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Venezia 65, Lido di Venezia, 27 agosto - 6 settembre 2008

Un festival al 20%




Kathryn Bigelow, regista di The Hurt Locker (foto Luca Baroncini 2008)
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È stato questo il tormentone dell’ultimo festival di Venezia: 20% in più nei prezzi (fino a cinque euro un panino con prosciutto cotto e formaggio in drogheria) e 20% in meno nelle presenze (ridimensionato poi, nel bilancio di chiusura, a un più rassicurante meno 12%). In mezzo all’oggettività dei dati il potere dell’arte come specchio della contemporaneità.

Purtroppo, però, anche l’arte ha latitato e, dei 21 film in concorso, forse anche meno del 20% sono risultati davvero necessari, o perlomeno interessanti. Molto più accattivanti, come ormai da qualche anno a questa parte, le sezioni collaterali, o l’ottima retrospettiva “Questi fantasmi: Cinema italiano ritrovato (1946 – 1975)”, dedicata a opere restaurate di un trentennio italiano molto vitale. Ghiotta l’opportunità di vedere o rivedere “I basilischi”, il debutto di Lina Wertmuller, o il corrosivo e ancora attuale “I mostri” di Dino Risi. Tante, come al solito, le polemiche, con spazio anche per manifestazioni popolari. Oltre mille lavoratori della scuola e del pubblico impiego sono arrivati al Lido di Venezia con due motonavi e alcuni vaporetti e hanno manifestato davanti al Palazzo del Cinema di Venezia contro i tagli degli organici e contro il decreto Brunetta. Altri hanno sostenuto con la loro presenza il documentario Thyssenkrupp blues di Pietro Balla e Monica Repetto e La fabbrica dei tedeschi di Mimmo Calopresti che, insieme a “Yuppi Du” di Adriano Celentano, superstar del festival con il compito di consegnare il Leone d’Oro alla carriera a Ermanno Olmi, hanno movimentato la giornata dedicata al tema delle morti sul lavoro. Il cinema invece, forse per lo sciopero degli sceneggiatori americani che ha posticipato la realizzazione di molte pellicole, forse per i troppi festival che si contendono a poca distanza i titoli più meritevoli, ma forse anche perché il periodo non offre particolari talenti, ne esce con pochi superlativi. In proporzione fa una bella figura l’Italia, che con quattro titoli in concorso, a parte il deludente Un giorno perfetto di Ferzan Ozpetek, riesce comunque a distinguersi dalla patina intellettualoide di molte delle opere presentate. Lungometraggi che, terminata la manifestazione, resteranno congelati in attesa di un distributore che probabilmente non arriverà. E non perché non si trovano più distributori coraggiosi capaci di rischiare sul nuovo, o almeno non solo, ma soprattutto perché di nuovo c’è ben poco, con troppi autori che non riescono a essere comunicativi e si accontentano di crogiolarsi della propria impenetrabilità. Come se l’arte dovesse per forza essere distante e incomprensibile e non semplicemente bella e potente.

Delude il concorso

Fa piacere il riconoscimento a The Wrestler di Darren Aronofsky, perché si tratta di un bel ritratto di perdente con un Mickey Rourke molto in parte. È stato erroneamente definito l’ennesimo Rocky in cerca di riscatto mentre Randy Robinson, detto l’Ariete, protagonista del film, è tutt’altro che virtuoso e finisce per perdere tutto, l’amore, gli affetti più cari, la salute, per realizzare se stesso. Ma non per essere un vincente, anzi, solo perché non può fare altro che seguire il proprio imprescindibile sentire, l’unico modo, distruttivo ma irrinunciabile, per sentirsi davvero vivo. Dispiace invece l’assenza di premi per The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, accusato di essere privo di un’etica forte. In realtà la regista americana ambienta il film in Iraq, soffermandosi su una squadra di soldati il cui compito è disinnescare ordigni inesplosi, ma non si preoccupa di esplicitare il suo punto di vista in merito. In conferenza stampa ha affermato “Non è un film partigiano, anche se la futilità di occupare una nazione che non vuole essere occupata è evidente. Ma più che i soldati mi interessano gli esseri umani, quelli che non si vedono nei notiziari della Cnn”. E infatti la sua visione si sofferma sulla ricerca di adrenalina che spinge persone qualunque a scegliere di rischiare la propria vita come soldati. Un discorso sotteso a tutte le guerre e quindi molto più sottile, ma il suo film è stato superficialmente bollato come solita “americanata”. Per giorni il toto-leone dava come vincitore annunciato Teza, dell’etiope Haile Gerima, uno dei pochi film in grado di accontentare sia la critica che il pubblico. Il film racconta le illusioni di cambiamento sociale di un medico tornato in Etiopia ai tempi di Mengistu e ha conquistato il Gran Premio della Giuria e l’Osella d’Oro per la Migliore Sceneggiatura. Tra gli altri, esclusi gli italiani (trattati a parte), delude un po’ Jonathan Demme con Rachel Getting   Married,  film  di screto che però sconta un soggetto un po’ trito (riunione di famiglia in occasione del matrimonio di una delle figlie con annessi rancori e traumi non del tutto rimossi) e uno stile affine al “Dogma”, quindi macchina da presa manuale, luci naturali, saltuarie sgranature e musica diegetica. Peccato che gli stessi danesi inventori del “Dogma” ne abbiano decretato ufficialmente la fine già un paio di anni or sono. Sempre piacevole il cartone animato di Hayao Miyazaki (Ponyo on the Cliff by the Sea), anche se dal maestro giapponese ci si aspettava forse qualcosa di più di una favola gentile destinata soprattutto ai più piccini. Tra gli altri film presentati, si apprezza la costruzione di The Burning Plain, con Charlize Theron e Kim Basinger, che incrocia luoghi geografici (il nuovo Messico e l’Oregon) e piani temporali differenti, ma il risultato non convince appieno perché alcune svolte previste dalla sceneggiatura risultano forzate. In regia il pluripremiato sceneggiatore Guillermo Arriaga, al suo debutto dietro la macchina da presa dopo la scissione con Alejandro Gonzalez Inarritu a causa, pare, di dissidi sulla firma delle opere (la questione non è da poco: è autore chi mette in scena o chi idea?).

Tra gli insopportabili, infine, Nuit de Chien di Werner Schroeter, tra i più odiati dal pubblico per la sua datatissima critica al potere, e il turco Milk, di Semih Kaplanoglu, che vorrebbe raccontare le difficoltà di coltivare velleità artistiche in un ambiente rurale ma finisce per perdersi in silenzi, metafore e tempi dilatati. È piaciuto alla giuria (presieduta da Wim Wenders e composta da Jurij Nikolaevic Arabov, Valeria Golino, Douglas Gordon, Lucrecia Martel, John Landis e Johnnie To) il russo Paper Soldier, ma l’occasione di incrociare le vicissitudini affettive di un medico con la prima incursione dei cosmonauti russi nello spazio si risolve in una cura formale e si dissolve in situazioni surreali condite da dialoghi allusivi di estenuante cripticità.

L’Italia si difende

Dei quattro film italiani in concorso il migliore è forse quello di Pupi Avati Il papà di Giovanna che prova a raccontare cosa succede ai protagonisti di un fatto di cronaca nera una volta che i riflettori sulla vicenda si sono spenti. Ancora Bologna, ancora il tempo di guerra, ma meno bozzetti e cadute nel patetico del solito e un protagonista molto bravo. Non a caso l’unico premio per l’Italia è proprio la Coppa Volpi a Silvio Orlando come migliore attore. Si difende bene anche Marco Bechis con BirdWatchers – La terra degli uomini rossi che ha il pregio di affrontare un tema che pochi hanno provato ad approfondire, perlomeno a livello cinematografico: lo spaesamento dei Guarani-Kiowà brasiliani che, abbandonati dalle istituzioni, sono stati espropriati della terra in cui vivevano, destinata a colture, e confinati in riserve. Ciò che al regista interessa mostrare è il dolore di chi si sente togliere ciò che considera un suo naturale diritto. Il consueto rigore di Bechis si scontra con la tesi da dimostrare, fino a un brutto finale con tanto di slogan. Divertente, invece, la commedia Il seme della discordia di Pappi Corsicato: personaggi volutamente sopra le righe, interpretazioni simpaticamente innaturali, colori sgargianti, un design molto ricercato nelle scenografie e una spruzzata di attualità nei temi trattati, che vanno dall’inseminazione artificiale all’aborto passando per lo stupro. Tutto molto curato ma leggero fino all’inconsistenza. Niente da fare, invece, per Un giorno perfetto di Ferzan Ozpetek che mette in scena una tragedia familiare cercando a tutti i costi di compiacere il pubblico attraverso  dinamiche  affettive  comportamentali di matrice televisiva. Brava, comunque, Isabella Ferrari mentre Valerio Mastandrea non convince. 

Meglio le altre sezioni

Come anticipato, sono le sezioni collaterali a riservare le maggiori sorprese. “La Settimana della Critica” ha perso quel taglio fastidiosamente intellettualoide che la caratterizzava nelle edizioni precedenti diventando punto di riferimento per un cinema di scoperta e di qualità. Tra i titoli presentati è stato apprezzato il malese $E11.OU7! del trentottenne Yeo Joon Han, una sorta di musical molto caustico e divertente che prende in giro la tv del dolore, i reality show e gli obiettivi prettamente commerciali delle multinazionali (curioso, però, che sia stato prodotto proprio con soldi di una di esse). Interessante anche Kabuli Kid, del documentarista Barmak Akram, perfetta fusione tra finzione e realtà. La storia di un neonato abbandonato da una donna su un taxi è infatti inventata (anche se potrebbe essere vera), mentre i luoghi, le facce, le strade, l’atmosfera che si respira e le emozioni veicolate sono rigorosamente vere. Quello che Akram regala allo spettatore è un viaggio nella Kabul odierna, dopo che la caduta del regime talebano non ha portato il benessere auspicato. La vera protagonista è quindi la città, con le sue grandi strade polverose invase da un traffico impazzito di auto e di anime in continuo fermento (almeno fino all’ora del coprifuoco). Ottimo, poi, il successo dell’unico film italiano presente nella sezione, quel Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio che sta ottenendo ampi consensi anche nelle sale. La storia è nota: con quattro arzille vecchiette ne succederanno, ovviamente, delle belle. Film carino per definizione, si fa apprezzare per la verve delle interpreti, tutte non professioniste, e per la naturalezza con cui mette in scena rughe e pelle cadente e avvizzita. Coi tempi che corrono, tutti all’insegna di una perfezione tanto irraggiungibile quanto effimera, è una scelta sicuramente originale.

La sezione “Giornate degli Autori” prova invece a rispondere all’interrogativo: come conciliare l’esigenza del dialogo con gli spettatori senza arrendersi all’omologazione dei gusti e del linguaggio? Tra le risposte Machan di Uberto Pasolini, simpatico “Full Monty” in salsa cingalese, il francese Stella di Sylvie Verheyde, ironico ritratto di una dodicenne alle prese con l’integrazione con i compagni di classe della prima media, e Un altro pianeta, di Stefano Tummolini, primo esempio di film a bassissimo budget (circa 1000 euro) che prova a raccontare sogni e speranze di alcuni ragazzi in una giornata trascorsa insieme al mare.

Meno divi del solito

In un’edizione sottotono come quella di quest’anno sono meno anche i divi in passerella. A parte l’inaugurazione con il botto grazie a George Clooney e Brad Pitt, diretti dai fratelli Coen in Burn After Reading, arriva Charlize Theron per The Burning Plain (ma Kim Basinger resta a casa) e poi la smagrita Anne Hathaway per Rachel Getting Married. Fa una rapida incursione anche l’incantevole Natalie Portman, al Lido per presentare il suo cortometraggio Eve (una cosina incentrata su una nipote che va a trovare la nonna). Ma tutti gli applausi sono per Mickey Rourke, bravissimo protagonista di The Wrestler e unico a tradire vera emozione nel rito mediatico delle conferenze stampa.

Della scarsa presenza di Americani ne approfittano gli Italiani. Per ogni film nazionale le delegazioni arrivano oramai ad includere anche il responsabile del catering e tutti i più famosi attori nostrani passano al Lido in quella che è la vetrina nazionale più prestigiosa del mondo del cinema. Il pubblico risponde al richiamo.

I più acclamati sono stati sicuramente Isabella Ferrari, presente sia per il film di Ozpetek che per quello di Corsicato, Francesca Neri, bella e brava nel film di Avati, e la scoperta Caterina Murino, che nel primo ruolo da protagonista in Italia (è già stata una Bond-girl nell’ultimo 007), ne Il seme della discordia si distingue per grazia e simpatia. Tra gli uomini, unanime il consenso per Silvio Orlando, sensibile Papà di Giovanna e tifo da stadio per Alessandro Gassman.

 
Luca Baroncini

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