Home


Cenerentola



Vignetta di Marco Viviani

sei in Cenerentola>archivio>numero108>scuola

 Sulla "rivolta" della scuola

Riportiamo, in quanto lo riteniamo in gran parte condivisibile, il seguente articolo di Guido Barroero pubblicato, all’inizio di novembre, sul sito internet di “Lotta di classe” (www.lottadiclasse.it).  

La protesta del mondo della scuola contro la “riforma Gelmini”, che vede insieme studenti, insegnanti, personale non docente e genitori, e che si estende dalle elementari fino all’università, per quanto a prima vista possa apparire sostanzialmente unitaria, presenta in realtà varie facce e offre più di una chiave di lettura, oltre a porre un certo numero di interrogativi.

Proviamo a partire dalla situazione generale della scuola e dei giovani.

La scuola è sempre stata soggetta a riforme, questa non è certo la prima volta. In passato ha già subito dei tagli e delle modifiche. Alcune di queste modifiche l’hanno forse migliorata. Altre sono state sicuramente peggiorative. Certi problemi non si sono mai voluti o saputi affrontare. Allo stesso tempo, infatti, pur subendo svariate piccole “rivoluzioni”, la scuola ha mantenuto tutta una serie di arcaismi che sembrano del tutto immodificabili. Basti pensare ai programmi, in particolare quelli della scuola media, inferiore e superiore. (Un discorso diverso è da fare sulle elementari, come vedremo più avanti). Ai libri di testo. E poi l’edilizia scolastica, la conformazione delle aule, il sistema educativo che mantiene di fatto un’impostazione gerarchica e autoritaria e una logica basata sul “premio-castigo” (logica che, se andiamo a vedere, informa anche i luoghi di lavoro e l’intera società). Contemporaneamente, la si assimila e la si ingloba all’interno dell’altra logica che da tempo è dominante, quella del “management”, quella del “marketing”, cioè del prodotto, del profitto e quindi della merce, logica anche questa che si estende su tutta la società, una società che ha mercificato ormai ogni cosa, anche i diritti minimi ed essenziali (la casa, il reddito, la salute…).

L’attuale assetto sociale -politico - economico nel suo complesso, da alcuni anni a questa parte, esclude i giovani, precarizzando il lavoro e quindi la loro stessa vita, il loro futuro (che è il futuro di tutti!), sembra volergli negare la possibilità di diventare adulti, di avere una famiglia propria, una propria abitazione. E’ una società che ritarda il pensionamento dei lavoratori anziani, che è restia pertanto a far entrare i giovani nel mondo del lavoro, nel mondo della ricerca, dello studio applicato e messo a frutto e non fine a se stesso, nel mondo della politica, e ovunque si prendano decisioni o si possa interagire in qualche modo con i vari aspetti e problemi che compongono la realtà.   Le decisioni che riguardano i giovani, vengono prese totalmente senza di loro. Del resto questo è altrettanto vero per le decisioni che riguardano tutti, anche se il sistema della rappresentanza e della delega dissimula molto bene questo fatto e lascia credere che in realtà tutti si partecipi e si possa decidere, in questo tipo di assetto socio-politico, delle proprie vite e delle cose che ci riguardano.

Potremmo allora chiederci: si tratta forse di una presa di coscienza e di una protesta nei confronti dell’intero impianto socio-politico, di una ribellione a questo mercato globale a cui tutti siamo asserviti? Ci troviamo di fronte ad una lotta per un futuro diverso? Un futuro migliore per tutti, non dedicato soltanto a soddisfare gli interessi e i profitti di pochi? Un futuro più giusto, più equo e più libero? Tutto ciò potrebbe avere un senso, e la “rivolta degli studenti” dovrebbe allora sorprendere piacevolmente, anziché essere criminalizzata, come avviene da parte di alcuni. Anche qualora si trattasse di una lotta non volta necessariamente a un cambiamento radicale e profondo, ma limitata a vedersi riconoscere perlomeno le stesse possibilità che sono state offerte a generazioni precedenti, sarebbe in ogni caso positiva. L’esistenza in sé del resto sta diventando sempre più difficile e incerta un po’ per tutte le classi di età e per sempre più ampi strati sociali. E i giovani potrebbero aver deciso di farsi carico, come in altre epoche è già avvenuto, con più o meno consapevolezza, di una messa in crisi o di un tentativo di capovolgimento dell’assetto e dei disvalori attuali. Potrebbero volerlo fare solo a proprio nome, in contrasto quindi con il mondo adulto o una sua parte, o forse invece a nome di tutti. Ci può stare? Può trattarsi di questo? O riguarda invece soltanto i punti specifici della riforma della scuola?   

Questa “riforma” - che riforma non è - è semplicemente l’applicazione delle direttive contenute nella finanziaria Tremonti, direttive che sono già note da alcuni mesi, per cui appare per lo meno singolare che la protesta esploda soltanto ora. E’ una “riforma” che investe particolarmente la scuola elementare, quella che in misura maggiore aveva beneficiato di cambiamenti profondi che si sono poi rivelati nel corso degli anni molto positivi. Come tutti ben sanno, si vuole tornare al maestro unico e ridurre di fatto drasticamente il tempo pieno (questo perché si vogliono ridurre i posti di lavoro), quel tempo pieno che aveva offerto invece un insegnamento di buon livello, e non si era trattato soltanto di un “parcheggio” per i figli delle madri lavoratrici, oltre a questioni obiettivamente meno importanti come il voto o il grembiule. (In sostanza si tratta di risparmi, di tagli mascherati da riforma, con piccoli “correttivi” su questioni marginali, anche se non del tutto prive di significato). In grande rischio appare poi l’università, indirizzata alla totale privatizzazione (proponendo di trasformarla in fondazione), all’esclusione del prezioso lavoro svolto dal personale precario, mentre non si toccano di certo le caste e i privilegi di sempre. La scuola secondaria è meno coinvolta, per quanto sia comunque prevista una riduzione delle ore di insegnamento.

Che di una riforma vera e seria della scuola ci sia bisogno, così come di utilizzare al meglio le risorse, questo nessuno lo nega. Ma ciò che questo governo ha deciso unilateralmente di fare, con scarsa competenza e coscienza, è ben altro! Non sono solo tagli, è di peggio e di più, o per meglio dire è molto meno, si tratta infatti di un grave arretramento e impoverimento, in tutti i sensi, che va a colpire in primis gli studenti più giovani e alla fine un po’ tutti. L’opposizione contesta, e sembra non voler ricordare né a se stessa né agli altri i suoi precedenti interventi sulla scuola e l’università, non tutti lodevoli.

L’adesione alla protesta dei partiti di centro-sinistra e dei sindacati di stato desta più di un interrogativo. La si vuole trasformare nel solito scontro tra governo e opposizione? Tra “progressisti” e “conservatori”? E’ una semplice questione sindacale da risolvere con uno dei tanti accordi sulla nostra pelle?  E’ una lotta da cavalcare per fini elettorali?

Gli studenti in realtà sono scesi in lotta in modo autonomo e indipendente, questo è ciò che appare e che dicono, e non vogliono dare una coloritura partitica alla loro protesta. Ma è inevitabile che ci sia già, o ci sarà presto, chi si attrezzerà per farlo.

Infine, questo movimento è un qualcosa che può farci ricordare - anche se con tutte le dovute differenze - il Sessantotto? C’è una voglia autentica di rinnovamento? Una critica profonda dell’attuale società? O è solo incertezza, paura del futuro? Oppure quello che circonda questo movimento ci ricorda piuttosto le asprezze del settantasette, gli scontri di piazza, le provocazioni e l’ambiguità dei poteri dello Stato? E’ possibile vedere studenti e lavoratori lottare insieme per migliorare le condizioni e le prospettive di vita, e darsi sostegno l’un l’altro?

La storia non si ripete mai uguale, ma la storia insegna, soprattutto a riflettere. E ora è di certo presto per avere tutte le risposte, è prematuro trarre delle conclusioni, dobbiamo ancora vedere come andrà a finire, specialmente ora che la “Gelmini” è diventata legge. Dobbiamo ancora capire fino in fondo i contenuti del movimento, riconoscere cosa c’è - se qualcosa davvero c’è - che ha la possibilità di mettere delle radici, la capacità di non essere contaminato o disperso in fretta da una folata di vento né il rischio di estinguersi da sé.

C’è la possibilità di non ricalcare vecchi schemi, di non ricadere in vecchie trappole, di non darsi per vinti. 

C’è la possibilità di non sprecare questa situazione così ricca di premesse.

C’è la possibilità, anche e soprattutto, di riprendere in mano le proprie vite, agendo in piena coscienza e autonomia, di appropriarsi in qualche modo di ciò che di fatto ci appartiene.

C’è la possibilità, a partire dalla scuola, di lottare contro tagli, privatizzazioni e logiche di mercato, ma con la consapevolezza di non dover delegare tutto allo Stato, iniziando a pensare ad una società profondamente diversa, fondata sulla cooperazione e la solidarietà di liberi ed uguali.

Se il futuro è ancora da scrivere, dietro l’angolo potrebbe attenderci una svolta. Potrebbe esserci un’occasione da cogliere. E questo dipende da tutti quanti noi.

 Guido Barroero

(USI Liguria)

 Nel novantesimo anniversario della fine della prima guerra mondiale, il governo Berlusconi ha finanziato un piano straordinario per celebrare, all’interno delle scuole, la vittoria conseguita dallo stato italiano al termine di quell’inutile strage. In tale occasione la Federazione Anarchica Italiana ha diramato un comunicato che, di seguito, pubblichiamo. 
Anche il movimento degli studenti, in diverse città, ha voluto ricordare di quanto sangue grondasse quella vittoria. A Modena, in particolare, si è svolta, in piazza Grande, una lezione sul tema. Immediata, e piuttosto ridicola, la reazione del “Resto del Carlino”, soprattutto dove afferma che “se oggi abbiamo la libertà di poter pronunciare certe affermazioni, lo dobbiamo al sacrificio di chi ha dato la vita per tutti noi”. Puntuale è stata la risposta degli studenti, che ci pare meriti di essere riportata.

Dissociamoci dalle forze armate!

 «Oggi più che mai l’antimilitarismo, che ha sempre caratterizzato le idee e l’azione degli anarchici in tutto il mondo, è diventato irrinunciabile.

Il 4 novembre lo stato italiano celebra quella “vittoria” della prima guerra mondiale che, in realtà, fu un gigantesco massacro di giovani, soprattutto di contadini e lavoratori salariati: i morti di tutti i paesi coinvolti furono quasi 10 milioni. Soltanto in Italia si ebbero più di 680.000 morti e più di 1 milione di feriti e mutilati.

Dietro questa maschera autocelebrativa fatta di retorica nazionalista ed esaltazione della forza militare si nascondono le verità di sempre: gli eserciti combattono le guerre e le guerre producono morte, miseria, distruzione.

Oggi, l’impiego delle forze armate da parte del governo italiano ha assunto forme e raggiunto livelli insostenibili: i soldati vengono utilizzati anche per la gestione dell’ordine pubblico, la militarizzazione del territorio è capillare e l’Italia assomiglia sempre più a una caserma a cielo aperto.

Il mondo globalizzato è costantemente dilaniato da guerre sostenute da eserciti le cui imprese vengono contrabbandate quali missioni di pace e la cui funzione è normalmente spacciata quale legittima esportazione della democrazia: una colossale menzogna che viene smascherata ogni giorno, dovunque e comunque, dalla realtà dei fatti.

La crisi economica dilaga, le spese sociali vengono tagliate drasticamente e i soldi pubblici - anziché essere utilizzati per migliorare il benessere della collettività - vengono impiegati per fabbricare armi, costruire basi militari e ingrassare i profitti dei profittatori di sempre, mentre gli interessi economici e politici che stanno dietro alle guerre si giocano sulla vita di milioni di persone.

 
Essere antimilitaristi oggi significa rifiutare le gabbie culturali e politiche nelle quali il potere vuole intrappolare gli esseri umani.

Significa, necessariamente, preferire la libertà, la solidarietà e la giustizia sociale alla sopraffazione, all’esclusione e all’ingiustizia.

 Gli omuncoli che siedono sulle poltrone dei palazzi del potere hanno bisogno, come sempre, di carne fresca da mandare al macello, e più che mai di cervelli intorpiditi.

Rifiutiamoci di partecipare al loro gioco al massacro!

Dissociamoci dalle forze armate e dalla normale, connaturata, violenza dello Stato!

 

Contro gli eserciti, gli stati, le guerre!»

 

Commissione di corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana – FAI                 (4/11/2008)

inizio pagina 

Una precisazione da Lettere In Movimento

 «Su Il Resto del Carlino in edicola oggi compare un corsivo polemico e non firmato, intitolato: “E ora il collettivo ‘spara’ sul 4 novembre”.

 Come LettereInMovimento, ci teniamo a precisare quanto segue:

 
1) Sarebbe stato opportuno fare una cronaca della lezione tenuta dalla prof.ssa Procacci piuttosto che direttamente un commento stroncante e fazioso;

 2) Riguardo a ciò che è scritto nel volantino, le nostre posizioni permangono intatte, specialmente per ciò che concerne le ingenti spese sostenute per mettere in cantiere queste “celebrazioni” oltre che per inviare, tanto per non fare che un criminale esempio, gli aerei d’attacco “Tornado” in Afghanistan, in contrapposizione con i disastrosi ed indiscriminati tagli ad Università e Ricerca;

3) Rispetto alla domanda “se fosse necessario che gli studenti se la prendessero con la memoria dei Caduti”, crediamo che fosse necessario criticare duramente la strumentalizzazione politica della Storia fatta da questo governo, ad esempio mediante l’invio delle Forze armate nelle scuole con l’intento di spiegare il valore “eroico” della Prima Guerra Mondiale. Nessuno ha toccato la memoria dei Caduti; al contrario, si è voluto ricordare, mediante il parere documentato di un’esperta, come la maggior parte di quelle persone non fossero cadute per onorare un’astratta idea di Patria, ma in quanto obbligate dai comandi militari.

Chiariamo questo anche per replicare alla retorica “nazionalistica” del “se oggi abbiamo la libertà di poter pronunciare certe affermazioni, lo dobbiamo al sacrificio di chi ha dato la vita per tutti noi”. A riguardo della libertà succitata, infatti, occorre ricordare che la Grande Guerra si lasciò dietro un paese fortemente lacerato che di lì a pochi anni vide annullare qualsiasi libertà sotto la dittatura fascista, i cui germi erano già presenti tra le posizioni “interventiste” del 1914-1915.

Siamo sicuri che se l’autore del corsivo polemico fosse stato in piazza Grande ad ascoltare la lezione avrebbe avuto la prova che non si intendeva disonorare la memoria di nessuno, ma essenzialmente operare una lettura critica e complessa dei fatti storici, troppo spesso oggetto di una maldestra utilizzazione istituzionale».

 LettereInMovimento

 (9/11/2008)


inizio pagina 

Il movimento che tutti stiamo vivendo

Il movimento che tutti stiamo vivendo e che abbiamo contribuito a generare è un movimento straordinario. L’Onda ha fatto irruzione nel nostro presente e nel presente di questo Paese, mutando una scena, quella del governo delle destre, che sembrava suggerire solo senso di sconfitta e desolazione. La rottura definita dall’Onda ha infranto equilibri tutt’altro che marginali. Nel giro di poche settimane la popolarità del governo è profondamente diminuita; il movimento, intanto, è riuscito a codificare, con un linguaggio comprensibile ai più, un rifiuto esplicito della crisi economica globale. L’unità concertativa dei sindacati confederali sembra per adesso un ricordo lontano, mentre il 12 dicembre la Cgil propone uno sciopero generale di tutte le categorie. Non è tutto merito del movimento, indubbiamente; è senz’altro vero, però, che senza questo movimento tutto ciò non sarebbe stato possibile.

Uno spazio enorme si è aperto, uno spazio conquistato dall’Onda, dalla sua forza, uno spazio che ci consegna una grande sfida politica. Ci siamo detti in più occasioni, infatti, che questo movimento non vuole perdere: un movimento nuovo, una grande marea generazionale che vuole riconquistare il futuro di cui è stata derubata. “Ci bloccano il futuro e noi blocchiamo la città”: non solo uno slogan, un modo nuovo per l’Università di praticare il conflitto. Un conflitto che parla non tanto e non solo del rifiuto dei tagli previsti dalla legge 133/08; piuttosto un conflitto in grado di contrapporre forza all’arroganza di chi vuole imporre la crisi socializzando le perdite di banche e imprese. Dopo anni di politiche neo-liberiste, d’improvviso si riscopre il debito pubblico, un debito pubblico che viene utilizzato per sostenere i privati e che penalizza ancora i giovani, i precari, la società tutta. Si taglia il Welfare, dopo che già tanto si era e si è fatto in questi anni nel senso della privatizzazione dei servizi.

La sfida politica che questo movimento ha posto è come sottrarre l’Università pubblica all’attacco finale che la Finanziaria Tremonti e il Governo Berlusconi in generale hanno disposto. Un attacco ben preciso che parla di una forma altrettanto definita di sviluppo che individua come priorità la salvaguardia di un modello economico fallimentare invece di investire sulla Formazione, sull’Innovazione, sulla Ricerca, in una parola sul nostro futuro. Una politica economica ben definita dalla legge 133/08 che prevede una serie di provvedimenti “volti a razionalizzare la spesa e il debito pubblico” tagliando indiscriminatamente su scuola, servizi e università. E ancora, insieme alla drastica riduzione del personale, si prevede la possibilità per gli atenei di trasformarsi in Fondazione di diritto privato, cancellando così il carattere pubblico dell’Istruzione, ovvero la sua qualità essenziale e un nostro diritto fondamentale.

Un movimento che non accetta rappresentanza, ci siamo detti a più riprese. Un movimento che guarda al cambiamento e che sa che il cambiamento non è delegabile, va agito da subito, nel pieno delle forme di auto-organizzazione e nel conflitto. Un movimento che ha saputo esprimere in modo chiaro ed inequivocabile il suo antifascismo e di concerto la sua capacità di parlare alla società tutta, partendo dalla sua specificità, ma con la tensione ad allargare quanto più possibile i temi della mobilitazione. Non solo: questo è un movimento che sta sperimentando nuove forme di organizzazione, superando anche qualsiasi forma di rappresentanza interna al movimento stesso.

Partiamo da quello che il movimento è già riuscito a determinare. La controffensiva del Governo infatti non è altro che il tentativo, mal riuscito, di far fronte all’evidente crisi (anche di consenso) prodotta dalla forza delle mobilitazioni. Il progetto di riforma presentato dal ministro Gelmini (dl 180/08 e “Linee Guida del Governo per l’Università”), pur attestandosi su una frettolosa e confusa retromarcia, cerca tuttavia di riproporre i punti centrali del complessivo progetto di dismissione dell’Università: il taglio dei finanziamenti viene ora giustificato dalle retoriche della differenziazione, dell’efficienza e della meritocrazia, che altro non sono se non i processi di dequalificazione dei Saperi, di gerarchizzazione e declassamento contro cui il movimento sta lottando. Pur predicando il cambiamento, il progetto di riforma del Governo rafforza i privilegi della casta “baronale” e la difesa dello status quo, scaricando su studenti e precari la doppia crisi, quella dell’Università e quella economica.

Ciò è dimostrato dalla proposta, proveniente da più parti, di innalzamento delle tasse universitarie, che possono essere pagate solamente attraverso l’introduzione massiccia dei cosiddetti prestiti d’onore. In realtà si tratta del ricorso a quel sistema del debito pienamente sviluppato nel mondo anglosassone che è alla radice dell’attuale crisi globale. Ancora una volta il Governo e il suo think tank non fanno altro che proporre l’importazione di ricette e modelli già falliti altrove.

Dunque, gli unici alleati del Governo all’interno del mondo della Formazione, sono in realtà quei “baroni” che, a parole, si dice di voler combattere. In questo contesto, l’unica forza di trasformazione è il movimento, che non solo si oppone ai disastri della legge 133/08, ma sta già costruendo le basi per un’altra Università. Laddove Stato e Mercato lavorano congiuntamente alla dismissione dell’Università, l’Onda Anomala lancia immediatamente la sfida dell’Autoriforma.

Chiariamo: per Autoriforma non intendiamo la definizione di un insieme di proposte tecniche da consegnare al legislatore di turno o a qualche attore specializzato nella mediazione politica o sindacale. Per Autoriforma intendiamo, al contrario, un processo costituente aperto, modificabile e implementabile che organizza quella potenza di conflitto e autorganizzazione nella produzione dei Saperi già presente in queste straordinarie settimane di mobilitazione, blocchi e occupazioni. La sfida, in altri termini, non si esaurisce nell’opposizione alla legge 133/08 e al futuro disegno di riforma organica (già prefigurato dal dl 180/08 e dalle “Linee Guida del Governo per l’Università), ma aggredisce immediatamente l’Università esistente. Il fallimento del “modello del “3+2” e dei tentativi di misurazione del Sapere attraverso il “sistema dei crediti”, è stato determinato dalla diffusa indisponibilità degli studenti ad accettare i meccanismi disciplinari e la continua dequalificazione della Formazione contenuti nella riforma Berlinguer-Zecchino.

L’Autoriforma quindi non è una  semplice carta di intenti, né tantomeno un tentativo di burocratizzare l’irrappresentabilità del movimento. L’Autoriforma è invece l’apertura di un processo che già vive nelle pratiche del movimento, è un passaggio di consolidamento delle forme di autorganizzazione e un rilancio degli elementi del conflitto. L’unica verifica per questo processo è la capacità di tradurre da subito l’Autoriforma in concreti elementi di programma e di agenda politica.

Il movimento di queste settimane, che ha coinvolto tutto il settore della Formazione e dell’Istruzione, nasce da una parzialità per parlare il linguaggio della generalizzazione. “Noi la crisi non la paghiamo” condensa istanze e rivendicazioni che vanno oltre i confini classici di Scuola e Università, per porre immediatamente le questioni del Lavoro, del Welfare, della Precarietà e della Libertà. È su questo piano di generalizzazione che il movimento lancia la sua sfida anche verso il prossimo sciopero generale.

L’onda

(introduzione dell’assemblea nazionale del movimento, Roma, 16/11/2008)

inizio pagina