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| All’inizio
è una frase. Il suono caldo del violoncello. Poi si
aggiunge la viola, ed è di nuovo la stessa frase, secondo
una variazione. Non
un’ossessione, ma un incedere lento. Quindi è la
volta del violino e infine la
fantasia del flauto rinascimentale. Gli strumenti entrano uno alla
volta, per
unirsi in una coralità luminosa. È la
coralità di un popolo. Poi poco a poco
gli strumenti se ne vanno, in ordine inverso rispetto
all’arrivo. Prima è il
flauto a lasciare la scena, quindi il violino. E le frasi in variazione
si
ripetono a ritroso. Poi rimangono i suoni caldi e umani. E’
il popolo che
fugge, dimenticato, metafora dell’abbandono, la malinconia e
l’eco lontana di
chi ancora prova a sognare. Alla fine è solo il violoncello
a impegnare la
scena, di nuovo su quella frase iniziale. “Danza
Kurda” è il brano che apre
Koine (1999), un album in cui l’autore, Roberto Picchi, mette
in vita una
sintesi di suoni e sonorità, di strumenti, classici e
tradizionali, in una
serie di brani complessi che si completano l’uno con
l’altro, creando un
significato ulteriore. Secondo
lo stesso autore: “Come una metafora barocca che fa
toccare tra loro due nuclei semantici diversi per operare
un’azione di sintesi,
non tanto verso la meraviglia, come è tipico della metafora
barocca, ma verso
l’immaginazione”. Dopo
la complessa architettura della prima traccia è la volta di
cinque brani per quartetto d’archi e ghironda
(“Stasimi e danze”). Sonorità
diverse, ma che non si sovrappongono annullandosi, bensì
dialogano, tra il
suono continuo e ondeggiante di uno strumento antico come la ghironda
che a
tratti emerge e la luminosità degli archi che disegnano
percorsi volatili. La
storia di “Pazzo per mia pietà”, brano
per clavicembalo e
soprano, è diversa. Il testo, nato su commissione per uno
spettacolo teatrale,
si è trasformato in un sottile gioiello, dove vive lo stile
veneziano del
clavicembalo e la voce del soprano che racconta una storia di amore e
tradimento,
il cui riferimento più chiaro è ai Vangeli
apocrifi, dove l’inganno di Giuda è
letto in realtà come atto d’amore. Un brano
strutturato in una serie complessa
e serrata di recitativi e arie, dove si trovano citazioni simmetriche
all’inizio e alla fine dal Re Lear e da un’opera di
Benedetto Marcello. Quindi
si ritorna al suono degli archi, con “La corona di
Balkis”,
un componimento in tre tempi. Il più drammatico è
l’Adagio, dove il riferimento
è alla fine drammatica di Gerard de Nerval, che
raccontò la storia di Balkis,
regina di Saba. Il suicidio del poeta nei vicoli di Parigi, una scena
per
immagini, che la musica altalenante e in certi momenti disorientante
ripercorre
passo passo, quasi grottesca, tra il tragico e l’ironico. Infine
i due canti gregoriani con l’accompagnamento della
chitarra suonata dallo stesso Picchi. Brani gentili, cantati da voci
femminili,
quasi angeliche. Viva è la presenza della Terra e del Cielo,
l’universo
maschile e femminile, dove non c’è supremazia di
uno sull’altro, ma un combaciare
nel reciproco completamento. Oltre
alla complessità e all’analisi musicale minuziosa
che sta
dietro alla sua creazione, questo album ha alla sua base anche la sfida
di
mettere a confronto e insieme musicisti di fama internazionale, grandi
esecutori
nel loro strumento, come David Bellugi al flauto e Stefano Zuffi alla
ghironda. Il
salto temporale e musicale rispetto all’unico altro disco
edito dall’autore, “Raggi di Sole”, nel
1977, è notevole. Allora si trattava di
un album cantautoriale, sei lunghe canzoni cantate, mentre qui domina
l’aspetto
strumentale e di stampo classico. Il passato nella canzone
d’autore, affianco
ad artisti come Claudio Lolli, si è evoluto, grazie anche
agli studi di composizione,
direzione di coro e strumentazione per banda al conservatorio bolognese
Giovan
Battista Martini. Una crescita notevole, ma non un distacco dalle sue
origini.
In realtà, infatti, il filo che unisce le due produzioni
è tutt’altro che
sottile. Già in “Raggi di Sole” le parti
strumentali avevano grande importanza
e aiutavano la voce a raccontare. Anche in quell’album
c’erano i popoli e
l’uomo nella sua materialità. Allora il brano di
apertura, che dava il nome
all’intero disco, raccontava la tragedia degli indios
sradicati della propria
terra e privati dei pascoli per far spazio alle miniere, mentre qui si
parla di
un popolo in fuga, discriminato. Anche lì c’era la
ricerca di un protagonista.
Quello che emergeva era però soprattutto una costruzione a
contrapposizione,
dove figure diverse si scontravano. Il salto qui invece è
rappresentato dal
desiderio di sintesi e armonia, come dice lo stesso titolo
dell’album, “Koine”,
un linguaggio che unisce forme diverse di espressione, il tutto
arricchito da
una notevole crescita musicale, sviluppata negli anni.
Un’armonia che è
difficile poter prevedere nel futuro, ma che rimane
nell’immaginario e può
servire a sognare. Ilaria Leccardi Per
chi volesse ascoltare Koine, può trovarne un assaggio
(“Danza
Kurda” eseguita da David
Bellugi e orchestra)
su www.youtube.com, o richiedere
il CD all’autore: ropicchi@infinito.it
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