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Se
lo stanno chiedendo in molti. Forse in troppi. Forse anche qualcuno in
quel di
Pechino. Di
certo, contro la crisi economica non c’è Obama che
tenga: dovremo cavarcela da
soli… Le truppe israeliane hanno abbandonato la striscia di Gaza, lasciando dietro di sè oltre mille morti, giusto in tempo per l’investitura di Obama. Così il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America ha potuto iniziare il suo mandato senza dover subito togliere le castagne dall’inestinguibile fuoco del Vicino Oriente. Nel discorso inaugurale ha detto tante cose, tra le quali che sogna un mondo “di libertà ed eguaglianza”. Che sia un compagno? Abbiamo più di qualche dubbio in proposito. Anche se, nel corso del concerto col quale è stata festeggiata la sua elezione, il vecchio Pete Seeger (89 anni) ha potuto cantare, finalmente, la versione originale di “This Land is My Land” di Woody Guthrie, compresa la strofa in cui si mette in dubbio la legittimità della proprietà privata della terra. In molti si chiedono se l’elezione di Obama porterà a qualche cambiamento significativo. Abbiamo provato a far rispondere, attraverso un loro comunicato riportato a pagina 7, alcuni libertari statunitensi. In particolare, è lecito domandarsi che cosa cambierà nei rapporti tra USA e Cina. Non è chiaro. E’ certo che il confronto a distanza (mica tanta) tra le due potenze continuerà, ma qualche indizio fa pensare che la potenza in declino possa alla fine accordarsi in qualche modo con quella in ascesa (e la vittoria di Obama potrebbe avere a che fare con questo). L’attenzione dei media resta puntata (una volta tanto, giustamente) anche sulla crisi economica. Crisi che continua a mietere vittime attraverso la chiusura di imprese e i tagli alla spesa pubblica. Si parla sempre più spesso di autogestione, intesa, in questo contesto, come strumento per cercare di salvare posti di lavoro. E nel frattempo Ugo Calzolari, rettore di una delle più antiche università del mondo, quella di Bologna, dichiara, senza mezzi termini, che “nel 2010, con la finanziaria, semplicemente non esisteranno più le università; perché viene tagliato tutto; non avremo nemmeno la cifra sufficiente per pagare gli stipendi e le utenze”. Eppure i soldi ci sarebbero, come spiega Giorgio Tassinari, docente presso la stessa università, nell’articolo riportato a pagina 9… C’è il rischio che anche per l’istruzione, più che di “autoriforma”, come finora ha fatto il movimento degli studenti, si finisca col dover parlare di “autogestione”. La terminologia libertaria, del resto, sembra essere tornata di moda all’interno della sinistra, almeno a giudicare dagli articoli apparsi su Liberazione (ne parliamo a pagina 5). Ben altri termini, invece, vengono usati da coloro che governano il paese: è di pochi giorni fa la notizia che la Gelmini, ministro all’istruzione, con il pretesto del bullismo, vorrebbe dotare tutte le aule scolastiche di videocamere, in modo da poter controllare ciò che vi accade dentro (per acquistare quelle i soldi non mancano, evidentemente). Sacconi vuole vietare totalmente gli alcolici agli automobilisti che hanno meno di ventun anni e ai conducenti professionisti. A Bologna, addirittura, Rafia, un musulmano che era andato in questura per comunicare il percorso di una manifestazione politica, risulta essere indagato perché, al termine della manifestazione, i suoi correligionari si sono messi a pregare in piazza (e quest’ultima cosa non era stata notificata). Lo condanneranno per aver
partecipato a
una “preghiera non autorizzata”? Il 12 gennaio Barack Obama, in attesa di diventare presidente degli USA, ha promesso alla Cina che continuerà a sviluppare le relazioni diplomatiche tra i due paesi. Secondo quanto scritto su The China Daily, l’ex presidente Jimmy Carter, in visita a Pechino, avrebbe consegnato personalmente il messaggio al presidente cinese Hu Jintao, durante il loro incontro nella Grande sala del popolo. Già
quando Hu Jintao aveva telefonato a Obama il 9 novembre,
per congratularsi della sua vittoria alle elezioni, il futuro
presidente aveva
detto che lo sviluppo della Cina e il successo e gli interessi degli
Stati
Uniti sono correlati. Il quotidiano cinese scritto in lingua inglese, veicolo del governo per diffondere le notizie ad un pubblico straniero, ha affermato nell’editoriale: “Data la premura del popolo americano nell’interrompere gli anni di Bush, ci sarebbe molto stupore, o meglio preoccupazione, se il nuovo presidente ignorasse i progressi duramente ottenuti nei legami bilaterali”. “Dopo decenni di drammatici sali e scendi – prosegue l’articolo - per la prima volta relazioni volubili stanno iniziando a dare segni di stabilità”. “La buona notizia per Obama – conclude - è che il suo predecessore, in otto anni di incarico, ha posto le fondamenta per una delle relazioni mondiali più influenti. E’ un buon lascito che dovrebbe generosamente accettare”. La cattiva notizia per gli abitanti del pianeta - ci verrebbe da aggiungere, ricordando un vecchio proverbio – è che quando gli elefanti lottano tra loro calpestano i fili d’erba, quando fanno l’amore anche.A proposito della polemica che sta lacerando Rifondazione Comunista Così diceva, alcuni anni fa, un compagno (napoletano) a proposito del successo delle idee libertarie, dopo aver affermato che “l’anarchismo, all’interno della sinistra, guadagnerà consensi, a prescindere dall’attivismo degli anarchici”. Un concetto simile è stato formulato recentemente da Goffredo Fofi che, parafrasando Croce, ha spiegato, nel corso di un convegno, “perché non possiamo non dirci anarchici”. La polemica che sta dilaniando il Partito della Rifondazione Comunista sembra dar loro ragione. Scrive Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, l’11 gennaio: «Ieri eravamo tristi. Perché quello che va oggi in edicola è l’ultimo numero di un “ciclo” che è durato molti anni, ed è stato importante nella storia del giornalismo italiano. (…) E’ la conclusione di un ciclo perché la maggioranza del Prc, partito editore del giornale, ha deciso di mettere la parola fine alla storia dell’autonomia e di nominare un commissario politico che garantisca la sottomissione del giornale alla linea del partito e alle sue esigenze. (…) Mi hanno detto - i dirigenti di Rifondazione - che devo andarmene perché non rispetto la linea del partito. Anzi, mi hanno detto che la contrasto apertamente. Mi sono chiesto: ma qual è la linea del partito? Quando Liberazione l’ha contrastata?» E qui fa un lungo elenco delle battaglie portate avanti dal quotidiano. «Ha contrastato la linea – si domanda, tra l’altro - quando ha denunciato le dittature, anche quelle comuniste, ha preso le distanze dal castrismo, ha condannato la Cina? (…) Quando ha detto che la libertà è un valore che viene prima di tutto e che non può essere in nessun modo limitato, o ridotto, o subordinato? (…) L’altro giorno Paolo Ferrero mi ha detto che a lui dispiace che sia andata a finire in questo modo. E che se io dopo il congresso di Chianciano non avessi “alzato il tiro”, cioè reso sempre più polemico il giornale, si sarebbe trovata una soluzione. (…) La verità è che il tono non lo ha alzato il giornale, ma il partito. Che ha cambiato repentinamente tutte le sue posizioni. Che è arrivato fino ad esaltare il muro di Berlino, il comunismo di Honecker, di Breznev, di Gomulka. Noi abbiamo cercato solo di resistere, di mantenere vivo il cammino che la sinistra, e il comunismo italiano, avevano percorso in tutti questi anni (…). Io pensavo che Ferrero, che non è uno stalinista come molti suoi compagni di viaggio, avrebbe potuto farsi forza con Liberazione, con le sue battaglie, per evitare di finire prigioniero. Ma ha preferito un’altra strada. Evidentemente ha fatto un calcolo “tattico”, si è convinto che riuscirà a liberarsi da solo. Glie lo auguro con tutto il cuore e persino - non ci crederete - con simpatia. Ma non ci credo. Io però oggi ho paura. (…) Paura perché non vedo più la sinistra, mi pare senza anima, senza idee, senza cuore. Non vedo più né la vecchia sinistra riformista, né quella radicale, che avevo incontrato a Genova. Ho paura perché sento che più nessuno trova necessario il “culto della libertà”. (…) Ho paura perché mi pare che all’orizzonte ci sia il buio, e che se non riusciamo a riprendere il filo dei nostri discorsi libertari e socialisti, vincerà Berlusconi, per dieci anni, per cento, per sempre. (…)» Stupisce una simile, appassionata, difesa del socialismo libertario da parte del direttore dell’organo di uno dei partiti eredi della tradizione stalinista. Ma Paolo Ferrero, segretario del partito, non è da meno. Sullo stesso numero di Liberazione, rispondendo a tale Claudio, scrive: «Da una decina di giorni è cominciata una nuova campagna stampa: riguarda il fatto che la Rifondazione Comunista di oggi non avrebbe nulla a che fare con la storia di questi anni (…). Io penso che questa campagna, che fa leva in particolare sulla scelta di cambiare il direttore di Liberazione (…) sia finalizzata a legittimare la scissione che alcuni compagni e compagne stanno preparando. In fondo la logica è semplice: Rifondazione non è più quella di una volta per cui si può, anzi si deve andare via, in nome di una coerenza con Rifondazione stessa. In qualche modo ci troviamo di fronte ad un classico: ogni scissione nella storia del movimento operaio è stata giustificata in nome dell’ortodossia; in altri anni si faceva in nome di Marx e della rivoluzione, oggi... Il fatto che io pensi che vi è un intento del tutto strumentale e politico dietro a questa campagna mediatica sullo stravolgimento di Rifondazione Comunista, nulla toglie al fatto che questa tesi deve essere affrontata e discussa con attenzione. Proverò a farlo qui di seguito con tre riflessioni. In primo luogo non è la prima volta che Rifondazione Comunista viene accusata di tradire se stessa. Ad esempio dopo la rottura con il primo governo Prodi venimmo inondati di insulti e ci venne imputato di essere usciti dalla tradizione del comunismo italiano. Si disse che Rifondazione era diventata un partitino estremista e gruppettaro. (…) Io da questo trarrei una prima considerazione: quando Rifondazione svolta a sinistra, rompendo gli elementi di comunanza di ceto politico e ripropone il tema della trasformazione sociale come elemento fondante il proprio agire e non solo i propri discorsi, il tentativo di distruggerla scatta immediatamente. Non attraverso la repressione ma attraverso la denigrazione: tanto più feroce quanto è alto il grado di vicinanza politica del denigratore. In secondo luogo è bene chiedersi se la storia del Prc possa essere utilizzata come un tutt’uno da cui oggi staremmo fuoriuscendo. Io penso che la storia di Rifondazione sia una storia assai varia a articolata, con cambiamenti, rotture, svolte a 180 gradi. Il Prc ha avuto - se ho contato bene - almeno 5 scissioni. Da destra sulla vicenda del governo Dini, poi sulla vicenda del governo Prodi; da sinistra, quella di Bacciardi e poi ancora con il secondo governo Prodi, Ferrando e - dopo l’espulsione di Turigliatto - i compagni di Sinistra critica. Senza arrivare alle scissioni, abbiamo avuto la Rifondazione Comunista “cuore dell’opposizione” guidata dal compagno Garavini, fatto fuori da segretario in drammatici Cpn. L’elezione di Bertinotti nel Congresso successivo con la proposta di unità del fronte progressista. Poi abbiamo visto la rottura di quella maggioranza congressuale sulla vicenda del governo Dini e l’ingresso in maggioranza di una parte delle minoranze congressuali. In seguito abbiamo avuto l’alleanza con Prodi nel 1996, poi la rottura, con la scissione di Cossutta, poi la teorizzazione delle due sinistre, la partecipazione al movimento di Genova con la teorizzazione che lo sbocco politico del movimento era il movimento stesso, salvo poi decidere di costruire l’Unione partecipando a pieno al secondo governo Prodi; da ultimo la Rifondazione Comunista che partecipa alla Sinistra Arcobaleno con Bertinotti che - pochi giorni prima delle elezioni - ci dice dover diventare il primo passo di un nuovo partito politico. (…) La storia di Rifondazione è una storia travagliata con grandi crisi, rotture, discussioni, in cui le stesse persone - a partire dal sottoscritto - hanno giocato ruoli diversi nelle diverse fasi. (…) Storia travagliata con un punto che - nel bene e nel male - mi pare abbia caratterizzato tutta la storia del Prc: sostanzialmente ha sempre prevalso la democrazia rispetto ad una gestione oligarchica (…). Il filo rosso della nostra storia che oggi si vuole mettere in discussione è proprio questo: la possibilità per gli iscritti e le iscritte di decidere liberamente del destino della propria organizzazione politica, della propria comunità. Anche, ci si permetta, del direttore di Liberazione. Il fatto che tutti noi abbiamo attraversato questa storia e queste contraddizioni, a volte in maggioranza a volte in minoranza, non autorizza nessuno a rivendicare una Rifondazione Comunista autentica da brandire contro qualcun altro come una clava. La pubblicazione della Storia del P.C. dell’Urss da parte di Stalin aveva lo scopo di legittimare le sue aberranti pratiche politiche e il suo gruppo dirigente. Mi parrebbe opportuno evitare una operazione simile in cui la storia di Rifondazione viene riscritta ad uso e consumo di delegittimazione di un gruppo dirigente e di legittimazione di un altro. (…)» Insomma, Ferrero, non senza buone ragioni, rimanda l’accusa di stalinismo al mittente. Non sappiamo quanto i due contendenti siano in buonafede, nel prendere le distanze dalla tradizione autoritaria del loro partito. Come in altre occasioni, diamo per buono il presupposto che lo siano (altrimenti, come potremmo prendere sul serio le loro affermazioni?). Ma, anche se non fossero in buona fede, il semplice fatto di rivendicare con forza il socialismo libertario o la possibilità per gli iscritti di decidere liberamente del destino della propria organizzazione politica rappresenta una notevole novità nel panorama costituito dagli eredi di quello che fu il più potente partito stalinista dell’Occidente. La cosa ha dell’incredibile? “Amoro”, tu ci devi credere!
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