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Cenerentola


      Natascia Macchniz
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Halloween, diavoli, magia e altre cose

 (Dante in spagnolo, ma per Latinos)

Idea e drammaturgia: Natascia Macchniz. Fonica: Juan Carlos Torres.

Interpreti: Natascia Macchniz, Nuriz Isabel Mendoza. Organizzazione: Associazione Latinoamerica y su gente.    

Dante è conosciuto in tutte le università  europee, russe, asiatiche,  statunitensi, canadesi, australiane; meno in Sudamerica, salvo in Argentina (Borges sapeva Dante a memoria) e un po’  in Venezuela e Uruguay (dove l’immigrazione italiana è stata forte); in altri paesi dell’America Latina, salvo che a letterati e attori, il nome di Dante è praticamente ignoto: provate a chiedere chi sia messer Alighieri a un ingegnere peruviano, a un biologo colombiano, a un medico paraguayano…

Un  Dante in lingua spagnola, pur se con accento latino americano, è quindi una proposta abbastanza nuova, per le piccole realtà associative italiane destinate ai Latinos. Non se n’è fatta promotrice la “Dante”, ma L’Asociaciòn citata sopra.

Scena semplice, triangolare, candela in mezzo, tre leggii, abiti da streghe (era pur sempre Halloween) per le due attrici; mentre Juan Carlos Torres, non rifiutando il cappello da stregone, era in abiti quasi borghesi, ma abbastanza in tono con la serata. I tre interpreti si muovevano in senso antiorario, le attrici, di formazione diversa, leggevano/ interpretavano Dante, L’una (Natascia) nell’italiano medievale, l’altra (Nuriz) nella versione spagnola, metrica anch’essa,   abbastanza    aderente  all’originale. Stili interpretativi diversi, ma confluenti in un progetto anche “didattico”, cui hanno dato un notevole apporto le musiche, scelte da Vincenzo Piaggesi, docente del Conservatorio di Pesaro, con l’aggiunta di un brano di Niko, della “Factory” di Andy Warhol, per il Canto V dell’Inferno (Paolo e Francesca). Giustamente Juan Carlos Torres ha contestualizzato Dante nella cultura del suo tempo, con riferimento a Juan Manuel, al Beowulf, ai troubadours europei,  ad altre realtà dell’epoca.

Dante confinato all’Inferno? No, una realtà più ampia, ma,  per gli autori dello spettacolo, la luce di Dio - certo non un Dio clericalmente inteso - se pure da lontano, toccherebbe anche l’Inferno passionale di Paolo e Francesca.

Tutto in spagnolo, si diceva (salvo la lettura dell’originale) ma anche qualche interessato di lingua italiana s’è dato il compito di partecipare, a dimostrazione del fatto che:  A) lo spettacolo fatto bene non conosce divisioni etnico-linguistiche;  B) i temi universali (stavolta era l’Inferno dantesco, ma potrebbero essere le altre due cantiche della Commedia) valgono sempre e comunque, oltre ogni latitudine e longitudine...

Dante, poi, non è solo religione, apologetica e teologia dogmatica, neppure poesia pura (ammesso che questa esista...), ma una lingua che ci parla dell’oggi, del nostro essere nel mondo, alla presenza di problemi come il bene, il male,  la società.

Di Dante si può dare anche una lettura esoterica, anzi sarebbe quella appropriata, mentre il poeta fu costretto poi  a leggere tutto in chiave “ristretta”, per non avere problemi più grossi di quelli che, come sappiamo, comunque ebbe.

Dante politico, inutile ripeterlo sempre, ma è profondamente vero.

 

Eugen Galasso

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Only You

La storia di Romeo e Giulietta

Drammaturgia e regia di Antonio Viganò.

Interpreti: Alessandro Marinelli, Chiara Cicognani, Massimiliano De Simone, Melissa Conigli, Romina Marfoglia, Stefano Leva, Valentina Impiglia. 

Teatro dei Bottoni. 

    
“Romeo and Juliet”, di William Shakespeare, da sempre ha ispirato altri testi, tra cui un formidabile “Romeo e Giulietta”, di e con César Brie e Najra Gonzalez, all’inizio degli anni Novanta.

Il lavoro di Viganò e degli attori del Teatro dei Bottoni, che percorre una via totalmente nuova, con ambientazione vagamente “moderna” nei costumi, in realtà decisamente astorica, rinuncia alla “storia”, meglio, al plot come lo conosciamo. Non più, per intenderci, l’ “affrontamento” tra Montecchi e Capuleti, spesso letto in chiave sociale e politica, con tanto di lotta di classe, da “West Side Story” di Bernstein in poi. Qui non ci sono Portoricani oppressi, ma l’oppressa è proprio lei, Juliet, eterno femminino costretto a un matrimonio con chi non ama, dovendo invece rinunciare a Romeo, suo unico grande amore, forse troppo rivolto all’altro. 

C’è un papà troppo macho/ impositivo, una mamma stranamente complice/ mediatrice, che poi però fa il gioco del papà, ma anche gli altri: Mercuzio, amico “realista” di Romeo, la balia buona ma che non riesce ad imporsi.

Scena non proprio nuda, ma quasi, da “teatro povero”, in cui i segni scenici sono ridotti al minimo, rimanendo solo quelli essenziali. Non c’è balcone, non ci sono duelli (semmai sono minacciati), non ci sono neppure altri elementi shakespeariani, c’è uno spettacolo di meno di un’ora, concentrato, teso e onirico, in cui a un certo punto (finale) Giulietta viene “mangiata” da tutti, antropofagicamente. Il banchetto tribale non è, come in Freud, rivolto contro il padre, ma proprio contro Juliet, agnello sacrificale assoluto.

Il lavoro del regista/ drammaturgo e degli interpreti, sempre decisamente rivolto al lato mimico, gestuale, prossemico dell’attore, è condotto con notevole efficacia; né è colpa di nessuno se poi studenti liceali, a conoscenza del testo shakespeariano, sognano ancora il balcone, frate Lorenzo etc... Colpa della scuola, troppo legata alla letterarietà del testo classico, colpa di modelli ricevuti/ interiorizzati, di professori troppo ciarlieri (lo si è visto in un incontro post-spettacolo).

 “Perché proprio Only You?”, forse perché il brano era uno delle più facili e orecchiabili dei Platters…  

Ma la risposta data dagli attori: “Perché per Viganò rappresenta un esempio tipico, con tanto di esclusivismo amoroso”, sembra la più appropriata, decisamente.

Da vedere per confrontarsi con il teatro  non convenzionale.

Eugen Galasso

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Lascio alle mie donne

 
di Diego Fabbri.

Regia di Nanni Fabbri. Scene di Enrico Benaglia.

Interpreti: Lello Arena, Angiola Baggi, Sebastiano Tringali, Tiziana Bagatella, Luciana  Negrini, Emanuela Trovato.

Compagnia Broken Silence.

       
“Il silenzio interrotto”, che è la ragione sociale della compagnia, è quello di un grande romagnolo, Diego Fabbri, che, cattolico, fu però sempre attento alla modernità.

Qui l’avvocato scomparso in un incidente d’auto lascia, per disposizione testamentaria, alla moglie, all’amante, alla “giovane fidanzata”, ma a condizione che esse (almeno le prime due, moglie e amante ufficiale) per un anno si frequentino regolarmente, almeno per un’ora al dì...

Ma poi, la beffa, per queste avide “arpie” (così le chiama la “fidanzata”) che non avranno il becco d’un quattrino, se non vivendo, quasi more uxorio, insomma da mogli o amanti, con il grande esecutore testamentario, il suo amico notaio, il mediatore, involontario, tra le due donne, praticamente all’inizio scapolo impenitente, poi attratto, suo  malgrado, da entrambe le arpie, poi ancor più dalla fidanzata...

Commedia, solo a tratti con spunti drammatici, è però un apologo sull’ipocrisia umana, dove comunque il denaro domina su tutto, schiacciando i sentimenti, dall’amore alla gelosia (le due donne, dapprima avversarie feroci, diventano poi “sorelle”, facendo di necessità virtù...).    

Lello Arena è un notaio convincente, talora un po’ troppo napoletano anche nelle gag da “Smorfia” (il gruppo comico in cui militava con il compianto Massimo Troisi), bravo però nella tessitura di un personaggio difficile. Bravissime le donne (le vere protagoniste), dalla Baggi alla Bagatella (le due “sorelle”), alla Negrini, alla Trovato; azzeccatissima l’interpretazione di Tringali, il serio quanto anziano “giovane di studio” (giovane, appunto, lo era vari decenni prima) che fa da “coro”. 

Bellissime le scene dipinte e apribili di Enrico Benaglia, dove ci si rende nuovamente conto del gioco teatrale che, da Calderon a Shakespeare, da Goldoni a Grillparzer, all’oggi, viene sempre svelato come metafora della vita.

 

Eugen Galasso

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La morte e la fanciulla

di Ariel Dorfman.  

Interpreti:  Monica Menchi, Paolo Santangelo, Marco Contè.

Associazione Progetto Teatro.      

 
“La morte e la fanciulla” di Dorfman, autore cileno contemporaneo, dovrebbe essere “imposto” (sarà poco libertario, ma quando ci vuole, ci vuole...) a tutti coloro che minimizzano la dittatura di Augusto Pinochet, dalla cricca dei Chicago Boys, nel nome dei quali Pinochet e i suoi fecero il golpe, a Hermann Luebbe, anziano filosofo della destra europea, che  ne vanta i successi in campo economico, a quegli agenti che a Bolzaneto (Genova, luglio 2001) gridavano “Un, due, tre, viva Pinochet!”.

Il feroce manutengolo della CIA, prese il potere nel settembre 1973 detenendolo poi, con inaudita ferocia, per due decenni.  Il dramma di Dorfman, profugo cileno, narra, in forma di parabola, la storia di una prigioniera politica che, ben lungi dalla “sindrome di Stoccolma” (innamoramento della vittima nei confronti del persecutore, parziale identificazione nello stesso) aspetta il momento per un’adeguata vendetta...

Un testo che si pone in antitesi totale con la facile retorica del teatro politico buonista.

Esistono forme di teatro politico irriducibili, come questa, che si riferiscono all’orrore assoluto, che non fanno dimenticare /non possono essere scambiate per altro. Quando nella politichetta politicante, anche e forse soprattutto italiana, si abusa di riferimenti a Viola, Videla e altro (i pendants argentini del tiranno cileno Pinochet), e ciò avviene a destra come a sinistra, forse non si coglie l’essenza del problema, che invece merita di essere ribadita sempre e comunque. La fanciulla che sfida l’orrore e il suo rappresentante è un emblema di libertà, di nuovo, anche quando questa novità non sa farsi immediatamente realtà.

Da vedere e da interpretare, in particolare da parte di chi (praticamente tutti i lettori di Cenerentola) sa cogliere il frutto della libertà, anche alla luce di quanto sta accadendo e accadrà ancora.

La regia del gruppo è attenta, quasi “millimetrata”, gli interpreti, ad iniziare ovviamente da Monica Menchi, sono assolutamente all’altezza, che richiede una capacità di sintesi assoluta...  sintesi che si esprime in forma di gesti, di mimica, di parola, ovviamente, anche quando è il silenzio a parlare e dover parlare. Non c’è un “teatro politico” in assoluto, esistono invece modalità diverse e particolarmente efficaci nel dirci e darci la bellezza della libertà contro la tirannide omicida.  

 

  Eugen Galasso

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