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| sei in Cenerentola>archivio>numero107>attualità
L’Italia, come tutti i paesi occidentali, è travolta dalla crisi finanziaria. E’ probabile che sia solo l’inizio. Il governo, come tutti i governi dei paesi occidentali, dice e fa cose insensate. Qualcuno, a sinistra, comincia a muoversi, anche se disordinatamente e con idee confuse. Non è trascorso neppure un mese da quando, sentendo scricchiolare l’edificio finanziario costruito (senza fondamenta) dalla classe dirigente statunitense, i governi europei, e quello italiano più di tutti, giuravano e spergiuravano sulla solidità delle economie del Vecchio Continente. Sembrava un po’ strano che la crisi dell’alleato non dovesse coinvolgerci. E, in effetti, come si è dimostrato, era una pia illusione (o, più probabilmente, un’impietosa bugia). Ora i governi europei hanno dovuto ammettere che anche il Vecchio Continente è nei guai fino al collo. Per salvare i nostri risparmi (e, soprattutto, per salvare i loro) dovranno far intervenire lo stato. E dove prenderà i soldi? Dalle nostre tasche, ovviamente. Come sempre, alla fine, pagherà Pantalone. Nel frattempo, per rimettere in moto l’economia, ci invitano ad aumentare i consumi, con particolare riferimento al settore dell’automobile. A parte il fatto che aumentare i consumi, in particolare nel settore automobilistico, significa aumentare la nostra dipendenza dalle fonti energetiche non rinnovabili, nonché l’inquinamento del pianeta, non si capisce con quali denari dovremmo farlo. Con quelli che ci stanno portando via? O dovremmo indebitarci con le banche, come hanno fatto per anni gli Statunitensi? Non l’hanno capito che è stato proprio questo ad innescare la crisi? Probabilmente l’hanno capito benissimo, soltanto non sanno più che cosa dire: navigano a vista; e non ci vedono neppure più tanto bene… L’opposizione parlamentare tace e acconsente. Non solo plaude a chi sta vuotando le tasche dei lavoratori per salvare le banche: si lamenta che non abbia iniziato prima. Non solo non trova nulla di strano nel fatto che lo stato non pretenda di controllare come verranno utilizzati i suoi (o, meglio, i nostri) soldi: lo trova assolutamente logico. Incredibile, ma vero! Finalmente, però, a sinistra, qualcosa si muove. Non era andato male lo sciopero della scuola indetto il 3 ottobre dall’Unicobas; meglio ancora è andata la manifestazione antirazzista che si è svolta a Roma il giorno successivo: migliaia di persone, sotto una pioggia tutt’altro che incoraggiante, hanno gridato la loro rabbia contro un governo xenofobo e, più in generale, contro il razzismo che dilaga, come sempre quando tira aria di crisi economica. In più di diecimila hanno manifestato, sempre a Roma, l’11 ottobre, chiamati dai partiti comunisti (Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista, Sinistra Democratica, Partito Comunista dei Lavoratori) a testimoniare che, della sinistra, qualcosa rimane, anche dopo la recente disfatta elettorale. E ancora meglio, la settimana successiva, è riuscito lo sciopero generale indetto per il giorno 17 da Cub, Sdl e Confederazione Cobas: buone le adesioni nei trasporti, negli enti pubblici e, soprattutto, nella scuola, da settimane in lotta contro i tagli operati dalla Gelmini. Sì, perché se c’è qualcosa in cui, per uscire dalla crisi, si dovrebbe investire, questa è proprio la scuola, nella quale, al contrario, il governo disinveste. L’opposizione parlamentare, almeno su questo tema, appoggia (o tenta di cavalcare?) il malcontento degli insegnanti costretti al precariato, dei genitori che temono la scomparsa del tempo pieno, degli stranieri giustamente infuriati per l’assurda trovata delle classi differenziali. Meno si preoccupa degli studenti. Quella extraparlamentare spera
in un
nuovo sessantotto, ma non sembra in grado, neppure nel campo
scolastico, di
fare proposte che vadano oltre la difesa del (talvolta indifendibile)
esistente. Anche qui, se si vuole raggiungere qualche risultato,
occorre fare uno
sforzo in senso progettuale. Come andiamo scrivendo ormai da mesi, la crisi originata dallo scoppio della bolla immobiliare americana ha assunto una valenza sistemica. Ossia non è un episodio transitorio, destinato a durare qualche mese e passato il quale le cose ritornano come erano prima. Lo si è visto bene quando le autorità degli Stati Uniti hanno lasciato fallire la banca d’affari Lehman Brothers: il sistema finanziario mondiale è pericolosamente arrivato sull’orlo del collasso finale. Per gli amanti del brivido sarà anche stata una bella emozione, ma la paura è stata tanta da far cadere molto velocemente anche il tabù dell’intervento diretto dello Stato per salvare le istituzioni finanziarie occidentali. I piani di salvataggio elaborati dai principali paesi sviluppati, in realtà, non rappresentano altro che lo spostamento del debito da privati (banche, finanziarie, imprese di assicurazione) allo Stato. Le insolvenze attese non sono scomparse, semplicemente sono state poste a carico della collettività. Complessivamente, sulle due sponde atlantiche, si stima siano stati messi in campo circa 3 mila miliardi di euro per scongiurare il fallimento delle banche esposte ai titoli legati ai prestiti di dubbia esigibilità (subprime, ma anche altri). Nonostante ciò, dopo pochi giorni di euforia borsistica, il brutto tempo è tornato sui mercati finanziari internazionali. Perché l’intervento dei governi non è riuscito a far tornare stabilmente il bel tempo nel mondo della finanza? Vi sono due aspetti che bisogna tenere in considerazione. Il primo è che, allo stato attuale, tra mutui subprime, credito al consumo, finanziamenti erogati con le carte di credito “revolving”, insolvenze di compagnie di assicurazione che hanno emesso polizze di Credit Default Swap, fallimenti di piccoli operatori finanziari non c’è nessuno che sappia quale possa essere l’ammontare finale del buco. Nel giro di un anno il Fondo Monetario Internazionale è passato da una stima tra i 100 e i 200 miliardi di dollari (ottobre 2007) ai 1400 miliardi dell’ottobre 2008. L’enorme differenza tra queste due cifre è un sintomo della sostanziale ignoranza dell’entità del fenomeno. Eppure, si dirà, 3 mila miliardi di euro (equivalenti a circa 4 mila miliardi di dollari) sono tanti! Ecco, qui emerge il secondo aspetto. Certo, 3 mila miliardi di euro sono tanti, il punto è che forse sono troppi per governi già piuttosto indebitati. Si comincia a non sentirsi tranquilli proprio perché le risorse che le autorità pubbliche hanno messo in campo potrebbero essere ormai eccessive per la loro capacità di ripagare debiti. Segnali ben poco rassicuranti vengono da Islanda e Argentina, i cui governi rischiano di essere travolti dagli interventi di sostegno finanziario che hanno messo in campo. Un’ulteriore prova è che mentre i titoli di Stato a breve scadenza (tre – sei mesi) sono richiestissimi, quelli a medio – lungo termine trovano molti meno estimatori. Gli operatori cominciano sommessamente a mettere in dubbio la solidità di molti emittenti di debito pubblico! Non dimentichiamoci che, oltre al quotidiano susseguirsi di perdite delle borse mondiali, è in arrivo una fase recessiva (come minimo) delle principali economie. Quindi aspettiamoci, purtroppo, aumento della disoccupazione, calo dei consumi delle famiglie, contrazione degli investimenti, fallimenti e conseguente chiusura di imprese, difficoltà ad esportare poiché la recessione è globale. Insomma, dopo le rappresentazioni “cinematografiche” sui mercati finanziari, la crisi arriverà a toccare, in maniera meno eclatante ma molto più concreta, il tessuto sociale. In questo contesto per alcuni paesi, segnatamente l’Italia, sarà difficile ricorrere a politiche keynesiane di deficit spending (spesa pubblica finanziata con l’indebitamento), perché il debito è già troppo alto. A meno che non ci si decida ad attuare una seria politica fiscale di ridistribuzione dei redditi, che implica una riduzione del peso delle tasse sui soggetti più deboli, più che compensata da un aumento degli oneri fiscali a carico delle componenti più ricche della società. Il maggiore introito derivante da queste due azioni dovrebbe poi essere impegnato in spese di sostegno alla congiuntura: opere pubbliche, incentivi per l’avvio di attività, sussidi di disoccupazione, etc. Tuttavia, che cosa ci possiamo aspettare da un governo che nasconde maldestramente, dietro una fumosa riforma, l’obiettivo di risparmiare proprio sulle spese scolastiche? Mettere in
mezzo a
una strada migliaia di insegnanti è esattamente
l’opposto di ciò che andrebbe
fatto nella fase economica che stiamo per affrontare. Inoltre,
l’istruzione e
la ricerca rappresentano il principale investimento per il futuro della
nostra
società. Un suggerimento per entrambi gli schieramenti
politici in Parlamento:
se proprio si vogliono risparmiare soldi pubblici, perché
non si riportano velocemente
a casa i militari impegnati nelle inconcludenti guerre i cui ci siamo
andati
sconsideratamente ad impantanare?
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