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La Russia, la Georgia, gli USA, la Cina e noi...

Insostituibile petrolio

Vignetta di Marco Viviani

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La Russia, la Georgia, gli USA, la Cina e noi...

Gli eventi sui quali è stata recentemente concentrata l’attenzione degli Italiani dovrebbero insegnarci qualcosa. E far riflettere una sinistra che sembra incapace di parlare alla gente.

Due avvenimenti hanno calamitato l’attenzione dei mezzi di comunicazione di massa nel corso del mese d’agosto: la guerra tra Russia e Georgia e i giochi olimpici di Pechino.

Del primo si può dire, certi di non sbagliare, che ancora una volta le popolazioni hanno pagato per le ambizioni dei potenti. Il governo georgiano ha cercato di approfittare della (relativa) debolezza di quello russo per sganciarsi dall’ingombrante vicino. Ma gli è andata male. Il governo russo ha cercato di approfittare della (relativa) debolezza di quello statunitense, già impegnato in Irak e in Afghanistan, per rompere l’accerchiamento entro il quale  quest’ultimo lo vuole costringere. E ha messo a segno un punto. Il governo statunitense, ovviamente,  sbraita ma (per ora) ha dovuto incassare.

Anche nello sport, per gli USA, le cose non vanno tanto bene: gli atleti cinesi hanno vinto molte più gare di quelli degli Stati Uniti. Il che vuol dire che la Cina può vantare strutture tali da selezionare, preparare e portare alla vittoria più persone di loro. E, forse,  non soltanto nello sport.

E’ comunque un dato di fatto che, come ci spiega Toni Iero nell’articolo pubblicato a pagina tre, il baricentro politico del mondo si sta spostando verso oriente. E i tentativi dell’Occidente di impedire tale spostamento con la forza stanno naufragando. Sarebbe più che mai  opportuno modificare radicalmente il modello economico e sociale.

Di fronte a questo la sinistra dei paesi occidentali, e quella italiana in particolare, sembra avere ben poco da dire. Si sono svolti, nei mesi scorsi, i congressi dei principali partiti della sinistra, reduci dalla recente disfatta elettorale. Ebbene, da nessuno di essi è scaturita una proposta comprensibile e, al tempo stesso, credibile. A pagina dieci abbiamo riportato integralmente il documento  approvato dalla maggioranza del congresso del Partito della Rifondazione Comunista, la forza politica più consistente all’interno di quest’area: per quanto sia, in larga parte, condivisibile, brilla per assenza di proposte precise. Ci è sembrato quindi opportuno insistere nello stimolare il dibattito intorno al tema degli obiettivi della sinistra, coinvolgendo, questa volta, oltre a Toni Iero, Valerio Monteventi, forse il più noto esponente della sinistra bolognese, cui ci lega, da tempo, una sincera amicizia. 

La crisi non coinvolge solo le organizzazioni impegnate sul terreno elettorale. Anche i giornali, le riviste e i movimenti che si ispirano a valori progressisti se la passano piuttosto male. Una sola pubblicazione riesce, incredibilmente, a essere presente in migliaia di edicole di tutta l’Italia senza usufruire di finanziamenti pubblici e introiti pubblicitari: si tratta del Vernacoliere. Ce ne parla, a pagina dodici il suo ideatore: Mario Cardinali.

Continuano le lotte contro la devastazione del territorio: contro la linea ad alta velocità in Val di Susa, contro l’ampliamento della base statunitense a Vicenza, contro l’incredibile progetto di destinare a discarica le cave che si trovano all’interno del parco di Chiaiano, presso Napoli.

Continua anche la lotta contro la realizzazione di un nuovo autodromo a Modena, anche se, all’inizio di agosto, i compagni di Libera sono stati sloggiati dalla polizia e la cascina nella quale abitavano è stata rasa al suolo. Non possiamo che esprimere ammirazione per il loro coraggio e la loro tenacia. Si ha però l’impressione che, anche questa volta, sia mancata, da parte del movimento libertario, quella visione politica che deve, a nostro parere, accompagnare la tensione etica. Avremo modo di tornare sull’argomento quando (molto presto) apriremo un dibattito  sulle strategie e i metodi di lotta. Per ora ci limitiamo a segnalare, sul tema,  il bel libro di Stefano D’Errico “Anarchismo e politica” recensito a pagina sedici.

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 Insostituibile petrolio

Urge rivedere la nostra organizzazione economica e sociale, poiché il contesto emergente la sta rapidamente rendendo obsoleta.

Nelle ultime settimane il prezzo del petrolio ha mostrato una flessione rispetto ai valori massimi toccati quest’anno. Ciò è probabilmente dovuto all’effetto che il rallentamento economico in atto, con il conseguente calo della produzione, ha avuto sui mercati delle materie prime. Tuttavia per un barile di greggio occorrono ancora oltre 110 dollari, si tratta di una quotazione storicamente molto alta.

L’incremento del prezzo del petrolio trae alimento dal deprezzamento del dollaro americano, moneta in cui è denominato, nonché da processi speculativi portati avanti sui mercati finanziari attraverso la compravendita di contratti future. Alla base di tutto ciò vi è però, innegabilmente, un contesto nel quale la produzione di petrolio mostra delle rigidità a fronte di un significativo aumento dei consumi. Ne deriva l’attesa di una possibile strozzatura del mercato del greggio mondiale nei prossimi anni. È su questo prevedibile sbilancio tra domanda e offerta negli anni a venire che stanno giocando i finanzieri.

 
L’evoluzione del mercato

 
La crisi petrolifera della fine degli anni ’70 del secolo scorso è stata citata a più riprese come scenario di riferimento. In realtà, il confronto non è del tutto adeguato poiché, in questi trenta anni, il quadro è cambiato in maniera sostanziale.

In primo luogo, sono cambiati i consumatori di petrolio. Nel 1980, gli Stati Uniti erano i primi utilizzatori mondiali, con circa 17 milioni di barili al giorno; seguiva poi l’area corrispondente all’attuale Unione Europea, con 15 milioni e le economie emergenti, che bruciavano approssimativamente 12 milioni di barili al giorno. Oggi la graduatoria è cambiata: le economie emergenti sono balzate al primo posto con 34 milioni di barili al giorno; gli Stati Uniti sono al secondo posto con 21 milioni, mentre l’Unione Europea, rimasta al terzo posto, consuma lo stesso ammontare di petrolio di poco meno di trent’anni fa: 15 milioni di barili al giorno.

Dal lato dell’offerta, se alla fine degli anni ’70 c’era il polmone costituito dal petrolio del Mar del Nord, oggi non vi è nulla di equivalente. I giacimenti nord europei sono ormai pressoché esauriti, la produzione russa è sostanzialmente equivalente a quella sovietica degli anni ’80: è quindi aumentato il peso del cartello Opec. Questo significa che la risposta produttiva all’aumento della domanda mondiale è, in buona parte, affidata alla capacità e alla volontà dei paesi appartenenti a questa organizzazione oligopolistica. Inoltre, dal punto di vista commerciale, le grandi compagnie petrolifere internazionali contano sempre meno: a titolo di esempio, nel 2006 le imprese multinazionali gestivano la metà della produzione mondiale, ma controllavano solo poco più di un quarto delle riserve.

La conclusione cui si giunge è che il ruolo delle nazioni di più antica industrializzazione (che fanno capo all’Ocse) si è ridimensionato: contano sempre meno, tanto come consumatori, quanto come produttori. Oggi, la partita decisiva del gioco globale del petrolio si svolge sulla strada che dall’Opec va verso le economie asiatiche.

 
La virtù del risparmio

 
Che conclusioni si possono trarre? In primo luogo che la domanda di greggio non è destinata a ridimensionarsi. I principali consumatori mondiali di petrolio sono economie ancora relativamente arretrate, con un lungo sentiero di sviluppo da percorrere prima di arrivare al livello di maturità raggiunto dai paesi Ocse. Il sistema produttivo cinese o quello indiano necessitano di elevate quantità di energia per funzionare. È stato calcolato che, per produrre una unità di Pil, i paesi in via di sviluppo consumano il doppio dell’energia usata dai paesi sviluppati.

In secondo luogo, poiché la capacità di soddisfare la crescente domanda di petrolio risiede per lo più nei paesi Opec, è ipotizzabile che aumenterà la sensibilità dell’offerta nei confronti dei problemi geopolitici, caratteristici dell’area medio orientale. Il grado di apertura del rubinetto petrolifero sarà influenzato dalla disponibilità dei regimi della zona, molti dei quali a matrice islamica.

Come risposta all’aumento del prezzo petrolifero e all’insicurezza degli approvvigionamenti futuri, da più parti sono stati proposti piani di sviluppo di energie alternative, rinnovabili (eolico, solare, biomasse) e no (carbone, nucleare).

Tale scelta è comunque positiva, poiché queste soluzioni comportano vantaggi dal punto di vista della diversificazione degli approvvigionamenti e qualcuna anche da quello della sostenibilità ambientale.

Tuttavia, quando si pensa alla possibilità di sostituire il petrolio con altre forme di energia vi è un aspetto che va tenuto presente. Trent’anni fa,  a livello mondiale, oltre la metà  della produzione di greggio veniva trasformata in olio combustibile e in altri derivati pesanti. Oggi tale quota è ridotta a circa il 30%. Ciò vuol dire che, attualmente, il 70% del petrolio serve per fabbricare benzina e gasolio (i cosiddetti distillati medi e leggeri). Questa percentuale, nei paesi più sviluppati, è ancora maggiore. In altre parole: con il petrolio si muovono i mezzi di trasporto. In queste condizioni, nei prossimi anni, a cosa serve costruire in Europa decine di centrali nucleari? Oltre un certo limite, ci si scontra con il dato di fatto che, per assistere ad una rilevante caduta dell’utilizzo del petrolio, occorrerebbe rinnovare tutto il parco veicoli (comprese navi ed aerei). Al fine di un drastico ridimensionamento del peso del petrolio nel funzionamento dei nostri sistemi economici, appare più utile procedere speditamente verso la diffusione dei bio carburanti, effettuando però una attenta valutazione del rapporto costi / benefici.

In conclusione, vi sono diverse misure, rese possibili dalla tecnologia attuale e da prevedibili sviluppi futuri, che permetterebbero di ridurre la dipendenza dal petrolio. Tuttavia, anche su un orizzonte temporale di medio termine, la auspicabile sostituzione del petrolio con altre fonti di energia sarebbe solo marginale.

Certo, possiamo immaginare che, in tempi più lunghi, soluzioni ingegnose ci liberino dalla dipendenza dal greggio.

Il ciclo dell’idrogeno, il miglioramento delle batterie per le auto elettriche, la realizzazione della fusione nucleare o altro potrebbero permetterci di aggirare l’ostacolo costituito dalla scarsa affidabilità dei produttori petroliferi. Tuttavia, di idrogeno si parla ormai da quasi quaranta anni e ancora siamo alle prime applicazioni sperimentali, la fusione nucleare pone problemi tecnologici di complessa soluzione, per produrre quantità di bio carburanti utili a far girare i veicoli attuali dovremmo smettere di coltivare piante alimentari… insomma, non è così facile come potrebbe sembrare in prima battuta.

La realtà è che fino ad oggi abbiamo beneficiato di un livello di consumi basato su una larga disponibilità di energia a prezzi contenuti, grazie all’egemonia esercitata dall’Occidente sui paesi produttori di materie prime. Alla luce degli equilibri economici ed ecologici globali, lo stile di vita tipico delle società occidentali potrebbe non essere più sostenibile. A meno che non si voglia ricorrere all’arma militare per difendere il nostro livello di consumi, come in definitiva si sta facendo, peraltro con scarsa fortuna. Urge rivedere la nostra organizzazione economica e sociale, poiché il contesto complessivo (ambientale, economico e politico) emergente la sta rapidamente rendendo obsoleta. Prima ce ne renderemo conto, meglio sarà per noi.

 

Toni Iero