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Maria Stella Gelmini e l’eredità del ‘68 Sembra una barzelletta: aveva appena finito di denunciare lo stato di degrado delle scuole del Mezzogiorno e di preannunciare corsi di formazione per i loro insegnanti, facendoli arrabbiare non poco, quando è saltato fuori che solo alcuni anni fa, nel 2001, si è recata nell’estremo sud per sostenere l’esame di abilitazione alla professione, come d’uso tra i furbetti. Del resto all’articolo 1 del disegno di legge che porta la sua firma (“definizione di merito”) è scritto che “si intende per merito il conseguimento di risultati individuali o collettivi superiori a quelli mediamente conseguiti nei rispettivi ambiti di attività”, mica è specificato in quale modo vadano conseguiti! Numerosi esponenti del Partito Democratico (si fa fatica a scrivere “dell’opposizione”) hanno chiesto le sue immediate dimissioni. E la Gelmini così si è giustificata: “Che senso aveva perdere anni in concorsi dove l’esperienza mi diceva che passavano solo i figli di avvocati? Veltroni difende per caso gli ordini professionali? Pensa che sia lì che si valuta il merito delle persone?”. Ma guarda un po’: quando si parla di ciò che si conosce per averlo vissuto sulla propria pelle, non ci vuol molto a capire che cosa si nasconda dietro a quel famoso “merito” che il ministro ci tiene tanto a premiare! La classe sociale di appartenenza. Ed è proprio quello che sostenevamo ai tempi della contestazione giovanile, quella contestazione che la Gelmini e i suoi compagni di partito vedono come il fumo negli occhi… Intendiamoci: in un mondo in cui le porte si aprono quasi esclusivamente davanti a chi possiede il denaro o le amicizie giuste, saremmo ben lieti che fosse premiato “il merito”. In questo modo, almeno, riuscirebbe a intrufolarsi qualcuno in più, tra quelli che non fanno parte della classe dirigente e ad essa non si prostituiscono, e troveremmo qualche persona competente in più nei posti dove occorre. Ma non crediamo che quello del “merito” sia un criterio neutro, come sembrerebbe leggendo il disegno di legge della Gelmini… E, a quanto pare, se ci pensa bene, non lo crede neanche lei. Un’altra considerazione: la Gelmini si scaglia contro gli ordini professionali, riprendendo, anche in questo caso, una parola d’ordine della contestazione giovanile. Ovvio: essendo professionalmente giovane (è nata nel 1973), e collocata in un ambito professionale che prevede l’esistenza di un ordine, vede di malocchio tali istituzioni che, notoriamente, costituiscono uno strumento di potere in mano ai professionisti che già da tempo ne fanno parte. Peccato che, all’articolo 2 del già citato disegno di legge che porta la sua firma affermi che vuole promuovere la “valorizzazione del merito dei docenti, mediante: (…) la progressiva liberalizzazione della professione, da attuare attraverso la chiamata nominativa da parte delle autonomie scolastiche su liste di idonei”. Non sarebbe questa, di fatto, l’istituzione di un ordine professionale dei docenti, nel quale si entrerebbe (come in quello degli avvocati) dopo aver sostenuto un esame di idoneità (cioè di abilitazione) allo svolgimento della professione? A noi pare proprio di sì. Forse non se ne era accorta. Forse
farebbe meglio a riflettere sulla propria esperienza personale, prima
di
promuovere cose nelle quali, giustamente, è la prima a non credere. (Redazionale)
Mentre molti ancora si
domandavano
se il peggio della
crisi fosse ormai passato, altre sorprese si preparavano per rendere
più
frizzante il noioso mondo della finanza. Prima
dell’estate erano entrate in difficoltà due entità para pubbliche
americane,
Freddie Mac e Fannie Mae, due istituti che controllano più
della metà dei
mutui immobiliari erogati negli Stati Uniti. Tali banche avevano perso
oltre il
90% del loro valore in borsa. Le obbligazioni emesse da Freddie e
Fannie sono
una montagna di dimensioni tali da mettere a repentaglio l’intero
sistema
finanziario mondiale. Tra gli affezionati acquirenti dei bond Freddie e
Fannie
troviamo molte banche centrali, inclusa quella cinese. Come si faceva a
lasciare andare alla deriva due istituti con clienti di quel tipo? Il governo Usa è dovuto
intervenire. La
portata della nazionalizzazione di queste due banche è enorme. Il
segretario al
Tesoro degli Stati Uniti, Henry Paulson, ha eluso le domande sul prezzo
che il
contribuente americano dovrà accollarsi per questo salvataggio. Alcuni
analisti lo stimano in non meno di 200 miliardi di dollari. Ma questa è
solo
un’approssimazione, poiché «questi due istituti gestiscono o
garantiscono ben
5.200 miliardi di dollari di mutui per la casa. Quel volume di prestiti
è pari
al 58% dell’intero debito pubblico americano ... i 5.200 miliardi di
dollari
entrano a pieno titolo a far parte del “rischio sovrano” che fa capo al
Tesoro
di Washington»1.
Le borse di tutto il mondo
tirano
un sospiro di sollievo
grazie alla generosità dimostrata dallo zio Sam. Qualcuno riprende ad
affermare
che “abbiamo già toccato il fondo”. La situazione non può che
migliorare. Poi, a
riprova della profondità
della
crisi, arriva l’uragano Lehman Brothers. Su questa banca
d’affari le
chiacchiere circolavano da mesi. Doveva essere salvata da capitali sud
coreani,
ma il parere negativo del governo di quel paese ha fatto sì che non se
ne
facesse nulla. L’onnipotente amministratore delegato, Fuld, ostentava
sicurezza. Pensava di salvare la “sua” banca vendendone qualche pezzo
pregiato.
Poi gli eventi precipitano. Nel fine settimana del 13 e 14 settembre si
organizzano
riunioni fiume per trovare il salvatore di Lehman. Si fa avanti
Barclays, una
banca inglese intenzionata ad espandersi negli Stati Uniti. Gli Inglesi
sono
disposti ad accollarsi l’onere del salvataggio ma chiedono una garanzia
al
governo Usa sul 10% degli attivi di Lehman. Curiosamente, Paulson e il
governatore della Federal Reserve, Bernanke, decidono che stavolta non
bisogna
incentivare il cosiddetto “moral hazard”, ossia quei comportamenti
spregiudicati che i finanzieri mettono in atto sicuri che, in caso di
problemi,
ci sarà comunque un intervento pubblico a sistemare le cose.
L’irrigidimento
delle autorità americane provoca la fuga di Barclays, l’unico
compratore in
vista. Lunedì Lehman entra nella procedura fallimentare sotto il
chapter 11. È
il cataclisma. I mercati
azionari
mondiali tracollano. Lehman ha in circolazione più di 600
miliardi di
dollari di titoli, il cui rimborso diventa problematico. Chi ha
sottoscritto
quella carta? Emergono qua e là le prime ammissioni: Dexia (istituto di
credito
franco – belga) dichiara di essere esposto con Lehman per oltre 2
miliardi di
euro, il gruppo assicurativo tedesco Allianz per 400 milioni, il
riassicuratore
tedesco Munich – Re per 350 milioni, la compagnia assicurativa francese
Aviva
per 338 milioni. Il titolo dell’Unione delle Banche Svizzere (Ubs)
precipita in
borsa ai minimi da dieci anni. C’è il rischio di un effetto domino che
travolga
i detentori di azioni e obbligazioni Lehman. Anche alcuni fondi
pensione
italiani possiedono titoli emessi da Lehman. Diverse polizze vita del
tipo
index linked, vendute da assicuratori in Italia, hanno come sottostante
obbligazioni
Lehman. Il conto lo pagheranno gli ignari risparmiatori?
Non
passa neanche
un giorno e, nel clima di terrore che si sta vivendo, arriva un’altra
cattiva
notizia: a vacillare questa volta è Aig (American International Group),
la
maggiore compagnia assicurativa del mondo. Tale impresa ha
una divisione,
localizzata a
Londra, specializzata sui titoli derivati, compresi quelli connessi
alle
cartolarizzazioni dei mutui. Inoltre, Aig opera nei credit default
swap,
contratti assicurativi che proteggono contro l’insolvenza degli
operatori
economici. Polizze che grondano denaro quando tutto va bene ma oggi,
con la
serie di fallimenti che ci sono in giro,
rappresentano, per chi
le ha emesse, bombe finanziarie
ad alto potenziale.
«Il business dei Cds è sfuggito ad ogni controllo. La lievitazione di
questi
strumenti è impressionante. Nell’insieme il volume delle esposizioni su
questo
mercato supera i 60.000 miliardi di dollari. Il quadruplo del Pil
americano.
L’Aig è un protagonista centrale in questo settore»2.
Il problema è
serio. Aig è un colosso che opera in 130 nazioni: «soltanto il valore
delle
assicurazioni sottoscritte dalle principali banche internazionali sulle
obbligazioni in circolazione, ammonta a 441 miliardi di dollari»3.
Il dilemma si ripropone:
abbandonare al suo triste destino la società
con
manager disonesti o incompetenti o intervenire per evitare che il
sistema
tracolli? Stavolta,
si decide di
intervenire: lo zio Sam tira fuori dal cilindro un’ottantina di
miliardi di
dollari e diventa l’azionista di maggioranza della compagnia di
assicurazioni!
Un’operazione
in perfetto stile “partecipazioni
statali” dell’italietta
degli anni ’60, portata avanti dal governo più liberista del pianeta.
Henry
Paulson come Paolo Cirino Pomicino?
Nei salvataggi avvenuti nel
corso
dell’estate del 2008 si
nota l’assenza dei fondi sovrani gestiti dai governi dei paesi
emergenti.
Costoro, intervenuti all’inizio della crisi, nei mesi successivi hanno
visto i
loro investimenti perdere la metà o anche più del loro valore. Inoltre
il controllo
delle società in cui avevano investito è passato a nuovi soggetti, tra
cui il
governo degli Stati Uniti. Ovvio che si siano fatti più guardinghi e
che si
fidino meno di chi vorrebbe il loro denaro senza dargli neanche un
posto nei
consigli di amministrazione. D’altra parte le loro enormi risorse li
pongono
come unica possibile via d’uscita dalla crisi. Ma c’è da scommettere
che la prossima
volta in cui sarà richiesto il loro intervento non si accontenteranno
di
metterci i soldi per vedere che cosa ne faranno gli altri. Aspettiamoci
che le
future mosse dei fondi sovrani siano accompagnate da precise richieste
di
partecipazione alla gestione delle società in cui inietteranno
capitali. Loro
non hanno fretta, chi è in difficoltà sono gli istituti finanziari
occidentali.
Arabi e Cinesi sono abituati ad aspettare ...
In
attesa del ritorno dei fondi sovrani, il governo degli
Stati Uniti è dovuto intervenire massicciamente. Il Congresso americano
dovrà
discutere nelle prossime settimane la proposta di creazione di un fondo
di
emergenza, dotato di ben 700 miliardi di dollari. Ancora una volta,
saranno i
contribuenti a dover aprire il loro portafogli per chiudere i buchi
fatti dai
banchieri.
Frattanto
sul mercato le quotazioni dei titoli di Stato
Usa a brevissimo termine sono schizzate verso l’alto. Tutti li
vogliono. Ma
perché gli investitori chiedono titoli americani a tre mesi e non
apprezzano
nella stessa misura quelli a più lungo termine? «La risposta tra le
sale
operative è solo sussurrata: ormai si inizia a guardare con occhi
diversi anche
il Tesoro americano e si preferisce investire sui suoi titoli di Stato
con
scadenze a breve. Il lungo termine lascia un senso di disagio»4.
Toni
Iero
1 Federico Rampini, Fannie e Freddie, l’America scarica il conto sui contribuenti, “La Repubblica”, 15 settembre 2008 2 Federico
Rampini, A rischio un mercato speculativo pari a quattro
volte il Pil americano, “La Repubblica”, 17
settembre 2008
4 Morya Longo, T-bond da seconda guerra mondiale, “Il Sole-24 Ore”, 18 settembre 2008 Tra le adesioni: Socialismo Rivoluzionario, Partito Umanista, Associazione 3 Febbraio, Unicobas, USI-AIT, Federazione dei Comunisti Anarchici, Partito Comunista dei Lavoratori. Redazionale
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