L’albero della vita” e lo stile visionario del suo apprezzato curriculum per dedicarsi a una storia dall’impianto classico. Il protagonista è infatti un ex campione di wrestling, quella forma di intrattenimento a metà strada tra la lotta e lo show, che cerca un rilancio dopo un fisiologico declino. Il cammino verso l’integrazione e una vita senza eccessi passa attraverso il desiderio di riconciliazione con la figlia e la possibile relazione con una spogliarellista. Ma il richiamo del ring, le grida dei fan, il gusto per l’esibizione, l’opportunità di avere un palcoscenico in cui essere qualcun altro, si rivelano l’unica luce in grado di rischiarare il grigiore del quotidiano. Non è il Rocky del wrestling, come in molti hanno detto, anzi, il personaggio di Randy Robinson, detto “l’Ariete”, è quasi antitetico rispetto al pugile di Sylvester Stallone. Non ci sono infatti riscatto, pacificazione, amore ritrovato, ma un percorso che passa dall’inseguire un’illusione a una dolente consapevolezza che rende chiaro come il cuore batta, fino a quando ce la fa, verso un’unica direzione: quella del ring. Aronofsky pedina il suo protagonista mostrandolo spesso di schiena, come se un solo lato della sua personalità, quello più debordante, fosse visibile, mentre il suo intimo resta sempre impenetrabile. Almeno fino a quando il suo tentativo di aprirsi in modo diverso al mondo non trova il conforto di un riscontro, il calore di un contatto capace di scacciare la solitudine. Anche allora, però, le ombre continuano a essere presenti e a condizionare le scelte, non sempre virtuose, del presente. Non è un cammino così convenzionale quello scritto da Robert Siegel, il quieto vivere resta lontano, ma non più miraggio, bensì rifiuto grazie a una nuova, forse definitiva, coscienza di sé. Assolutamente centrata l’interpretazione di Mickey Rourke, una carriera all’apice del successo mandata all’aria da una carica autodistruttiva che ne ha fatto prima un pugile e poi un semi-freak adatto solo a camei. C’è molto di lui nel personaggio di Randy, e si vede. Una storia personale che è un perfetto film hollywoodiano, in cui le cadute e le risalite affollano sceneggiature di vite prima adorate e poi perdute. Nel cast si distingue anche Marisa Tomei, che dopo l’oblio post Oscar (“Mio cugino Vincenzo”) pare decisa a farsi notare a ogni costo. Sempre sensibile la giovane Evan Rachel Wood, star in ascesa in odore di consacrazione. Molto efficace il finale alla “Thelma e Louise”, con un salto interrotto solo dalle note di Bruce Springsteen che chiude un bel percorso umano di caduta e nuova vita. Il che non significa per forza resurrezione.

Luca Baroncini

 

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