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Uruguay: pazzi per la terra

Non sarà la rivoluzione sociale, ma...


L'area coltivata dai Locos por la tierra

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Risaputo e proverbiale è che gli istituti bancari, almeno per il piccolo risparmiatore, non offrono apprezzabili remunerazioni dei capitali investiti.

Le strategie di investimento “alternativo” risultano difficili, per la maggior parte sono affidate a terzi nei confronti dei quali  si nutre quella fiducia che permette di realizzare interessanti operazioni di carattere economico e produttivo: le esperienze delle varie MAG o i canali proposti dalla banca etica sono solo alcuni degli esempi verso cui chi desidera può devolvere i propri risparmi per un utilizzo socialmente utile ed eticamente coerente. Non sempre i fini vengono raggiunti, può capitare che ci sia chi non rispetta gli impegni, chi tenta di fare il furbetto, ma nella maggioranza dei casi le esperienze realizzate si sono dimostrate degne di interesse, in grado di dare un apporto concreto a nuove forme di economia.

Quella che si vuole raccontare è un’esperienza che, fuori dai canali più consuetudinari sopra citati, si evidenzia con alcune positive caratteristiche e,  dal punto di vista sociale ed economico e non solo, risponde a una domanda che spesso ci si pone: come si può promuovere economia autogestionaria con la condivisione di tutti coloro che partecipano all’iniziativa.

Presuntuosamente, consapevoli di quanto si va dicendo, esprimiamo e descriviamo questa esperienza in quanto potrebbe essere  un esempio a cui far riferimento.

Gli antefatti

Tutto nasce nel 2002 durante una visita alla Comunidad del sur. La più vecchia comunità libertaria del Sudamerica e probabilmente del mondo, con sede a Montevideo, situata in prossimità della capitale dell’Uruguay, si estende per circa tre ettari. Una parte era coltivata biologicamente a ortaggi da un gruppo di persone, con una dinamica relazionale all’interno della Comunidad tale per cui poco dopo la mia permanenza, durata una decina di giorni, il gruppo si allontanò dalla Comunidad e continuò a lavorare terre di altri, occupandole ed essendone poco dopo regolarmente scacciato.

Locos por la tierra

Nel 2007 passeggiando per Montevideo vengo riconosciuto da un appartenente al gruppo: festosi saluti, e la loro storia si manifesta in un continuo tentativo di lavorare la terra in modo biologico (“organico” viene definito da quelle parti). Non sono proprietari di nulla e le loro finanze non permettono nemmeno di affittare il più piccolo appezzamento. Hanno però costituito un gruppo oramai consolidato; in cinque anni dediti a lavorare organicamente la terra, per di più altrui, hanno forgiato e messo in evidenza la reale volontà di lavoro e le relative capacità.

Nel corso del 2002 si era sviluppato un progetto, basato sul principio della riproducibilità autogestionaria, dove, solo a livello teorico, veniva postulata la possibilità di riprodurre tante piccole realtà produttive operanti nel settore primario e in termini organici, una sorta di rete di comunità agricole in grado di autosostenersi e riprodursi. Dopo l’incontro di Montevideo questa idea, dimenticata in brevi appunti di viaggio, ritorna alla mente.

Dall’Italia si fanno alcune telefonate ad alcuni rappresentanti del gruppo, che ora ha il nome di “Locos por la tierra”, e si prospetta loro la possibilità di acquistare un piccolo appezzamento. Dopo una ricerca durata poche settimane vengono esaminate alcune soluzioni: una di queste, circa 5 ettari a 30 km da Montevideo per un costo finale, complessivo di ogni onere, di 12.000 dollari, viene ritenuta perseguibile.

Sempre chi investe denaro si chiede “ma quanto renderà?”, una domanda lecita anche nel caso di investimenti politicamente condizionati (ma sempre investimenti…). Rappresentando momento di imbarazzo, quanto chiedere, viene lasciata ai Locos por la tierra la possibilità di definire quanto potrebbe essere riconosciuto come affitto annuale, nel caso di affitto della terra e di mantenimento della proprietà della stessa. Dopo pochi giorni giunge la risposta “saremo in grado di pagare 1500 dollari all’anno”. Una rendita del 12,5% rappresenterebbe sicuramente un ottimo investimento per cui, allettati anche da tale proficuità, si inviano i primi soldi per fermare la terra ed effettuare il compromesso. Il tutto viene realizzato con il supporto inevitabile di un notaio locale, dimostratosi persona e professionista molto lontano dagli stereotipi che questa categoria, in ogni continente, rappresenta.

Tutto questo avviene nel novembre 2007, e nel giugno 2008 si effettua un viaggio verso l’Uruguay per ratificare con atto di compravendita l’acquisto della terra, oltre a prenderne visione dal vivo, essendo l’acquisto stato fatto solo sulla base di un rapporto fiduciario. L’espletamento degli aspetti burocratico -amministrativi necessari permette di conoscere le procedure di quel paese, che non si discostano molto dalle nostre, sono solo un poco più lunghe, e a volte poco rispettose dei tempi per il contribuente.

La terra si dimostra di qualità. Chi esprime questo giudizio ha felici trascorsi d’infanzia vissuta per un lustro nelle nostre campagne, per cui è in grado di apprezzarne gli aspetti.

La permanenza a Montevideo è sufficientemente prolungata per capire ed entrare ancora meglio in ciò che il  gruppo Locos por la tierra sta sviluppando: un’idea di autogestione della propria vita e del proprio lavoro. Sono tre gruppi famigliari con quattro bambini. Nell’appezzamento vivono per ora in case di fortuna e un poco precarie, assieme ad animali che piano piano aumentano di numero e di genere: capre, galline, maiali. Si punta all’autosufficienza alimentare come primo aspetto, inoltre, tramite la coltivazione biologica di ortaggi, si vogliono rifornire i consumatori.

La coltivazione biologica rappresenta in Sudamerica un consumo  elitario, siamo in paesi in cui le multinazionali in quanto a OGM non si risparmiano, per cui i costi di questi prodotti biologici sono accessibili solo per le classi più abbienti. Il lavoro svolto in questi anni di occupazioni e  conseguenti cacciate hanno però permesso di realizzare una fiera dell’organico, in contrasto con quella ufficiale, un poco faraonica e decisamente elitaria. La nostra raccoglie produttori e artigiani che  operano   con  forme  di lavoro autogestito.  Un processo distributivo raggiunto dal gruppo Locos por la tierra è la realizzazione di una filiera corta, cortissima, in quanto per ora 50 famiglie, in alcuni quartieri popolari di Montevideo, da tempo vengono rifornite a domicilio dei prodotti del lavoro della terra, saltando tutte le intermediazioni. Un’esperienza molto simile ai gruppi di acquisto presenti in Europa, in grado anche di rappresentare un reddito da lavoro importante.

La Fiera dei prodotti biologici verrà realizzata nel mese di settembre, fin da ora vengono tenute regolari trasmissioni in un paio di radio libere presenti nella capitale per diffonderne l’informazione e la conoscenza.  Nel contesto di questa iniziativa vengono diffuse con varie forme quali volantini, opuscoli, dibattiti, esperienze concrete, tutte le informazioni teoriche e pratiche affinché si possano realizzare orti urbani, un aspetto molto pubblicizzalo anche dai nostri media nazionali in base alle esperienze realizzate nelle città più mediaticamente di interesse quali New York o Londra. Una risposta al carovita nata dal bisogno e che sta suscitando molta attenzione, per la quale viene da chiedersi “quando vi sarà una proposta tesa alla regolamentazione di questo fenomeno che incide sensibilmente sui processi di filiera e di speculazione, rendendo poco gradite questa forme di salvaguardia del costo della vita?”.

Ancora, per i giovani che vivono l’idea autogestionaria in modo un poco favolistico, lavorare la terra, fare vita naturale, piace, ma non sempre si hanno le conoscenze necessarie per dare corpo ai sogni. Locos por la tierra realizza sui campi periodi di lavoro in cui le persone interessate apprendono lavorando, in una sorta di mutuo scambio. Quello che mancherà saranno le terre disponibili, ma si troveranno; l’idea di fondo è proprio quella di favorirne l’acquisizione investendo i proventi del lavoro.

Nei circa 5 ettari verrà realizzato uno spazio coperto per la realizzazione di incontri ed eventi di natura culturale e sociale; sarà inoltre realizzato un piccolo spazio attrezzato per giochi di infanzia e  attività sportive.

La dinamica economica e relazionale tra l’acquirente/ proprietario e il gruppo Locos si è evoluta in termini positivi in quanto si è giunti all’accordo, reciprocamente valutato come positivo, di non pagare l’affitto bensì, da parte dei Locos por la tierra, pagare la terra nell’arco di alcuni  anni e costituire una cooperativa a proprietà indivisa che ne sarà titolare (anche il primo acquirente ne farà parte).

La modalità è la seguente: fatto 100 il ricavato, il 20% viene utilizzato per pagare la terra. Dal rimanente 80% vengono decurtati tutti i costi; quanto resta viene diviso per quattro tra chi lavora la terra e l’acquirente/ proprietario. Questi lascia il 50% alla cooperativa per l’acquisto di attrezzature necessarie per svolgere i lavori.

Alla fine la terra diventa di chi la lavora e i soldi investiti ritornano per un’altra eventuale iniziativa.

Questa esperienza può rappresentare un modo per dare un valore socialmente definito a possibili piccoli investimenti, in una logica di aiuti solidali rivolti a persone che siano in grado di dimostrare  pochi ma basilari elementi:

1) idee ben definite sulle metodologie di lavoro e le dinamiche sociali autogestionarie che si vogliono realizzare;

2) capacità professionalmente adeguate agli obiettivi che si vogliono  perseguire;

3) riconoscimento sociale della qualità dell’iniziativa, in quanto esperienza sociale e politica che tenta di affrontare in modo non ideologico, bensì concreto e pratico, un’ipotesi di cambio sociale.

 
Passando dalla ferrovia che costeggia il terreno si potrà notare un visibile cartello in cui è scritto “autogestendo il presente, seminiamo il futuro”. Che sia di buon auspicio!

 

Nerio Casoni

 
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