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Cinque obiettivi per la sinistra (parte terza) |
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Cinque
obiettivi per la sinistra (parte terza)
Continua
il dibattito con gli interventi
di Toni Iero
(redattore di
Cenerentola) e Valerio
Monteventi
(indipendente nelle liste del Partito della Rifondazione Comunista),
seguiti da
un commento di Luciano
Nicolini;
commento che non intende in alcun modo essere conclusivo
perché, come già
detto, la discussione proseguirà nel corso
dell’iniziativa pubblica
che si terrà a Bologna lunedì 6 ottobre 2008 alle ore
20.45 presso il Cortile Cafè in via Nazario Sauro 24/c.
L’incapacità della sinistra di evolvere, anche culturalmente, è alla base anche della sconfitta alle ultime elezioni. Dopo quasi 19 anni, continuare a far finta che il crollo del Muro di Berlino sia stato un evento di natura edilizia e non politica ha contribuito allo spostamento verso destra dell’opinione pubblica del nostro paese. La navigazione a vista dei partiti politici ex “comunisti”, tra realpolitik e massimalismo verbale, è naufragata sugli scogli della realtà dei problemi sociali. Lo stalinismo senza Unione Sovietica, così come la socialdemocrazia in tempi di globalizzazione, hanno poca attrattiva, perché hanno poche (o nessuna) chance di funzionare. Quindi credo che, prima di parlare di obiettivi, occorrerebbe definire quale sia la sinistra cui ci si riferisce. Tuttavia, non mi sembra corretto svicolare dalla questione al centro del dibattito. Sono certo che, nel corso del confronto sollevato da Cenerentola, emergerà naturalmente la messa in discussione tanto dell’ideologia, quanto del metodo che ci hanno condotto alla situazione odierna. Pertanto eviterò slogan ideologici o proclami teorici e proverò ad identificare cinque aree di intervento su cui ritengo prioritario agire: 1 – redistribuzione dei redditi. I processi economici, avviati a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, hanno portato ad una elevata concentrazione della ricchezza. All’interno delle società occidentali è ormai evidente l’impoverimento della classe media, ceto sviluppatosi durante gli anni del boom economico e delle politiche keynesiane. La letteratura economica ha però dimostrato che la riduzione della disuguaglianza rappresenta un poderoso fattore di efficienza sociale. Oggi, in attesa di un improbabile risveglio sindacale, l’unico strumento ridistributivo utilizzabile è la tassazione. Occorre aumentare il prelievo sui redditi alti, ridefinendo le aliquote fiscali e includendo nel reddito soggetto all’Irpef alcuni tipi di rendite, ad esempio le plusvalenze sui titoli e sugli immobili. Affinché tale provvedimento sia efficace, è necessario contestualmente procedere nella lotta all’evasione fiscale e contributiva, riducendo e semplificando la legislazione e aumentando i controlli grazie alla informatizzazione della pubblica amministrazione. 2 – decentramento istituzionale. L’accentramento di potere rende meno efficace la macchina pubblica e aumenta il tasso di corruzione, poiché riduce il controllo dei cittadini sull’operato degli amministratori pubblici. Buona parte del mondo di sinistra ha, colpevolmente, abbandonato la battaglia per il federalismo, regalando questo tema alla Lega Nord. Ridurre i poteri centrali a favore di quelli locali è un primo passo verso una gestione più equilibrata della società. Non mi illudo che ciò sia sufficiente: per chiudere il cerchio di questa riforma sarebbe necessaria una costante pressione da parte dei cittadini (e delle loro organizzazioni) sulle istituzioni territoriali. Ma l’interesse delle persone per la cosa pubblica non può essere creato per decreto … 3 – istruzione e ricerca. Il progresso di ogni società procede in sintonia con il miglioramento della qualità dei suoi cittadini. Occorre un sostanzioso pacchetto per il rilancio della scuola e il finanziamento della ricerca scientifica. Ciò implica investire denaro per l’edilizia scolastica, per la gratuità dei libri di testo nelle scuole dell’obbligo, per estendere la concessione di borse di studio agli studenti bisognosi, per organizzare corsi di aggiornamento per i docenti. Questi ultimi dovrebbero avere a loro disposizione, all’interno delle scuole, uffici in cui, nel pomeriggio, assistere studenti in difficoltà, preparare compiti, ricevere i genitori. In questo quadro rientra anche l’aumento delle retribuzioni per i ricercatori universitari, cui va abbinata la revisione dei meccanismi di selezione dei professori, affinché sia premiato l’effettivo merito scientifico. La realizzazione di questi interventi richiede fondi. Una parte del denaro proverrebbe dall’aumento impositivo sui redditi alti, un’altra dall’abolizione di tutti i contributi elargiti alle istituzioni religiose e, infine, un’altra quota si troverebbe attuando il seguente punto: 4 – ritiro, in tempi da concordare con gli alleati, dell’esercito italiano dall’Afghanistan e dal Libano. Questa, oltre ad un notevole alleggerimento dell’onere economico sostenuto dai contribuenti italiani, rappresenterebbe una chiara indicazione di politica internazionale: la Repubblica Italiana non intende utilizzare la guerra come strumento per sostenere l’approvvigionamento di materie prime necessarie alla propria economia. Nel contesto militare, argomento oltremodo delicato per il mondo libertario, sarebbe poi necessario abolire il professionismo, per orientarsi verso la costituzione di una difesa territoriale, organizzata a livello locale, prendendo come modello di riferimento la Svizzera. Si creerebbe una struttura snella in grado di rispondere ad eventuali minacce contro l’integrità territoriale della nazione. 5 – energia. L’approvvigionamento energetico è fondamentale per sostenere il sistema economico del paese. Inoltre, la produzione di energia ha un impatto drammatico sugli equilibri ambientali e, in definitiva, sulla salute e sulla qualità della vita della popolazione. Oggi l’Italia ha un sistema in gran parte basato su combustibili fossili, derivati dal petrolio o gas. Risorse non rinnovabili, per il cui approvvigionamento dipendiamo da importazioni dall’estero. È necessario, in primis, investire sul risparmio di energia, sfruttando le soluzioni già disponibili per ridurre i consumi energetici (coibentazione degli edifici, elettrodomestici di classe A, etc). Queste soluzioni andrebbero sostenute con incentivi economici, destinati a rendere, nel tempo, sostanziali profitti alla collettività. Occorre agire anche dal lato della produzione di energia, dove sarà d’aiuto la ricerca scientifica (vedi punto 2), anche se sono già disponibili diverse opzioni (solare termico, solare fotovoltaico, eolico, biomasse). In questo contesto ritengo inopportuno scartare a priori l’energia nucleare. Occorre mantenere quantomeno un presidio in questo campo, alla luce di possibili prospettive future, evitando sia atteggiamenti fideistici, sia demonizzazioni
Il parere di Valerio Monteventi Cinque obiettivi per la sinistra… alla domanda che ci è stata posta, all’interno del confronto aperto dal mensile Cenerentola, verrebbe subito da rispondere ricordando che la cosiddetta “sinistra radicale”, poi divenuta “arcobaleno” nella disastrosa competizione elettorale del 13 e 14 aprile, era riuscita ad inserire nelle oltre 250 pagine dell’“ambizioso” programma elettorale dell’Unione: la cancellazione delle 4 “Leggi canaglia” (Bossi-Fini sull’immigrazione con conseguente chiusura dei CPT, N.30 sul Mercato del Lavoro, Fini-Giovanardi sulle droghe, Moratti sulla scuola) e, insieme, il tentativo di avvicinarsi all’Europa in materia di laicità attraverso il disegno di legge sui PACS. Ma mentre l’ex segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano, a più riprese, annunciava pomposamente “saremo le sentinelle dell’Unione” o giustificava il voto favorevole al rifinanziamento del contingente italiano in Afghanistan in cambio di una “Conferenza di pace” che mai sarebbe arrivata, quelle leggi sono rimaste in vigore, anzi, nel caso della Bossi-Fini, si è arrivati addirittura ad un peggioramento con il decreto Amato sulla sicurezza (la famosa norma anti-rumeni), votato anche dall’attuale segretario del Prc Ferrero in Consiglio dei Ministri. E la condizione di sottomissione al volere del Vaticano in materia di famiglia ha fatto il resto. Qualcuno avrebbe dovuto stupirsi se “quella” Sinistra sarebbe stata abbandonata dalla sua base e dai suoi referenti sociali alle ultime elezioni politiche? Anche perché quella base si era mobilitata come non mai (oltre un milione di persone) il 20 ottobre 2007, per sollecitare il governo Prodi agli impegni che si era preso con gli elettori. Ma i 150 parlamentari dell’intero schieramento della sinistra (Prc, Pdci, Verdi, Sinistra Democratica) avevano avuto una capacità uguale allo zero assoluto a far pesare quella mobilitazione in Parlamento. Poi è arrivato Berlusconi e il governo delle destre, e quelle leggi sono state aggravate e inasprite con provvedimenti (il decreto sicurezza di Maroni, le misure economiche previste nella finanziaria, i tagli alla scuola pubblica, le campagne proibizioniste) che hanno alimentato l’odio razziale e l’intolleranza nei confronti dei migranti, dei rom e dei diversi, che hanno portato l’esercito nelle strade in funzione di ordine pubblico, che hanno sancito la “normalità” della precarietà nel lavoro e nella vita. Alcuni hanno descritto l’attuale situazione politica e sociale del nostro paese come “prove tecniche di fascismo”, credo che chi ha arrischiato questa ipotesi non si sia sbagliato di molto. E, allora, mi viene subito da domandarmi: come mai una sinistra che si vuole definire tale non ha cercato uno straccio di unità per mettere insieme, il prima possibile, un percorso di opposizione politica e sociale alle scelte sconvolgenti di questo governo e ha “preferito” invece rinchiudersi nelle rissose sedi congressuali che hanno riproposto una serie di gruppi dirigenti che non hanno nessuna intenzione di farsi da parte rispetto ai macroscopici errori di strategia, di scelte e di pratiche politiche di cui erano stati pessimi protagonisti? Quindi, secondo me, il problema non è tanto trovare la “quadra” su cinque punti con cui ricominciare un percorso politico; a quelli condivisibili proposti da Luciano Nicolini, all’inizio di questo dibattito (Cessazione immediata delle missioni militari italiane all’estero, Chiusura immediata dei Centri di Permanenza Temporanea, Trasformazione di tutti i rapporti di lavoro dipendente in assunzioni a tempo indeterminato, Graduale riduzione dell’orario di lavoro, Reddito minimo di 400 euro mensili), se ne potrebbero aggiungere altri cinque di eguale importanza (a seconda delle diverse sensibilità). A me verrebbe in mente, il problema molto attuale, dei tanti lavoratori dipendenti, precari, pensionati che non arrivano alla cosiddetta “quarta settimana”, con tutto quello che ci sta intorno, dal carovita al problema della casa (affitto o mutuo non cambia molto). E allora, come non pensare a obiettivi come una “nuova scala mobile” o alla realizzazione e al recupero di alloggi pubblici per rilanciare (dopo più di 15 anni di abbandono) l’edilizia popolare e sociale. Ma enunciare questi obiettivi, senza indicare la praticabilità del loro raggiungimento (i percorsi di lotta e di mobilitazione, le vertenze, le piattaforme), assomiglia tanto a chi si “accontenta” di piantare delle bandierine per dimostrare la sua esistenza. Di una sinistra inutile ed inefficace sono in pochi, però, ad averne bisogno. Io credo che, in primo luogo, bisogna avere l’umiltà di rimboccarsi le maniche e di ricominciare da capo. Per cercare di tornare ad essere credibili, occorre ritornare tra i soggetti sociali dei cui problemi vorremmo parlare: nei luoghi dove queste persone vivono, lavorano, si aggregano. Ma di questo, mi si dice, parleremo più avanti… Io penso, invece, che è da lì che dovremmo partire.
Valerio
Monteventi E’ stato molto difficile, per me, promuovere questo dibattito. Nel primo intervento, pubblicato sul numero di giugno, segnalavo la necessità, per la sinistra italiana, di rendersi riconoscibile, così come lo è la destra, attraverso l’elencazione di pochi, ma radicali, obiettivi praticabili nell’arco di pochi anni. Di rispondere cioè alla domanda che ci pone la gente: che cosa proponete, oggi, in concreto? Ci ho messo un po’ per convincere Sergio Caserta, consigliere provinciale di Sinistra Democratica, a cimentarsi su questo terreno, essendosi dimostrato, in prima battuta, più interessato alla “ricostruzione di un’idea e di un progetto di sinistra” che “passa attraverso la fondazione di un nuovo pensiero che ridiscuta le categorie che devono stare alla base di qualsiasi progetto politico”. Non sono invece riuscito a convincere Lorenzo Gori, militante di Socialismo Rivoluzionario, il quale ci ha spiegato che “con la politica non se ne esce, ma le alternative ci sono”; cosa della quale, almeno in prima approssimazione, i libertari sono convinti da un pezzo (dal 1872, convegno di S. Imier), ma che, a mio parere, non esime dalla necessità di esporre in modo chiaro obiettivi praticabili. Più attinenti al tema proposto sono stati, sul numero di luglio-agosto, gli interventi di Katia Zanotti (ex parlamentare di Sinistra Democratica) e Leonardo Giusti (Unione Sindacale Italiana). Mentre Eugen Galasso (redattore di Cenerentola) si è concentrato piuttosto su “Dio, patria e famiglia” e Stefano d’Errico, con mia grande sorpresa, data l’importanza che attribuisce al “programma”, si è concentrato sul tema, importante, ma non troppo sentito dall’Italiano medio, della “rappresentanza sindacale”. In questo numero, insieme all’intervento di Toni Iero, della redazione di Cenerentola, abbiamo pubblicato quello di Valerio Monteventi (consigliere comunale, eletto come indipendente nelle liste del Partito della Rifondazione Comunista). Valerio ci dice, in vaga sintonia con quanto aveva affermato Lorenzo Gori, che il problema non è tanto quello di individuare obiettivi prioritari e praticabili, quanto quello di individuare i percorsi attraverso i quali li si può raggiungere, e si rammarica che non si parta da un dibattito incentrato su quest’ultimo tema. Scusate se insisto: ma la gente, oggi, non sa proprio che cosa voglia la sinistra, e ce lo chiede. Fino a venti anni fa, credeva che volessimo “fare come in Russia” (e che fatica, per i libertari come me, spiegare che, almeno per noi, non si trattava di questo!); oggi sente quello che fino a ieri era considerato un partito di sinistra parlare di andare avanti con le privatizzazioni, di incrementare le diseguaglianze salariali, di aumentare la flessibilità della manodopera, di ribadire la fedeltà alla NATO, di inchinarsi di fronte ai “grandi valori morali” incarnati dalla chiesa cattolica; e gli altri, quelli che (come coloro che stanno partecipando a questo dibattito) continuano ad agitare valori come la pace, la solidarietà e l’eguaglianza, parlarne senza però spiegare che cosa in pratica, propongono. Per avere una riprova di quanto sto affermando, invito i lettori ad esaminare, ad esempio, il documento politico approvato dalla maggioranza del recente congresso del Partito della Rifondazione Comunista, riportato nelle pagine dieci e undici. Si tratta di un documento, a mio parere, in larga parte condivisibile da chiunque si dichiari di sinistra, ma che propone valori e tendenze, non obiettivi. E’ possibile che siamo incapaci di fare proposte chiare, concrete e praticabili? Lo vedremo nel corso del dibattito pubblico che seguirà questa serie di articoli. Dopodichè, ve lo prometto, parleremo di come portarli avanti, e dubito seriamente che ci troveremo d’accordo. Ma sarà comunque, se affrontato con onestà d’intenti, un confronto interessante. Luciano Nicolini Il documento politico approvato dalla maggioranza del congresso del Partito della Rifondazione Comunista Ricominciamo:
una svolta a sinistra
Il Congresso prende atto che nessuna delle mozioni poste alla base del VII Congresso nazionale del PRC è stata approvata. Ritiene necessario e prioritario un forte rilancio culturale, politico e organizzativo del Partito della Rifondazione Comunista. Respinge la proposta della Costituente di sinistra e qualsiasi ipotesi di superamento o confluenza del PRC in un’altra formazione politica. Il tema dell’unità a sinistra rimane un campo aperto di ricerca e sperimentazione, partendo da questa premessa. 2) Il rilancio del PRC deve essere caratterizzato in primo luogo da una svolta a sinistra. L’esperienza di governo dell’Unione ha mostrato l’impossibilità, data la linea del PD e i rapporti di forza esistenti, di un accordo organico per il governo del paese. La sconfitta delle destre populiste e della politica antioperaia della Confindustria è il nostro obiettivo di fase. A tale fine, la linea neocentrista che caratterizza oggi il Partito Democratico è del tutto inefficace e sarebbe quindi completamente sbagliata la proposta di ricostruzione del centro sinistra; ci ridurrebbe in una collocazione subalterna all’interno di un contesto bipolare. Al contrario è necessario costruire l’opposizione al governo Berlusconi, intrecciando la questione sociale con quella democratica e morale, in un quadro di autonomia del PRC e di alternatività al progetto strategico del PD. E’ importante recuperare l’idea che l’opposizione non è una mera collocazione nel quadro politico ma si configura come una fase di ricostruzione, di radicamento e di relazioni sociali, di battaglia culturale e politica. Nella crisi della globalizzazione capitalistica l’alternativa la si costruisce nella lotta sociale e politica contro il governo Berlusconi, i progetti confindustriali e le visioni fondamentaliste e integraliste. Dentro questa prospettiva è indispensabile rafforzare la sinistra di alternativa, avviando una collaborazione fra le diverse soggettività anticapitaliste, comuniste, di sinistra e aggregando le realtà collettive ed individuali che si muovono al di fuori dei partiti politici sui diversi terreni sociali, sindacali e culturali. 3) Il rilancio del PRC parte dalla ripresa dell’iniziativa sociale e politica. La promozione di lotte, la costruzione di vertenze, la ricostruzione dei legami sociali a partire da forme di mutualità, sono indispensabili al fine di qualificare dal punto di vista dell’utilità sociale il ruolo storico dei comunisti e della sinistra. Così come sono elementi necessari per valutare l’efficacia della nostra presenza nelle istituzioni e per ribadire la nostra alterità e intransigente opposizione rispetto alle degenerazioni della politica. Anche in vista delle prossime elezioni amministrative, ferma restando la piena sovranità dei diversi livelli del partito, anche alla luce dell’importanza assunta dai governi locali nel dispiegarsi di politiche di sussidiarietà, privatizzazione e securitarie, è necessario verificare se gli accordi di governo siano coerenti con gli obiettivi generali che il partito si pone in questa fase. La lotta contro la manovra economica antipopolare del governo delle destre, l’opposizione alle iniziative razziste e discriminatorie contro i migranti e i rom, il contrasto ai progetti di attacco al pubblico impiego e alla pubblica amministrazione, l’opposizione alla controriforma della giustizia e la questione morale, rappresentano terreni decisivi di iniziativa, di mobilitazione e di allargamento di un movimento di massa contro le politiche del governo. E’ quindi necessario, fin da subito, che il nuovo gruppo dirigente del partito lavori ad ogni possibile forma di coordinamento della sinistra politica, sociale e culturale al fine di mettere in campo la più ampia e forte mobilitazione contro il governo e la Confindustria. In questo quadro è necessario lavorare per la realizzazione di un nuovo 20 ottobre, una grande manifestazione di massa e una campagna politica di autunno che, partendo da quanti diedero vita all’appuntamento dello scorso anno, raccolga nuove forze, in particolare le espressioni di movimento e di lotta. Rientra in questo percorso l’impegno ad organizzare per il prossimo autunno la Conferenza Nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori. Non è però sufficiente una manifestazione; la ripresa di una iniziativa di lotta richiede in primo luogo la messa in campo di una forte iniziativa in difesa delle condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari; dalla difesa dei Contratti Nazionali di Lavoro alla questione dei salari e delle pensioni, dalla questione dirimente della lotta alla precarietà all’iniziativa contro la disoccupazione nel Mezzogiorno, dalla lotta per la casa alla difesa e sviluppo del welfare. E’ centrale la questione del reddito, a partire dalla difesa del potere di acquisto di salari e pensioni che va tutelato anche attraverso un meccanismo di difesa automatica del valore reale delle retribuzioni e dal tema ineludibile del salario sociale. Si tratta di terreni decisivi per ricostruire l’unità del mondo del lavoro, tra nord e sud, tra lavoratori pubblici e privati, tra italiani e migranti, e per ricomporre le attuali cesure tra lavoratori garantiti e atipici. Si tratta di declinare queste lotte intrecciandole al conflitto di genere ed alle relazioni intergenerazionali. Solo la ripresa del conflitto di classe può evitare che la guerra tra i poveri prenda piede nel nostro paese, sedimentando razzismo e xenofobia. Pur nel rispetto dell’autonomia del sindacato, non possiamo che sottolineare la necessità assoluta che vengano superate le logiche concertative che hanno reso impossibile la difesa dei lavoratori e delle fasce a basso reddito. In questo quadro, riaffermando la necessità di una piena autonomia del sindacato da partiti, governo e padronato, auspichiamo la costruzione di una ampia sinistra sindacale che ponga al centro i nodi della democrazia e della ripresa del conflitto. Così come salutiamo positivamente ogni forma di coordinamento e di cooperazione nell’ambito del sindacalismo di base. Riteniamo opportuno favorire ogni elemento di conflitto dal basso nei luoghi di lavoro, la rinascita di un protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici, l’emergere di momenti di autorganizzazione, tutti elementi decisivi affinché la battaglia anti concerta tiva assuma una dimensione di massa. In questo quadro è necessario un forte investimento nella costruzione della presenza organizzata del partito nei luoghi di lavoro. Intrecciati con la questione sociale in senso stretto, sono cresciuti nel paese importanti movimenti di lotta su temi decisivi quali la laicità dello Stato, la difesa della Costituzione repubblicana e antifascista, il rilancio della scuola e dell’università pubblica, il diritto alla libertà di orientamento sessuale e la lotta contro ogni forma di discriminazione, omofobia, violenza alle donne e attacco alle loro libertà, al diritto di scelta e di decisione sul loro corpo com’è il tentativo di attacco alla 194 e la legge sulla procreazione assistita, la difesa dell’ambiente su questioni che interessano contesti locali ma pongono problemi generali relativi al modello di sviluppo. Basti pensare alle lotte contro la Tav, contro le grandi opere, contro la proliferazione di inceneritori e rigassificatori. Si deve dare un sostegno attivo a questi movimenti lavorando per una ricomposizione dei conflitti in una strategia globale di trasformazione. Diritti sociali, civili, ambientali sono per noi le diverse facce di uno stesso progetto: l’alternativa di società. In questo quadro il VII Congresso del PRC ritiene necessario il lancio di una stagione referendaria sulle questioni della precarietà, della democrazia sui luoghi di lavoro, dell’antiproibizionismo, da gestire con il più vasto schieramento possibile. 4) Il PRC, riprendendo il percorso cominciato a Genova, ribadisce la propria internità al movimento mondiale contro la globalizzazione capitalistica e, in questo quadro, la volontà di intensificare la collaborazione e le relazioni con i partiti comunisti e progressisti, con tutti i movimenti rivoluzionari e le importantissime esperienze latino-americane che si collocano contro le politiche neoliberiste e di guerra, con i popoli in lotta contro l’occupazione militare e per l’autodeterminazione. In Europa, in particolare, lavora ad un rafforzamento dell’unità delle forze comuniste e di sinistra alternative al Partito Socialista Europeo, sia nell’ambito del Partito della Sinistra Europea sia in quello del Gruppo Parlamentare Europeo della Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica, al quale aderiranno i futuri eletti. Per questo motivo il Congresso dà mandato agli organismi dirigenti affinché alle prossime elezioni europee siano presentati il simbolo e la lista di Rifondazione Comunista - SE sulla base del programma che sarà definito nel prossimo autunno. Questa decisione si deve accompagnare alla ricerca di convergenze, in occasione delle elezioni europee, tra forze anticapitaliste, comuniste, di sinistra, sulla base di contenuti contrari al progetto di Trattato di Lisbona e all’impostazione neoliberista e di guerra dell’Unione Europea. Il Congresso ritiene gravissima qualsiasi manomissione della legge elettorale per le europee e impegna tutto il partito a contrastare questo progetto con il massimo di mobilitazione democratica di massa. In Italia, in vista del prossimo vertice del G8, il PRC si deve impegnare, nelle istanze del movimento contro la globalizzazione, a ricostruire lo schieramento di forze politiche e sociali che condusse la mobilitazione contro il G8 di Genova, senza tacere sulle responsabilità del governo Prodi e sull’accondiscendenza del governo Soru nell’individuazione della sede del vertice in Italia alla Maddalena. Il PRC deve impegnarsi, nell’ambito del movimento pacifista, in ogni lotta contro le guerre in corso nel mondo, contro la NATO e contro tutte le basi militari straniere, a partire da quella di Vicenza, e deve impegnarsi per il ritiro dei contingenti italiani dai teatri di guerra. 5) Il Congresso ritiene necessario rilanciare il partito e il progetto strategico della rifondazione comunista ed impegna il nuovo gruppo dirigente a promuovere ed incoraggiare un effettivo e pluralistico dibattito politico e teorico che prosegua nel segno dell’innovazione e della ricerca. In questo quadro, la ricerca sul tema della nonviolenza non riguarda per noi un assoluto metafisico ma una pratica di lotta da agire nel conflitto e nella critica del potere. E’ parimenti necessario rilanciare l’indagine sulla morfologia del capitalismo contemporaneo, allargare il lavoro di inchiesta sulla nuova composizione di classe e sulle forme di organizzazione del conflitto. Il rilancio del partito è impossibile senza la cura del partito stesso. Il Congresso impegna il nuovo gruppo dirigente a procedere nella riforma del partito, in particolare mettendo in discussione il carattere monosessuato e separato della politica, muovendo dalle indicazioni emerse dalla Conferenza di Organizzazione di Carrara. E’ necessario impedire ogni degenerazione del partito in senso leaderistico e plebiscitario ed ogni subordinazione del partito alle rappresentanze istituzionali e ai rapporti verticistici con altre forze politiche. La gestione unitaria del partito, nel rispetto di eventuali dialettiche interne agli organismi dirigenti a tutti i livelli, deve essere intesa come partecipazione ai processi decisionali e non come mero diritto di critica a decisioni assunte da maggioranze o, peggio ancora, da cerchie ristrette di dirigenti. La democrazia non è una forma qualsiasi di funzionamento del partito. Non si deve ridurre alla pura dialettica tra diverse posizioni né confondere in alcun modo con forme plebiscitarie di consenso. Il tesseramento deve essere strumento di partecipazione alla vita del partito, al suo progetto politico e alle sue decisioni. Non deve mai ridursi a strumento burocratico di conta interna. La democrazia necessita di partecipazione libera ed informata alla formazione di decisioni circa gli indirizzi politici di fondo e le scelte più importanti. In questo quadro la democrazia di genere è elemento essenziale della trasformazione della società per un mondo in cui eguaglianza e differenza siano elementi fondativi dell’autocostituzione di soggettività critiche, consapevoli, sessuate. Gli organismi dirigenti a tutti i livelli non devono essere retti da una logica elitaria e devono essere fondati sul principio di responsabilità. La rotazione degli incarichi, la non commistione di incarichi di partito con incarichi istituzionali di governo, il rinnovamento costante degli organismi e il superamento del loro carattere monosessuato, l’introduzione di codici etici relativi ai comportamenti connessi ai privilegi sono obiettivi che il Congresso indica come prioritari al nuovo gruppo dirigente. Il Congresso impegna infine il nuovo gruppo dirigente a lavorare, con gli strumenti opportuni, al miglioramento della formazione di tutti gli iscritti, dai militanti di base ai dirigenti nazionali. |
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