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Stefano D'Errico, Anarchismo e politica

Carlo Stagnaro, Guareschi. Uno scrittore coi baffi

Nico Jassies, Berlino brucia. Marinus van der Lubbe e l'incendio del reichhstag

Camillo Berneri
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Stefano D'Errico, Anarchismo e politica

Milano, Mimesis, 2007

Grazie alla pausa estiva (il volume consta di ben 752 pagine), sono finalmente riuscito a leggere “Anarchismo e politica”, opera di Stefano D’Errico, studioso del pensiero libertario, più noto come segretario nazionale dell’Unicobas. Ne è valsa la pena: sia perchè si tratta dello studio più completo, tra quelli fino ad ora pubblicati, su Camillo Berneri, sia perché con esso D’Errico ha dimostrato d’essere, tra i cultori  del pensiero berneriano (considerato spesso, e a torto, contraddittorio) uno di coloro che lo hanno meglio compreso.

“Nel problemismo e nella critica all’anarchismo del ventesimo secolo, il ‘programma minimo’ dei  libertari del terzo millennio”, è scritto nel sottotitolo del volume, e questa frase chiarisce il senso del lavoro dell’autore, che si è speso senza risparmio, non alla ricerca di riconoscimenti accademici, bensì alla ricerca di risposte concrete ai problemi che si trova a dover affrontare chiunque sia impegnato in una militanza libertaria seria.

Ad essi, Camillo Berneri, l’anarchico lodigiano ucciso dagli stalinisti in Spagna nel 1937, mentre era impegnato a difendere la repubblica spagnola dal fascismo, fornisce ancor oggi numerosi spunti di riflessione. La sua tensione, infatti, può essere riassunta nella seguente frase, contenuta in un manoscritto del 1926: “Un anarchismo attualista, consapevole delle proprie forze di combattività e di costruzione e delle forze avverse, romantico col cuore e realista col cervello, pieno di entusiasmo e capace di temporeggiare, generoso e abile nel condizionare il proprio appoggio, capace, insomma, di un’economia delle proprie forze: ecco il mio sogno”. Una tensione che, come libertario, non posso che condividere.

Come non posso che condividere l’affermazione, tratta dallo stesso scritto, secondo la quale “Anche fra noi vi è il volgo, difficile a fare orecchio nuovo a musica nuova, che ad impostazioni di problemi e a soluzioni oppone vaghi disegni utopistici e grossolane invettive demagogiche. Ché quelle quattro ideuzze, racimolate in opuscoletti didascalici o in grossi libri incompresi, nel cervelluccio inoperoso si sono accucciate e sene stan lì, al calduccio di una facile retorica che pretende essere forza solare di una fede intera, mentre non è che focherello fumoso”.

Il volume, aperto da un’ampia introduzione, è suddiviso in capitoli e paragrafi nei quali D’Errico cerca di riorganizzare, per argomenti, i principali scritti berneriani, corredandoli di sostanziosi commenti che fanno spesso riferimento alla realtà attuale. E’ un modo insolito di fare storiografia ma, come a questo punto dovrebbe essere chiaro, l’autore non vuole fare solo storiografia. Guarda, piuttosto, al futuro.

Parte da “la critica dello stato”, centrale nel pensiero di Berneri, per poi passare a “la revisione ideologica” e al “programma”. Chiudono il volume la “biografia” dell’anarchico lodigiano e le “conclusioni” tirate da D’Errico. In appendice: “L’Ebreo antisemita e l’anarchico filosemita” nonchè “Il Leonardo di Sigmund Freud”, testimonianze dell’interesse di Berneri per la psicanalisi.

Che dire? Per chi, come me, apprezza il contributo teorico  di Camillo Berneri, le sue parole suonano bene, tranne, a dire il vero, quelle sulla “cultura proletaria”, che mi sembrano troppo sbrigative, quelle sulla famiglia (della quale arriva a negare la natura autoritaria), quelle sulla religione, poco convincenti, e quelle (non riportate da D’Errico) sulla natura della donna.

Ma di ciò non si può certo far colpa all’autore. L’unica cosa che, forse, gli si può rimproverare è di aver un po’ forzatamente accostato, nel paragrafo intitolato “Una digressione etnologica e pedagogica”, le idee di Pierre Clastres sulle società senza stato e quelle di Bookchin sul rapporto dell’uomo con gli altri esseri viventi alle idee, piuttosto diverse, di Berneri sugli stessi temi. Ma si tratta, come si può ben capire, di dettagli.

Resta intatta  la soddisfazione per quest’opera, della quale consiglio vivamente la lettura: una lettura che è risultata per me, e per altri che con me ne hanno discusso, avvincente come e più di un romanzo. Romanzesca, a dir poco, fu del resto la vita e l’avventura intellettuale di Camillo Berneri, che seppe unire pensiero e azione, grande tensione etica e sensibilità politica.

 

Luciano Nicolini

Carlo Stagnaro, Guareschi. Uno scrittore coi baffi

Foggia, Bastogi,2003

L’ “immortale” (?) autore di tanti “Don Camillo e Peppone”, monarchico, fautore per taluni del “compromesso storico” (tra il sindaco stalinista Peppone e il muscoloso parroco Don Camillo), autore dichiarato dello slogan elettorale che nel 1948 contribuì a far vincere la Democrazia Cristiana (“Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!”), viene ora eternato in una serie di libri che ne ricordano il quarantennale della morte (avvenuta nel, da lui non certo amato, 1968).

In questo “Guareschi, uno scrittore coi baffi”, recentemente ripubblicato da Libero, Carlo Stagnaro, giovane studioso, direttore del Dipartimento ricerche  dell’Istituto Bruno Leoni, fa un’analisi, dal punto di vista letterario magari non troppo rigorosa, ma sicuramente efficace nel risultato finale, dei temi fondamentali dello scrittore “padano”.

Ne emerge, non già l’apologeta del compromesso storico, al contrario, un conservatore, cattolico a 360 gradi, che, per esempio, “avversa ogni pretesa pedagogica da parte dello Stato”, che “fa risaltare la differenza sostanziale che esiste tra la ‘massa comunista’ e l’ ‘apparato comunista’ (da una lettera di Guareschi ad Angelo Rizzoli, citata nel volume). Un tema, questo, che, qui declinato in chiave conservatrice, vale comunque, anche dopo e in altro senso; se Guareschi avesse potuto vivere il dramma del 1989/1990, con la débacle del “popolo” e del “partito comunista”, il crollo dei regimi dell’Est e la svolta occhettiana  della Bolognina, quando il Partito Comunista divenne PDS, avrebbe potuto constatare la validità almeno di questa sua tesi,  con l’incomprensione, prima, da parte della “massa comunista” e, successivamente, la sostanziale accettazione della svolta.

Che poi Occhetto non fosse né D’Alema né Veltroni può essere vero, anzi quasi certamente lo è (vedi le sue dissociazioni ma anche esclusioni, dai vertici DS, per non dire dalla svolta PD...), ma in questa sede non ci interessa più di tanto.

Forse è meglio rilevare il carattere nettamente anti-(ma anche pre-)conciliare dei “Don Camillo” di Guareschi, scrittore profondamente convinto dell’autorità assoluta, in ogni campo del sapere (fede, morale, orientamenti teorici) del papa e della curia, ma al tempo stesso feroce critico dello statalismo.

Se Guareschi, con i suoi romanzi su Don Camillo e Peppone, più che con altri  scritti, rimane popolarissimo anche all’estero (Germania, Francia, ma anche all’Est e non solo in Europa) ciò non è dovuto soltanto ai film - quasi tutti diretti dal francese Julian Duvivier, regista intelligente e autore di ben altre opere cinematografiche - ma anche allo stile guareschiano, alieno (lo si voglia o no) da metafore, ellissi, allegorie e simbolismi; diretto, dialogato, “popolare” (anche se è un aggettivo che uso a malincuore, non capendo dove stia lo stile “popolare”). Un aspetto che il non-studioso di letteratura Stagnaro mette in evidenza con grande efficacia, specie nella prima parte del piccolo volume.  

 

Eugen Galasso

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Nico Jassies, Berlino brucia. Marinus van der Lubbe e l'incendio del reichhstag

Milano, Zero in condotta, 2008

L’incendio del “reichstag” (fine febbraio 1933), ossia del parlamento berlinese, rappresenta il tragico epilogo della “Repubblica di Weimar”, ossia il cedimento delle strutture “democratiche” in Europa:  in modo più tragico, si ripete quanto dieci anni prima aveva minato l’Italia.

La questione reichstag, però, è più complessa: Marinus van der Lubbe, muratore olandese, disoccupato, cieco o quasi per un incidente sul lavoro (...), comunista ma in rotta con la linea del suo partito di riferimento, con la sua diavolina e l’accendisigari, innesca, senza volerlo, una catena che porterà al secondo conflitto mondiale. Meglio: l’idealista van der Lubbe vuol protestare contro il nazismo che si sta facendo potere-stato, ma innesca un meccanismo il cui controllo gli sfugge del tutto. Nico  Jassies, paziente ricercatore/archivista, ribalta la prospettiva, anche recentemente ribadita, per cui van der Lubbe sarebbe stato, se non una spia, una marionetta (pagata) in mano nazista. Ma il problema, in sostanza, al di là delle intenzioni ribelli di van der Lubbe, non cambia: il suo atto fu comunque sfruttato dai nazisti ai loro fini. Con questo non si vuol fare di Marinus né solo una vittima né solo un “utile idiota”, anzi. Il problema è un altro: serve la propaganda dell’atto ove sia assolutamente isolata dal contesto sociale? La risposta alla domanda, già posta retoricamente, è no.

 

Eugen Galasso

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