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in Cenerentola>archivio>numero109>attualità
L’intero
pianeta si trova ad aver a che fare con una crisi
economica di portata straordinaria. Occorre
prepararsi ad affrontarla mobilitando tutte le intelligenze
e le risorse disponibili Il 2009
è
cominciato male: i botti di capodanno,
questa volta, sono micidiali, e provengono dal Vicino Oriente,
teatro
dell’interminabile conflitto arabo-israeliano. Non ne
parliamo spesso, su
Cenerentola, perchè, contrariamente a gran parte della
sinistra, riteniamo si
tratti di un conflitto di importanza secondaria, all’interno
dello scacchiere
internazionale. Ma i morti ammazzati, sono sempre morti ammazzati,
dovunque si
trovino, e non possono che farci inorridire. Senza contare che, come la
storia
del Novecento ha dimostrato, spesso conflitti di importanza secondaria
vengono
utilizzati dagli stati più potenti come pretesto per dare
inizio a guerre di
ampia portata. Sullo
scacchiere internazionale, continua la
partita tra USA e Cina, con
i primi in difficoltà e la seconda che rafforza, giorno dopo
giorno, la propria
posizione. La crisi economica che ha investito l’intero mondo
occidentale è il
sintomo più evidente del declino della potenza statunitense,
una potenza sempre
più indebitata, che non riesce
ad imporre,
nonostante disponga dell’esercito più forte del
pianeta, la propria
supremazia militare, e non ha trovato
di meglio, per cavarsi dai guai, che rifilare
“pacchi”, i mutui subprime,
a chiunque gli capitasse a tiro. Certo,
anche Anche
nella piccola Italia la crisi comincia a far sentire i suoi effetti: nel
Mezzogiorno
sono sempre più le persone che faticano a mettere insieme il
pranzo con la
cena; nel Nord sono sempre più coloro che, con lo stipendio, non arrivano a fine mese.
Intendiamoci: viviamo
sempre, fortunatamente, in uno dei paesi più ricchi del
mondo. Il problema, però,
è che non si vedono prospettive. Sicuramente
non possiamo pensare di
continuare a produrre solo manufatti, dato che c’è
chi li produce a costi assai
inferiori; né possiamo pensare seriamente di esportare
sapere e tecnologia, nel
momento in cui il governo taglia pesantemente gli investimenti
destinati
all’istruzione e alla ricerca. Tantomeno possiamo sperare di
vivacchiare, come
per troppo tempo è accaduto, all’ombra della potenza nordamericana; una
potenza ora
declinante che, inoltre, non ha più per l’Italia
quell’interesse che aveva ai
tempi della “guerra fredda” tra USA e Unione
Sovietica. Intelligentemente,
il movimento degli studenti ha compreso
dove sta il nocciolo della
questione, e si batte, al grido di “noi la vostra crisi non
la paghiamo”, contro
i tagli all’istruzione e alla ricerca, nonché per
una più equa redistribuzione
del reddito tra le diverse classi sociali. Vedremo se
sarà capace di dare
continuità alla propria azione. Per parte nostra,
continuiamo ad appoggiarlo,
sia pure criticamente; e non a caso, anche questa volta, abbiamo
dedicato più
di due pagine della rivista a documenti da esso prodotti. Un
altro settore del quale ci
ripromettiamo di occuparci è quello delle cooperative e delle mutue: come scrive Toni
Iero, nell’articolo
pubblicato nella pagina a fianco, di fronte alla crisi economica “dobbiamo sviluppare organizzazioni la
cui
attività sia in grado di lenire i problemi che deriveranno
dalla recessione”.
Di alcune di esse abbiamo già parlato su Cenerentola, di
un’altra, la comune
Urupia, parliamo alle pagine 16 e 17, su questo numero. Uno sbocco libertario alla crisi? Quale può essere un’alternativa di progresso? Il fondamentalismo religioso islamico? Le dittature familistiche come quella cubana e nordcoreana? Non scherziamo. È dall’anno scorso che Cenerentola delinea l’evoluzione della crisi finanziaria. Abbiamo descritto le reazioni dei grandi sistemi (la finanza internazionale, l’economia degli Stati Uniti, lo sviluppo della potenza cinese, etc.), cercando di raffigurare i possibili scenari futuri. Non abbiamo però affrontato, se non per rapidi accenni, una questione importante: che cosa possiamo fare noi? Il termine “noi” è riferito al mondo libertario in senso lato, inteso sia come persone, sia come organizzazioni che vi fanno riferimento. Occorre premettere che proporre tale questione è, in qualche modo, velleitario: il tessuto libertario italiano è composto da un numero esiguo di persone, frammentato al suo interno e con scarsa visibilità (e credibilità) al suo esterno. Date le premesse, qualcuno potrebbe concludere, non senza una certa coerenza, che in queste condizioni sarebbe meglio starsene zitti. Eppure, il mondo avrebbe proprio bisogno di una ripresa della prospettiva sociale libertaria. Un primo motivo è che è rimasto ben poco in termini di progetti alternativi. Stiamo assistendo al collasso del capitalismo liberista. Negli anni ’80 era finita la versione protezionista del capitalismo e all’inizio degli anni ’90 era crollato il sedicente comunismo autoritario (Unione Sovietica). Oggi, il panorama economico e sociale del pianeta è di una piattezza sconsolante: dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Europa fino all’America Latina passando per la Russia troviamo società che, pur differendo molto le une dalle altre, sono tutte organizzate secondo principi capitalisti. Quale può essere una alternativa di progresso? Il fondamentalismo religioso islamico? Le dittature familistiche come quella cubana e nordcoreana? Non scherziamo. Nostro malgrado, rappresentiamo l’unica prospettiva di miglioramento sociale disponibile. Questo è il lato positivo della questione. Il lato negativo è che non siamo all’altezza della drammatica situazione in cui viviamo. Negli anni ’30 del secolo scorso, in occasione della Grande Depressione, in Spagna il movimento libertario aveva dimostrato di saper gestire efficacemente una società occidentale, per di più sotto lo stress di una guerra. Oggi, inutile negarlo, non ne saremmo capaci. Però una nefasta occasione per riprendere l’iniziativa si sta presentando, sotto forma di una terribile onda d’urto economica. Nei prossimi mesi, purtroppo, assisteremo al dispiegarsi della crisi sulla realtà sociale: chiusure di imprese, fallimenti, cassa integrazione e licenziamenti per migliaia di lavoratori. Chi spera che l’intervento dello Stato possa proteggerci da tali ferite rimarrà deluso: lo Stato, quello italiano in particolare, fatica a quadrare i suoi conti, perciò la disponibilità di risorse per aiutare l’economia sarà limitata. Molte persone, che ritenevano desiderabile e sostenibile l’attuale modello di vita, dovranno amaramente ricredersi. Ci si offre la possibilità di presentarci con qualche credenziale in più a coloro che fino ad oggi, davanti alle nostre critiche sociali, ci liquidavano affermando che il mondo non era poi troppo male e che i problemi che denunciavamo derivavano solo dalla nostra auto-emarginazione. Occorre far sentire la nostra voce affinché il maggior numero di persone possibile sappia che gli anarchici, i libertari, non sono “quelli che mettono le bombe”, ma hanno invece da proporre un modello sociale realistico e vantaggioso. Accanto alla propaganda dobbiamo però sviluppare organizzazioni la cui attività sia in grado di lenire i problemi che deriveranno dalla recessione e dalla deflazione. Vi sono poche, per ora, esperienze che andrebbero portate alla ribalta e, laddove possibile, rinvigorite e diffuse. Un tema particolarmente attuale è rappresentato dalla finanza. Portare all’esterno del circuito bancario tanto l’impiego dei propri risparmi, quanto la ricerca di finanziamenti per piccole attività o progetti personali (l’acquisto della prima casa, per esempio) rappresenta un obiettivo oggi praticabile. Espressioni di finanza etica (penso alla rete di Mutue Auto Gestite) potrebbero acquisire ulteriore credibilità per migliaia di piccoli risparmiatori, colpiti dalle tante truffe che la finanza capitalista ha loro inferto: obbligazioni argentine, Parmalat, Cirio, Giacomelli, Lehman Brothers, titoli islandesi. Il miraggio dei guadagni facili, prospettato da banche e consulenti finanziari, si è spesso risolto in disastrose perdite che hanno danneggiato soprattutto i piccoli risparmiatori, più sprovveduti davanti agli imbrogli propinati loro anche attraverso fondi comuni di investimento, fondi pensione e gestioni patrimoniali. Il vero obiettivo di un risparmiatore consapevole, ossia difendere il proprio capitale dall’inflazione, può essere perseguito efficacemente attraverso un deposito presso una istituzione che lo tratti come una persona adulta e non prometta rendimenti irrealistici tacendo dei rischi ad essi associati. Inoltre, la capacità di queste organizzazioni di piccola finanza di cogliere le prospettive di crescita di attività economiche legate al territorio ne fa agenti di effettivo sviluppo sostenibile. Vi sono, inoltre, interessanti realtà produttive, alcune delle quali di recente citate su Cenerentola: cooperative di coltivatori biologici che rispettano l’ambiente, producono cibi non dannosi per la salute dei consumatori, assicurano posti di lavoro di qualità e, se integrati in circuiti distributivi ad hoc, permettono di fissare prezzi non penalizzanti sia per i produttori, sia per gli acquirenti. Occorre riprendere in mano vecchi strumenti, come le mutue e le cooperative, per dar loro un effettivo ruolo di progresso sociale. Purtroppo, oggi tali imprese spesso sono state trasformate in entità finanziarizzate, holding che controllano società per azioni, anche quotate in borsa. Sia ben chiaro: queste iniziative non rappresentano la rivoluzione. Tuttavia permetterebbero di affrontare meglio la crisi, di far giungere un concreto messaggio libertario ad una cerchia più ampia di persone e, nello stesso tempo, ci aiuterebbero ad acquisire esperienze utili per proporre concreti sistemi alternativi al meccanismo economico e sociale attuale. Sotto questo profilo, il momento è propizio, spetta a noi sfruttarlo. Toni Iero
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