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Non sarà la rivoluzione sociale, ma... |
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| Risaputo e proverbiale è
che gli istituti bancari, almeno per il piccolo risparmiatore, non offrono
apprezzabili remunerazioni dei capitali investiti. Le strategie di investimento
“alternativo” risultano difficili, per la maggior parte sono affidate a terzi
nei confronti dei quali si nutre quella
fiducia che permette di realizzare interessanti operazioni di carattere
economico e produttivo: le esperienze delle varie MAG o i canali proposti dalla
banca etica sono solo alcuni degli esempi verso cui chi desidera può devolvere
i propri risparmi per un utilizzo socialmente utile ed eticamente coerente. Non
sempre i fini vengono raggiunti, può capitare che ci sia chi non rispetta gli
impegni, chi tenta di fare il furbetto, ma nella maggioranza dei casi le
esperienze realizzate si sono dimostrate degne di interesse, in grado di dare
un apporto concreto a nuove forme di economia. Quella che si vuole
raccontare è un’esperienza che, fuori dai canali più consuetudinari sopra
citati, si evidenzia con alcune positive caratteristiche e, dal punto di vista sociale ed economico e non
solo, risponde a una domanda che spesso ci si pone: come si può promuovere
economia autogestionaria con la condivisione di tutti coloro che partecipano
all’iniziativa. Presuntuosamente, consapevoli
di quanto si va dicendo, esprimiamo e descriviamo questa esperienza in quanto
potrebbe essere un esempio a cui far
riferimento. Nel corso del 2002 si
era sviluppato un progetto, basato sul principio della riproducibilità
autogestionaria, dove, solo a livello teorico, veniva postulata la possibilità
di riprodurre tante piccole realtà produttive operanti nel settore primario e
in termini organici, una sorta di rete di comunità agricole in grado di
autosostenersi e riprodursi. Dopo l’incontro di Montevideo questa idea,
dimenticata in brevi appunti di viaggio, ritorna alla mente. Dall’Italia si fanno
alcune telefonate ad alcuni rappresentanti del gruppo, che ora ha il nome di
“Locos por la tierra”, e si prospetta loro la possibilità di acquistare un piccolo
appezzamento. Dopo una ricerca durata poche settimane vengono esaminate alcune
soluzioni: una di queste, circa Sempre chi investe
denaro si chiede “ma quanto renderà?”, una domanda lecita anche nel caso di
investimenti politicamente condizionati (ma sempre investimenti…).
Rappresentando momento di imbarazzo, quanto chiedere, viene lasciata ai Locos
por la tierra la possibilità di definire quanto potrebbe essere riconosciuto
come affitto annuale, nel caso di affitto della terra e di mantenimento della
proprietà della stessa. Dopo pochi giorni giunge la risposta “saremo in grado
di pagare 1500 dollari all’anno”. Una rendita del 12,5% rappresenterebbe
sicuramente un ottimo investimento per cui, allettati anche da tale proficuità,
si inviano i primi soldi per fermare la terra ed effettuare il compromesso. Il
tutto viene realizzato con il supporto inevitabile di un notaio locale, dimostratosi
persona e professionista molto lontano dagli stereotipi che questa categoria,
in ogni continente, rappresenta. Tutto questo avviene nel
novembre 2007, e nel giugno 2008 si effettua un viaggio verso l’Uruguay per
ratificare con atto di compravendita l’acquisto della terra, oltre a prenderne
visione dal vivo, essendo l’acquisto stato fatto solo sulla base di un rapporto
fiduciario. L’espletamento degli aspetti burocratico -amministrativi necessari
permette di conoscere le procedure di quel paese, che non si discostano molto
dalle nostre, sono solo un poco più lunghe, e a volte poco rispettose dei tempi
per il contribuente. La terra si dimostra di
qualità. Chi esprime questo giudizio ha felici trascorsi d’infanzia vissuta per
un lustro nelle nostre campagne, per cui è in grado di apprezzarne gli aspetti. La permanenza a Montevideo
è sufficientemente prolungata per capire ed entrare ancora meglio in ciò che
il gruppo Locos por la tierra sta
sviluppando: un’idea di autogestione della propria vita e del proprio lavoro.
Sono tre gruppi famigliari con quattro bambini. Nell’appezzamento vivono per
ora in case di fortuna e un poco precarie, assieme ad animali che piano piano aumentano
di numero e di genere: capre, galline, maiali. Si punta all’autosufficienza
alimentare come primo aspetto, inoltre, tramite la coltivazione biologica di
ortaggi, si vogliono rifornire i consumatori. La coltivazione
biologica rappresenta in Sudamerica un consumo
elitario, siamo in paesi in cui le multinazionali in quanto a OGM non si
risparmiano, per cui i costi di questi prodotti biologici sono accessibili solo
per le classi più abbienti. Il lavoro svolto in questi anni di occupazioni
e conseguenti cacciate hanno però
permesso di realizzare una fiera dell’organico, in contrasto con quella
ufficiale, un poco faraonica e decisamente elitaria. La nostra raccoglie
produttori e artigiani che operano con forme di
lavoro autogestito. Un processo
distributivo raggiunto dal gruppo Locos por la tierra è la realizzazione di una
filiera corta, cortissima, in quanto per ora 50 famiglie, in alcuni quartieri
popolari di Montevideo, da tempo vengono rifornite a domicilio dei prodotti del
lavoro della terra, saltando tutte le intermediazioni. Un’esperienza molto
simile ai gruppi di acquisto presenti in Europa, in grado anche di
rappresentare un reddito da lavoro importante. Ancora, per i giovani
che vivono l’idea autogestionaria in modo un poco favolistico, lavorare la
terra, fare vita naturale, piace, ma non sempre si hanno le conoscenze necessarie
per dare corpo ai sogni. Locos por la tierra realizza sui campi periodi di lavoro
in cui le persone interessate apprendono lavorando, in una sorta di mutuo
scambio. Quello che mancherà saranno le terre disponibili, ma si troveranno;
l’idea di fondo è proprio quella di favorirne l’acquisizione investendo i
proventi del lavoro. Nei circa La dinamica economica e
relazionale tra l’acquirente/ proprietario e il gruppo Locos si è evoluta in
termini positivi in quanto si è giunti all’accordo, reciprocamente valutato
come positivo, di non pagare l’affitto bensì, da parte dei Locos por la tierra,
pagare la terra nell’arco di alcuni anni
e costituire una cooperativa a proprietà indivisa che ne sarà titolare (anche
il primo acquirente ne farà parte). La modalità è la
seguente: fatto 100 il ricavato, il 20% viene utilizzato per pagare la terra.
Dal rimanente 80% vengono decurtati tutti i costi; quanto resta viene diviso
per quattro tra chi lavora la terra e l’acquirente/ proprietario. Questi lascia
il 50% alla cooperativa per l’acquisto di attrezzature necessarie per svolgere
i lavori. Alla fine la terra
diventa di chi la lavora e i soldi investiti ritornano per un’altra eventuale
iniziativa. Questa esperienza può rappresentare
un modo per dare un valore socialmente definito a possibili piccoli investimenti,
in una logica di aiuti solidali rivolti a persone che siano in grado di dimostrare pochi ma basilari elementi: 1) idee ben definite
sulle metodologie di lavoro e le dinamiche sociali autogestionarie che si
vogliono realizzare; 2) capacità
professionalmente adeguate agli obiettivi che si vogliono perseguire; 3) riconoscimento
sociale della qualità dell’iniziativa, in quanto esperienza sociale e politica
che tenta di affrontare in modo non ideologico, bensì concreto e pratico,
un’ipotesi di cambio sociale.
Nerio Casoni |
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