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Charlize Theron

Rachel Getting Married

The Burning Plain


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Rachel Getting Married

di Jonathan Demme con Anne Hathaway, Debra Winger, Bill Irwin

uscita prevista: 21 novembre 2008

Ci sono due tipi di ostacoli da affrontare per poter godere della nuova opera di Jonathan Demme. Uno è formale, l’altro di contenuto. A livello visivo, infatti, Demme utilizza gli stilemi più classici del Dogma, il movimento ideato dal danese Lars von Trier nel 1995 basato su alcune rigide regole da rispettare nel fare cinema da parte dei registi aderenti (luce naturale, macchina da presa manuale, saltuarie sgranature, musica diegetica). Peccato che lo stesso von Trier ne abbia dichiarato ufficialmente la fine nel 2005. Per l’opera di Demme si può quindi parlare di esperimento, o pseudo tale, fuori tempo limite.

La difficoltà contenutistica verte invece proprio sul soggetto, quanto mai privo di originalità. Di banchetti di nozze con annessi riunioni familiari e nodi irrisolti che vengono al pettine, per di più con trauma del passato da rispolverare, ne abbiamo visti davvero a bizzeffe, e sedere alla tavola imbandita dalla sceneggiatrice Jenny Lumet (figlia del regista Sidney) non dispone al meglio. Per fortuna in regia c’è Jonathan Demme, che riesce a mantenere un miracoloso equilibrio in grado di rendere sopportabile la forma e coinvolgente il già visto. Basta una sequenza, quella della sfida a chi riempie meglio la lavastoviglie tra novello sposo e padre della sposa, per capire che dietro la macchina da presa c’è un autore capace di trasformare in cinema un momento oggettivamente ripetitivo e alla lunga privo di appigli di interesse. Non appena infatti l’azione raggiunge il punto di non ritorno (e lo spettatore diventa consapevole che rivedrà per la seconda volta la lavastoviglie svuotarsi e riempirsi), Demme inserisce dettagli capaci di creare una tensione crescente.

Il merito della riuscita del film è anche nell’affiatamento del cast, su cui svetta Anne Hathaway, oramai definitivamente attrice completa, capace di passare con naturalezza dalla commedia al dramma superando i rischi di un ruolo che prevede scene madri, pianti e urla. Fa piacere, poi, ritrovare la luminosità di Debra Winger, che si vorrebbe incontrare un po’ più spesso sullo schermo. Non un grande film, comunque, ma un piccolo film salvato da un grande regista.

Luca Baroncini

 

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The Burning Plain 

di Guillermo Arriaga con Charlize Theron, Kim Basinger, Joaquim De Almeida, Jennifer Lawrence

uscita prevista: 7 novembre 2008

Il celebrato regista messicano Alejandro Gonzáles Iñárritu (“Amores Perros”, “21 grammi”, “Babel”) ha fondato parte del suo successo sulla collaborazione con lo sceneggiatore Guillermo Arriaga. A causa di divergenze sulla paternità della creazione artistica, però, i due hanno concluso il loro sodalizio e “The Burning Plain” segna il debutto di Arriaga nella regia. Per l’esordio scrive una storia ancora una volta non lineare nella scansione degli eventi, con personaggi che si inseguono tra diverse generazioni dando vita a forti contrasti affettivi e caratteriali. Il risultato è un dramma che punta diritto alle emozioni, ma la ricerca del pathos appare un po’ troppo costruita per arrivare davvero a colpire. Si apprezza l’abilità con cui Arriaga mescola piani temporali differenti e ambientazioni agli antipodi (il torrido deserto del New Mexico contro il grigio delle aspre scogliere dell’Oregon) senza l’ausilio di didascalie o di altri facili stratagemmi narrativi, riuscendo a mantenere vivo l’interesse per il destino dei personaggi. Una certa prevedibilità negli sviluppi, però, soprattutto nella parte finale, tende a imporre il suo peso.

Si conferma la duttilità di Charlize Theron, ancora una volta dimessa (che scocciatura essere belle!), a cui si preferisce, però, la vulnerabilità di una ritrovata Kim Basinger. Si cede poi con piacere alla fotografia giocata sui contrasti di Robert Elswit e al montaggio di Craig Wood che asseconda con fluidità i passaggi repentini previsti dalla sceneggiatura.

Ma si arriva alle scene madri finali, in cui gli attori hanno il loro assolo pro-Oscar e dialoghi e monologhi si premurano di spiegare smottamenti interiori già chiari da tempo, in cui le emozioni scontano il cammino preparatorio e la cornice tende a prevaricare sul quadro. Di positivo c’è il finale abbastanza aperto e una luce di speranza a rischiarare il futuro. Scelta in antitesi con la grevità di certi snodi improntati alla sfiga delle precedenti opere scritte, ma non dirette, da Arriaga.

 

Luca Baroncini

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