È
stato questo il tormentone dell’ultimo festival di Venezia: 20% in più
nei
prezzi (fino a cinque euro un panino con prosciutto cotto e formaggio
in
drogheria) e 20% in meno nelle presenze (ridimensionato poi, nel
bilancio di
chiusura, a un più rassicurante meno 12%). In mezzo all’oggettività dei
dati il
potere dell’arte come specchio della contemporaneità.
Purtroppo,
però, anche l’arte ha latitato e, dei 21 film in concorso, forse anche
meno del
20% sono risultati davvero necessari, o perlomeno interessanti. Molto
più
accattivanti, come ormai da qualche anno a questa parte, le sezioni
collaterali, o l’ottima retrospettiva “Questi fantasmi: Cinema italiano
ritrovato
(1946 – 1975)”, dedicata a opere restaurate di un trentennio italiano
molto vitale.
Ghiotta l’opportunità di vedere o rivedere “I basilischi”, il debutto
di Lina
Wertmuller, o il corrosivo e ancora attuale “I mostri” di Dino Risi.
Tante,
come al solito, le polemiche, con spazio anche per manifestazioni
popolari.
Oltre mille lavoratori della scuola e del pubblico impiego sono
arrivati al
Lido di Venezia con due motonavi e alcuni vaporetti e hanno manifestato
davanti
al Palazzo del Cinema di Venezia contro i tagli degli organici e contro
il
decreto Brunetta. Altri hanno sostenuto con la loro presenza il
documentario Thyssenkrupp blues di
Pietro Balla e
Monica Repetto e La fabbrica dei tedeschi
di Mimmo Calopresti che, insieme a “Yuppi Du” di Adriano Celentano,
superstar
del festival con il compito di consegnare il Leone d’Oro alla carriera
a
Ermanno Olmi, hanno movimentato la giornata dedicata al tema delle
morti sul
lavoro. Il cinema invece, forse per lo sciopero degli sceneggiatori
americani
che ha posticipato la realizzazione di molte pellicole, forse per i
troppi
festival che si contendono a poca distanza i titoli più meritevoli, ma
forse
anche perché il periodo non offre particolari talenti, ne esce con
pochi
superlativi. In proporzione fa una bella figura l’Italia, che con
quattro
titoli in concorso, a parte il deludente Un
giorno perfetto di Ferzan Ozpetek, riesce comunque a
distinguersi dalla
patina intellettualoide di molte delle opere presentate. Lungometraggi
che,
terminata la manifestazione, resteranno congelati in attesa di un
distributore
che probabilmente non arriverà. E non perché non si trovano più
distributori
coraggiosi capaci di rischiare sul nuovo, o almeno non solo, ma
soprattutto
perché di nuovo c’è ben poco, con troppi autori che non riescono a
essere
comunicativi e si accontentano di crogiolarsi della propria
impenetrabilità.
Come se l’arte dovesse per forza essere distante e incomprensibile e
non
semplicemente bella e potente.
Delude
il concorso
Fa
piacere il riconoscimento a The Wrestler
di Darren Aronofsky, perché si tratta di un bel ritratto di perdente
con un
Mickey Rourke molto in parte. È stato erroneamente definito l’ennesimo
Rocky in
cerca di riscatto mentre Randy Robinson, detto l’Ariete, protagonista
del
film, è tutt’altro che virtuoso e finisce per perdere tutto, l’amore,
gli
affetti più cari, la salute, per realizzare se stesso. Ma non per
essere un
vincente, anzi, solo perché non può fare altro che seguire il proprio
imprescindibile sentire, l’unico modo, distruttivo ma irrinunciabile,
per
sentirsi davvero vivo. Dispiace invece l’assenza di premi per The Hurt Locker di Kathryn Bigelow,
accusato di essere privo di un’etica forte. In realtà la regista
americana
ambienta il film in Iraq, soffermandosi su una squadra di soldati il
cui
compito è disinnescare ordigni inesplosi, ma non si preoccupa di
esplicitare il
suo punto di vista in merito. In conferenza stampa ha affermato “Non è
un film
partigiano, anche se la futilità di occupare una nazione che non vuole
essere
occupata è evidente. Ma più che i soldati mi interessano gli esseri
umani,
quelli che non si vedono nei notiziari della Cnn”. E infatti la sua
visione si
sofferma sulla ricerca di adrenalina che spinge persone qualunque a
scegliere
di rischiare la propria vita come soldati. Un discorso sotteso a tutte
le
guerre e quindi molto più sottile, ma il suo film è stato
superficialmente
bollato come solita “americanata”. Per giorni il toto-leone dava come
vincitore
annunciato Teza, dell’etiope Haile
Gerima,
uno dei pochi film in grado di accontentare sia la critica che il
pubblico. Il
film racconta le illusioni di cambiamento sociale di un medico tornato
in
Etiopia ai tempi di Mengistu e ha conquistato il Gran Premio della
Giuria e
l’Osella d’Oro per la
Migliore Sceneggiatura. Tra gli altri, esclusi
gli italiani (trattati a parte), delude un po’ Jonathan Demme con Rachel Getting Married,
film di
screto che però sconta un
soggetto un po’ trito (riunione di famiglia in occasione del matrimonio
di una
delle figlie con annessi rancori e traumi non del tutto rimossi) e uno
stile
affine al “Dogma”, quindi macchina da presa manuale, luci naturali,
saltuarie
sgranature e musica diegetica. Peccato che gli stessi danesi inventori
del
“Dogma” ne abbiano decretato ufficialmente la fine già un paio di anni
or sono.
Sempre piacevole il cartone animato di Hayao Miyazaki (Ponyo
on the Cliff by the Sea), anche se dal maestro giapponese ci
si aspettava forse qualcosa di più di una favola gentile destinata
soprattutto
ai più piccini. Tra gli altri film presentati, si apprezza la
costruzione di The Burning Plain,
con Charlize Theron
e Kim Basinger, che incrocia luoghi geografici (il nuovo Messico e
l’Oregon) e
piani temporali differenti, ma il risultato non convince appieno perché
alcune
svolte previste dalla sceneggiatura risultano forzate. In regia il
pluripremiato sceneggiatore Guillermo Arriaga, al suo debutto dietro la
macchina da presa dopo la scissione con Alejandro Gonzalez Inarritu a
causa,
pare, di dissidi sulla firma delle opere (la questione non è da poco: è
autore
chi mette in scena o chi idea?).
Tra
gli insopportabili, infine, Nuit de Chien
di Werner Schroeter, tra i più odiati dal pubblico per la sua
datatissima
critica al potere, e il turco Milk,
di Semih Kaplanoglu, che vorrebbe raccontare le difficoltà di coltivare
velleità artistiche in un ambiente rurale ma finisce per perdersi in
silenzi,
metafore e tempi dilatati. È piaciuto alla giuria (presieduta da Wim
Wenders e
composta da Jurij Nikolaevic Arabov, Valeria Golino, Douglas Gordon,
Lucrecia
Martel, John Landis e Johnnie To) il russo Paper
Soldier, ma l’occasione di incrociare le vicissitudini
affettive di un
medico con la prima incursione dei cosmonauti russi nello spazio si
risolve in
una cura formale e si dissolve in situazioni surreali condite da
dialoghi
allusivi di estenuante cripticità.
L’Italia
si difende
Dei
quattro film italiani in concorso il migliore è forse quello di Pupi
Avati Il papà di Giovanna che prova
a
raccontare cosa succede ai protagonisti di un fatto di cronaca nera una
volta
che i riflettori sulla vicenda si sono spenti. Ancora Bologna, ancora
il tempo
di guerra, ma meno bozzetti e cadute nel patetico del solito e un
protagonista
molto bravo. Non a caso l’unico premio per l’Italia è proprio la Coppa Volpi
a Silvio
Orlando come migliore attore. Si difende bene anche Marco Bechis con BirdWatchers – La terra degli uomini rossi
che ha il pregio di affrontare un tema che pochi hanno provato ad
approfondire,
perlomeno a livello cinematografico: lo spaesamento dei Guarani-Kiowà
brasiliani che, abbandonati dalle istituzioni, sono stati espropriati
della
terra in cui vivevano, destinata a colture, e confinati in riserve. Ciò
che al
regista interessa mostrare è il dolore di chi si sente togliere ciò che
considera
un suo naturale diritto. Il consueto rigore di Bechis si scontra con la
tesi da
dimostrare, fino a un brutto finale con tanto di slogan. Divertente,
invece, la
commedia Il seme della discordia di
Pappi Corsicato: personaggi volutamente sopra le righe, interpretazioni
simpaticamente innaturali, colori sgargianti, un design molto ricercato
nelle
scenografie e una spruzzata di attualità nei temi trattati, che vanno
dall’inseminazione
artificiale all’aborto passando per lo stupro. Tutto molto curato ma
leggero
fino all’inconsistenza. Niente da fare, invece, per Un
giorno perfetto di Ferzan Ozpetek che mette in scena una
tragedia familiare cercando a tutti i costi di compiacere il pubblico
attraverso
dinamiche affettive e comportamentali
di matrice televisiva. Brava, comunque, Isabella Ferrari mentre Valerio
Mastandrea non convince.
Meglio
le altre sezioni
Come
anticipato, sono le sezioni collaterali a riservare le maggiori
sorprese. “La
Settimana della Critica”
ha perso quel taglio fastidiosamente intellettualoide che la
caratterizzava
nelle edizioni precedenti diventando punto di riferimento per un cinema
di
scoperta e di qualità. Tra i titoli presentati è stato apprezzato il
malese $E11.OU7! del trentottenne
Yeo Joon
Han, una sorta di musical molto caustico e divertente che prende in
giro la tv
del dolore, i reality show e gli obiettivi prettamente commerciali
delle
multinazionali (curioso, però, che sia stato prodotto proprio con soldi
di una
di esse). Interessante anche Kabuli Kid,
del documentarista Barmak Akram, perfetta fusione tra finzione e
realtà. La
storia di un neonato abbandonato da una donna su un taxi è infatti
inventata
(anche se potrebbe essere vera), mentre i luoghi, le facce, le strade,
l’atmosfera
che si respira e le emozioni veicolate sono rigorosamente vere. Quello
che
Akram regala allo spettatore è un viaggio nella Kabul odierna, dopo che
la
caduta del regime talebano non ha portato il benessere auspicato. La
vera
protagonista è quindi la città, con le sue grandi strade polverose
invase da un
traffico impazzito di auto e di anime in continuo fermento (almeno fino
all’ora
del coprifuoco). Ottimo, poi, il successo dell’unico film italiano
presente
nella sezione, quel Pranzo di Ferragosto
di Gianni Di Gregorio che sta ottenendo ampi consensi anche nelle sale.
La
storia è nota: con quattro arzille vecchiette ne succederanno,
ovviamente,
delle belle. Film carino per definizione, si fa apprezzare per la verve
delle
interpreti, tutte non professioniste, e per la naturalezza con cui
mette in
scena rughe e pelle cadente e avvizzita. Coi tempi che corrono, tutti
all’insegna di una perfezione tanto irraggiungibile quanto effimera, è
una
scelta sicuramente originale.
La
sezione “Giornate degli Autori” prova invece a rispondere
all’interrogativo:
come conciliare l’esigenza del dialogo con gli spettatori senza
arrendersi
all’omologazione dei gusti e del linguaggio? Tra le risposte Machan di Uberto Pasolini, simpatico
“Full Monty” in salsa cingalese, il francese Stella
di Sylvie Verheyde, ironico ritratto di una dodicenne alle
prese con l’integrazione con i compagni di classe della prima media, e Un altro pianeta, di Stefano Tummolini,
primo esempio di film a bassissimo budget (circa 1000 euro) che prova a
raccontare sogni e speranze di alcuni ragazzi in una giornata trascorsa
insieme
al mare.
Meno
divi del solito
In
un’edizione sottotono come quella di quest’anno sono meno anche i divi
in passerella.
A parte l’inaugurazione con il botto grazie a George Clooney e Brad
Pitt,
diretti dai fratelli Coen in Burn After
Reading, arriva Charlize Theron per The
Burning Plain (ma Kim Basinger resta a casa) e poi la
smagrita Anne Hathaway
per Rachel Getting Married. Fa una
rapida
incursione anche l’incantevole Natalie Portman, al Lido per presentare
il suo
cortometraggio Eve (una cosina
incentrata
su una nipote che va a trovare la nonna). Ma tutti gli applausi sono
per Mickey
Rourke, bravissimo protagonista di The
Wrestler e unico a tradire vera emozione nel rito mediatico
delle conferenze
stampa.
Della
scarsa presenza di Americani ne approfittano gli Italiani. Per ogni
film nazionale
le delegazioni arrivano oramai ad includere anche il responsabile del
catering
e tutti i più famosi attori nostrani passano al Lido in quella che è la
vetrina
nazionale più prestigiosa del mondo del cinema. Il pubblico risponde al
richiamo.
I
più acclamati sono stati sicuramente Isabella Ferrari, presente sia per
il film
di Ozpetek che per quello di Corsicato, Francesca Neri, bella e brava
nel film
di Avati, e la scoperta Caterina Murino, che nel primo ruolo da
protagonista in
Italia (è già stata una Bond-girl nell’ultimo 007), ne Il
seme della discordia si distingue per grazia e simpatia. Tra
gli
uomini, unanime il consenso per Silvio Orlando, sensibile Papà di Giovanna e tifo da stadio per
Alessandro Gassman.
Luca Baroncini
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