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di natale
Scendendo nel dettaglio, l’animazione punta tutto su Madagascar 2, seguito del fortunato film in computer grafica del 2005 targato ancora una volta Dreamworks. Le recensioni d’oltreoceano non sono granché, sembra più che altro un film nato per cavalcare il successo clamoroso del primo episodio (circa 535 milioni di dollari nel mondo) ma con poco da aggiungere. Il pubblico, però, in assenza di concorrenti, lo premierà di sicuro. L’Italia contrappone Natale a Rio, con Christian De Sica, ad Aldo, Giovanni e Giacomo con Il cosmo sul comò. Poco da dire sull’ennesimo cine-panettone diretto da Neri Parenti, che quest’anno non rischia nemmeno sul cast, quasi invariato rispetto al “Natale in crociera” dell’anno scorso (ancora la coppia Michelle Hunziker e Fabio De Luigi). Quanto al famoso trio di cabarettisti, il titolo curioso allude alla possibilità che il mondo sia proprio lì, a portata di mano sul comò, e per dimostrarlo si fanno dirigere da Marcello Cesena attraverso quattro episodi che raccontano, ancora una volta in chiave umoristica e surreale, gli accadimenti del quotidiano. A legare il tutto, i bizzarri insegnamenti di un maestro orientale, TsuNam, e due suoi discepoli. Sulla carta sembra il film da schivare ad ogni costo, ma sicuramente incasserà milioni di euro. Tra gli italiani non faticherà a farsi strada anche il mondo grigio e pulp visto con gli occhi di un bambino, cioè la trasposizione cinematografica del romanzo premio “Strega” di Niccolò Ammaniti Come Dio comanda. Ad attirare non solo i tanti lettori del libro, ma anche gli amanti del cinema, la regia di Gabriele Salvatores e l’interpretazione di Elio Germano. Due invece i film di azione che si divideranno il pubblico delle feste. Uno è l’ennesimo remake, questa volta di un classico della fantascienza anni ’50 e cioè Ultimatum alla Terra, di cui il film di Scott Derrickson conserva il titolo originale; del cast fanno parte Keanu Reeves, ancora in cerca di un centro dopo “Matrix”, la bella e lacrimevole Jennifer Connelly e l’inossidabile Kathy Bates. L’altro affronta la moda del periodo. Una volta si parlava di fumetto, ora si dice “Graphic Novel”. Comunque sia si tratta della versione per il cinema delle tavole disegnate di The Spirit, di Will Eisner, ad opera di Frank Miller. Al centro del racconto, non proprio originalissimo a quanto si legge, le gesta di un ex poliziotto ritornato dalla morte per combattere il crimine della città. Sulla sua strada incontrerà il cattivo Octopus, dalle ambizioni ovviamente distruttive, e un gruppo di donne di grande fascino su cui sembra puntare molto la promozione (tra le altre, Scarlett Johansson, Eva Mendes e Paz Vega). Il “polpettone” ripropone invece la coppia Richard Gere e Diane Lane (si continua ad andare sul sicuro), già marito tradito e moglie traditrice in “Unfaithful – L’amore infedele” e ora medico in grado di riaccendere la passione e donna separata e disillusa in Come un uragano. L’origine letteraria è l’omonimo romanzo romantico di Nicholas Sparks, quello, per intenderci, di “Le parole che non ti ho detto” e “Le pagine della nostra vita”. Prepariamo, quindi, i fazzoletti! Il film di qualità destinato al grande pubblico è La Duchessa, sorta di biografia romanzata di Lady Georgiana Spencer, antenata di Lady Diana Spencer, anch’essa con una vita molto travagliata e attraversata da esperienze dolorose. Il film di Saul Dibb è stato accolto piuttosto tiepidamente al Festival di Roma, forse anche a causa dell’assenza dei protagonisti Keira Knightley, Ralph Fiennes e Charlotte Rampling. A concludere la carrellata sui film che affolleranno le sale nel prossimo Natale mancano solo le opere d’essai. A contendersi una sempre più ampia fetta di pubblico che cerca lo svago senza rinunciare all’impegno ecco due film assai promettenti: Happy Go Lucky - La felicità porta fortuna di Mike Leigh e Racconto di Natale di Arnaud Desplechin. Il primo è una commedia basata sulla contagiosa spensieratezza dell’insegnante elementare Pauline (probabilmente ignara del decreto Gelmini) che vive alla giornata senza preoccuparsi troppo del futuro e cercando di cogliere tutte le opportunità che le capitano. Tanto ottimismo incuriosisce, soprattutto pensando che dietro alla macchina da presa c’è Mike Leigh, solitamente cupo e malinconico cantore del grigio londinese. Il film di Desplechin è invece l’unico ambientato proprio durante le feste di Natale e racconta, con sguardo impietoso attraverso 150 minuti, la disgregazione di una famiglia che si ritrova al capezzale della madre in cerca di un donatore compatibile di midollo osseo. La riunione sarà, come spesso accade al cinema, occasione di confronto, e farà emergere incomprensioni e rancori mai del tutto sopiti. Sontuoso il cast che comprende Catherine Deneuve, Mathieu Amalric, Melvil Poupaud, Chiara Mastroianni ed Emmanuelle Devos. Luca
Baroncini Terza edizione del Festival di Roma, prima per chi scrive; ma l’impressione è che, sostanzialmente, con l’avvicendamento nella giunta capitolina (Veltroni prima, ora Alemanno) non sia cambiato un mondo... L’organizzazione sembra essere migliore di quella del festival di Venezia (ma qui rimando al testo di Luca Baroncini, su Cenerentola di ottobre scorso). Interessanti le scritte luminose in tutte le lingue, inneggianti alla sinestesia, all’unità tra parola, suono e immagine, e sull’essere l’infinito nell’attimo, l’attimo nell’infinito (dove filosofi e situazionisti potranno accapigliarsi). Per il resto, le immancabili polemiche. Su Fabrizio De André, molto caro ai libertari, due film: uno, che è documentario di Teresa Marchesi, Effedia - Sulla mia cattiva strada, l’altro, di Daniele Costantini, Amore che vieni, amore che vai, dal romanzo dello stesso cantautore e di Alessandro Gennari, “Un destino ridicolo”; dove è chiaro il perché della preferenza: il documentario della Marchesi è tratto da materiale di repertorio dell’archivio De André, quindi anche di Dori Ghezzi, mentre l’altra è una pellicola che contiene “licenze poetiche” rispetto al romanzo e rimandi biografici su Fabrizio che possono aver disturbato la consorte... Trash Vintage, ha scritto qualcuno, forse Liberazione. Certo è che un film tratto da un romanzo è sempre altra cosa rispetto al libro, rispetto al documentario e... Altro film al centro di polemiche è Il sangue dei vinti, di Michele Soavi, partito anni fa dall’horror, ora approdato alla guerra partigiana tratta dal romanzo storico di Giampaolo Pansa, che si dichiara francamente “un revisionista” (anche alla conferenza stampa post-film). Barbara Bobulova e Michele Placido sono interpreti di grande spessore, almeno drammaticamente, Soavi ha ormai esperienza. Le polemiche vengono da sinistra ma anche da destra: secondo Maurizio Gasparri, area Alleanza Nazionale, Soavi e suoi sceneggiatori avrebbero predatato i fatti del “Triangolo della morte”, avvenuti in realtà dopo la guerra. Film da ricommentare: senza togliere nulla all’orrore della guerra e del nazifascismo, che qualche episodio di vendetta personale ci sia stato è certo, non probabile. Senza essere revisionisti, lo diciamo /scriviamo, molto modestamente, anche noi, da tempo... Ma ora parliamo di Si può fare, di Giulio Manfredonia, pellicola che al lettore piacerà forse di più. Il film racconta un’esperienza ergoterapica (ergoterapeutica, se volete) per i “malati di mente” (definizione oltremodo opinabile). Questo nell’anno 1983, quindi poco tempo dopo l’approvazione della legge Basaglia sulla chiusura dei manicomi. Notiamo, a tale proposito, che purtroppo non tutti i manicomi sono stati chiusi, né sostituiti da strutture alternative. Questione di volontà politica e di finanziamenti, dove anche quest’ultimi dipendono dalla prima, quasi sempre. Esperienze reali, quelle del film, ma poeticamente e filmicamente rielaborate, nate dalla penna di Fabio Bonifacci, autore del soggetto e della sceneggiatura, scritta con Manfredonia, ma anche dalla macchina da presa, in fase di regia. Un sindacalista /manager di sinistra crede alla possibilità che una cooperativa di “matti” possa lavorare fattivamente. Ci crede contro la volontà dello psichiatra curante, ma con l’appoggio del dottor Furlan (un’ottimo Giuseppe Battiston), pacioso e simpaticissimo psichiatra basagliano... E, tra difficoltà varie, love story da apprezzare (non meri trucchi per attirare lo spettatore /spettatrice), molte cose procedono per il verso giusto. Uso misurato dei primi piani, movimenti di macchina assolutamente essenziali, fotografia bella e mai ridondante, musiche di Pivio & Aldo De Scalzi, ma anche quelle classiche de “L’Isola che non c’è” (Bennato). “That’s amore” di Dean Martin diventa galeotta dell’iniziazione sessuale dei “pazzerelloni”, ricordando - non c’è mai un calco, per fortuna - quel film straordinario che si chiama “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Ken Kasey e del regista ceco Milos Forman, con Jack Nicholson. Ma se Nicholson, nella sua indubbia bravura, gigioneggia schiacciando i colleghi, non così fa l’ottimo Claudio Bisio, che lascia spazio agli altri: da un’intensa Anita Caprioli (nel ruolo della partner di Nello /Bisio) a Giovanni Calcagno, una specie di efficacissimo compulsivo “ragioniere”, ad Andrea Bosca, il depresso “Gigio”. Da segnalare ancora Natascia Macchniz che letteralmente scava un personaggio intenso, una malata sofferente, che tuttavia riesce a conseguire una propria evoluzione, conoscendo anche l’amore. Ancora, Bebo Storti, un eccelso “Padella”, bravissimo, un Giorgio Colangeli che fa lo psichiatra “tradizionale”. Diremo, infine, che in tempi nei quali anche un Giovanni Jervis, con prudenza, si prodiga in TV a dimostrare la bontà dell’elettroshock “solo in certi casi di depressione grave, beninteso”, il merito del film è di non proporre tesi dogmatiche; di far passare, di mettere in dubbio, ogni certezza presunta o acquisita, riproponendo la qualità della vita, anche quella del “diversabile” (termine ormai abusato, ma in qualche modo bisogna pur definire, per comodità), come condizione necessaria per un cambiamento politico e sociale.
Eugen Galasso
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