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Cinque obiettivi per la sinistra (parte seconda)

Intervento di Katia Zanotti

Piccola storia ignobile della "rappresentanza sindacale"

Sulla chiusura dei Centri di Permanenza Temporanea

Su Dio, patria e famiglia

Due innamorati a Berlino nel Memoriale per lo sterminio degli Ebrei d'Europa
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Cinque obiettivi per la sinistra (parte seconda)

Prosegue il dibattito con gli interventi di Katia Zanotti (Sinistra Democratica), Stefano D’Errico (Unicobas), Leonardo Giusti (Unione Sindacale Italiana) e Eugen Galasso (redattore di Cenerentola). Come promotore, devo osservare che, mentre alcuni contributi (Caserta, Zanotti, Giusti) sono rimasti rigorosamente in tema, altri (D’Errico, Gori e, ancor più, Galasso), se ne sono notevolmente discostati.

Il dibattito, comunque, continuerà sul prossimo numero di Cenerentola, in attesa dell’iniziativa pubblica cui intendiamo dar vita nel prossimo settembre.

 Luciano Nicolini

Intervento di Katia Zanotti

Il senso di spaesamento a sinistra dopo la drammatica sconfitta di aprile  è ancora difficile da superare. Quello che sta succedendo rischia persino di aumentarlo perché ciò che emerge in vista degli imminenti congressi di luglio sembra più aver a che fare con la salvaguardia dei gruppi dirigenti che con la politica.  Gli stessi diversi  progetti che vengono presentati  ai congressi  sembrano essere praticabili solo se si “salvano” quei gruppi dirigenti.

Il punto è che la sinistra non è autorizzata ad assolversi dai suoi errori, non è autorizzata  a rifuggire da questa riflessione, a rimuovere il drammatico fallimento della prova del Governo. Non si può stare al Governo e nelle Istituzioni senza avere una politica fuori da quegli spazi, senza dire all’esterno  cose autorevoli e praticabili, senza portare dentro alle nostre proposte e alle nostre iniziative la vita vera delle persone dalla quale eravamo e siamo in gran parte distanti. Continuando così ci si rende inessenziali. Ma non è facile, non è immediato trovare la via di un nuovo cammino politico  lasciando da parte quel  letale continuismo che spesso si insinua dalle nostre parti a sinistra, qualsiasi cosa accada.

Ecco perché raccolgo volentieri l’invito di Cenerentola a presentare, secondo il mio punto di vista,  i 5 obiettivi su cui la sinistra dovrebbe impegnarsi da subito. E i punti  che seguono partono dalla convinzione che  una sinistra che non condivide le condizioni di fatica delle persone, che non costruisce legami veri, che non assume il tema dei diritti delle persone,  è una sinistra che non ha futuro. 

Sono poi convinta, per non rinunciare all’obiettivo di una più grande e unitaria forza della sinistra, che sul terreno delle proposte e fuori dai recinti identitari, sia possibile trovare a sinistra  molte più condivisioni che differenze. Sia possibile la ricostruzione del  luogo degli ideali e del-l’impegno, della rappresentanza,  della passione politica e della partecipazione, lo strumento della trasformazione sociale per le generazioni del futuro.

1) Proposte per il lavoro

Aumentare le retribuzioni, introdurre il reddito sociale per i giovani inoccupati e per i disoccupati di lunga durata, reintrodurre come condizione normale il lavoro a tempo indeterminato, combattere l’abuso degli orari lunghi (l’estensione decisa dalla Commissione europea fino a  65 ore di lavoro  alla settimana è ancora una volta una negazione di diritti e una affermazione dei lavoratori co-me pura merce) e riconoscere efficacia al contratto collettivo nazionale di lavoro contro Confindustria e Governo di centro destra che vogliono il suo smantellamento.

2) Un nuovo fisco: paghino tutti per pagare meno

Il fisco rappresenta un poderoso strumento di redistribuzione del reddito e di equità perché è con la fiscalità generale che si garantiscono i servizi pubblici e le reti di protezione  sociale.

In Italia il fisco è ingiusto: fino a 200 miliardi di euro all’anno non vengono versati al fisco a causa di un fenomeno di evasione fiscale che è di molto superiore al resto d’Europa. Le rendite godono di un trattamento privilegiato; lavoratori e pensionati, al contrario, attraverso il meccanismo del prelievo alla fonte, sono quelli che sostengono il peso sostanziale del sistema. Il vero scandalo del-l’Italia è che i più poveri sono quelli che pagano di più.

3) Affermazione del principio della laicità, e sostegno ai diritti e alle libertà delle persone

La laicità prevede che nessuna concezione, etica, valore, possono essere imposti per legge come i soli legittimi e indiscutibili. Prevede il riconoscimento delle differenze quale fondamento delle convivenze. Prevede la pari dignità di tutte le religioni, garantite nella libertà soggettiva e nelle pratiche di culto. Prevede la libertà di insegnamento e di ricerca, garantite dalla scuola e della Università pubbliche. In anni di attacchi violenti al principio della laicità dello Stato, innanzitutto da parte della gerarchie ecclesiastiche, la laicità rimane vuota retorica senza autorevolezza e autonomia della politica.

La libertà di scelta delle donne nella procreazione, il riconoscimento pubblico delle coppie di fatto, l’uguaglianza sostanziale dei diritti delle persone gay, lesbiche e transessuali, una nuova legge sulla fecondazione assistita, il testamento biologico, sono alcune delle questioni  che fanno la differenza fra la civiltà e l’inciviltà dell’Italia sul tema dei diritti.

4) Il diritto alla salute come indice di civiltà

La salute è il modo in cui lo Stato organizza il sistema sanitario. Un Paese che assicura la buona salute solo a chi può pagare è un Paese barbaro. Bisogna superare l’impo-stazione aziendalistico/priva-tistica del Servizio sanitario nazionale.

5) Abrogare la legge Bossi-Fini

La normativa che regola attualmente il soggiorno di donne e uomini migranti nel nostro paese pone i migranti in una condizione di perpetuo inaccettabile ricatto. Se la fabbrica in cui lavori da anni chiude, e in sei mesi non trovi un altro lavoro, sei espulso. È facilissimo passare dalla condizione di regolarità a quella di irregolarità, mentre è impossibile l’inverso. Oggi un migrante che abbia un lavoro non può, neanche se il suo datore di lavoro lo vuole, regolarizzarsi in nessun modo. Può solo partecipare alla “lotteria” del Decreto flussi.

 Katia Zanotti

 


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Piccola storia ignobile della "rappresentanza sindacale"

La questione del “progetto” politico della “sinistra” è cosa complessa. Occorrerebbe prima di tutto una discussione interna alla sinistra libertaria, praticamente priva di una propria politica: ma questo è elemento d’altro dibattito. Per stare al tema impostato da Cenerentola, sono d’in-teresse le opzioni sin qui pubblicate. Oltre alla lotta all’evasione, che forse potrebbe avere maggior forza con la detraibilità generale, aggiungerei la questione pensionistica ove, oltre ad una riforma che riporti per le nuove generazioni il calcolo delle spettanze al livello di sopravvivenza (almeno al 90% dell’ultima retribuzione e non all’attuale 45% sancito dall’immonda operazione Dini del ‘95), occorrerebbe anche separare la previdenza dall’assistenza (da mettere a carico della fiscalità generale). In tal modo sparirebbero le sperequazioni ed i falsi allarmi. Le casse pensionistiche dei dirigenti del settore privato (e non solo) vengono sostenute con i soldi dei contributi dei lavoratori,  le stesse pensioni sociali sono in misura notevole erogate anche ad evasori totali. Le casse INPS-INPDAP, senza tali prelievi, sarebbero assolutamente in attivo e sarebbe vanificato il business vergognoso, di matrice sindacal-concertativa, volto a gestire i fondi integrativi secondo una logica del tutto privatistica al livello di qualsiasi assicurazione “di mercato” (nessuna rendita sicura, assenza di controllo etico sulle operazioni, rischio assoluto per i lavoratori).

Ma in questa sede mi preme segnalare un’altro problema, assurto al livello di una vera e propria emergenza democratica. Un problema non a caso negato da tutte le forze politiche: chi ritiene centrale (e centralistica) la forma istituzionale di rappresentanza, crede che la società civile, l’associazionismo, i soggetti sociali, debbano venire conculcati e subordinati e che i sindacati debbano esistere unicamente come “cinghie di trasmissione” del mondo dei partiti. Ergo, i partiti – ognuno dei quali ha propri riferimenti sindacali o “pacchetti” di gestione negli stessi – si sono innanzitutto preoccupati di eliminare qualsiasi possibilità di successo per il sindacalismo libertario ed indipendente.

Fino ad oggi, l’intera “sinistra” parlamentare – in primis la cosiddetta “area radicale” – pur sollecitata costantemente e direttamente, è stata del tutto connivente sul-l’esistenza in questo Paese di leggi sulla rappresentanza sindacale che, in particolare nel pubblico impiego, negano ogni pur minimo senso della democrazia e del diritto.

Sino al ‘97 le norme richiedevano alle organizzazioni sindacali il raggiungimento della soglia del 5% dei voti validi nelle elezioni di categoria (Consigli di Amministrazione dei Ministeri e Consigli della Pubblica Istruzione, nazionale e provinciali, per la Scuola). Nel periodo intercorrente fra un’elezione e l’altra il calcolo veniva, con un tetto analogo, operato sui sindacalizzati. Il raggiungimento del 5% su lista nazionale significava per le organizzazioni di comparto poter sedere al tavolo delle trattative per il rinnovo del contratto di categoria e per le contrattazioni decentrate di primo livello; una soglia analoga su lista provinciale garantiva la partecipazione alle trattative decentrate locali o di singola “unità produttiva”.

La legge “Bassanini” del Novembre ‘97 (votata anche dai Verdi e da Rifondazione Comunista, prima che si avviasse la scissione del PdCI), ha stravolto ogni regola. Innanzitutto, con un meccanismo elettorale farsesco che impedisce la presentazione di liste nazionali, imponendo unicamente liste decentrate e delegando alle organizzazioni sindacali (OOSS) concertative la scelta di rito. Così, ad esempio nella  Scuola (12.000 sedi centrali), CGIL, CISL, UIL, SNALS e Gilda impongono la presentazione di una lista per istituto, e meno liste si presentano, meno voti si possono raccogliere.

Vengono perciò elette “Rappresentanze Sindacali Unitarie” unicamente nei luoghi di lavoro, titolate a trattare solo su questioni minimali, sulla falsa riga di contratti nazionali e provinciali decisi dai rappresentanti nominati dalle burocrazie sindacali senza alcun controllo elettivo. Tanto i firmatari del contratto nazionale hanno comunque titolo alle contrattazioni decentrate (anche a voti zero!). Nel privato, peraltro, si sono dotati della riserva del 33%, percentuale garantita a CGIL, CISL e UIL indipendentemente dai risultati elettorali.

Si rende praticamente impossibile alle organizzazioni nuo-ve e non concertative, alle quali è negato a priori ogni strumento di sostegno (persino i permessi sindacali), la competizione con le vecchie strutture confederali, che possiedono nel pubblico impiego un esercito di circa 5.000 “distaccati”. Inoltre alle OOSS “non rappresentative” è interdetta anche la convocazione di assemblee in orario di servizio, di modo che non possano farsi campagna elettorale né trovare i candidati ed i sottoscrittori necessari a presentare le liste. La cosa è persino ridicola, visto che la somma delle firme richieste per validare le liste raggiunge numeri strabilianti (nella scuola occorrerebbero 65.000 presentatori, più dei voti richiesti per raggiungere il 9,5% e più di quanto sia necessario per proporre al Parlamento una legge di iniziativa popolare).

Si tratta di numeri congrui per le singole unità amministrative (2% degli aventi diritto), ma assolutamente improponibili nell’ottica di una sommatoria nazionale. Sarebbe come se – nelle elezioni politiche – i partiti fossero obbligati a presentare una lista per ogni seggio elettorale, dovendo così raccogliere almeno 600.000 firme per coprire tutto il territorio nazionale.

In realtà diventerebbe imbarazzante per CGIL, CISL e UIL competere ad armi pari, come le regole democratiche invece imporrebbero. Con elezioni nazionali significherebbe passare dal monopolio al pluralismo ed essere, in più, costrette a far scegliere direttamente dai lavoratori anche le proprie delegazioni trattanti.

Ma il marchingegno illiberale non si conclude qui. Al fine di favorire i sindacati pronta-firma, è stato inventato un meccanismo ulteriore, assolutamente indecente. Si tratta della cosiddetta “media”: il 5% non viene infatti calcolato più sui voti o sugli iscritti, ma facendo media fra i due parametri. In tal modo la soglia sul dato elettorale sale automaticamente, dovendo i sindacati nuovi compensare la ovvia carenza di iscritti a fronte di quanti esistono da almeno quarant’anni. Se si fosse adottato qualcosa di simile per accedere al Parlamento si sarebbe gridato al colpo di stato, anche perché così non si consentirebbe di fatto la nascita di alcun nuovo partito.  Nessuno  accetterebbe mai il computo spurio fra voti ed iscrizioni elevato a regime. Significativo è che il 10% dei sindacalizzati (35%) equivale alla metà esatta del 10% sui votanti (70%), utile ad un sindacato di nuova formazione (e se non il 10%, sarà l’otto o il 9%). In tal modo, CGIL, CISL e UIL, che in decenni si sono garantite comunque il 10% dei sindacalizzati, resterebbero “rappresentative” anche qualora non raccogliessero voti!

I sindacati che non raggiungono tali folli parametri vengono privati di ogni diritto e spazzati via persino dal piano decentrato, anche se, come l’Unicobas Scuola, possiedono comunque il 10% dei voti nelle elezioni per il Consiglio Scolastico Provinciale ed il 5% delle deleghe nell’ambito di numerose province - come a Roma dove siamo il doppio di UIL e Gilda - e regioni. Un sindacato può anche avere il 60% delle deleghe su base provinciale e non essere ammesso a nessuna trattativa decentrata. In Italia si dibatte molto di federalismo, ma il federalismo viene espunto dalla democrazia del lavoro (1). Una norma del genere, traslata in politica, avrebbe come effetto per i partiti che non possedessero da Canicattì a Bolzano un quorum nazionale calcolato sul 5% di media fra voti ed iscritti (sic!), non solo l’esclusione dal Parlamento, ma anche da ogni consiglio regionale, provinciale, comunale o municipale e, di concerto, da ogni permesso per fare propaganda, manifestare, tenere comizi ed ottenere qualsivoglia rimborso elettorale, visto che in campo sindacale viene negato qualsiasi diritto, anche quello d’affissione. Altro che par condicio !!! Eppure, in ambito sindacale, non si da luogo alla creazione di “governi” e non è quindi in gioco la “stabilità” dell’esecuti-vo. Un sindacato, al quale la Costituzione non richiede altro che uno statuto registrato, esiste per far valere i diritti dei rappresentati, non per promulgare leggi o leggine. Si ricorda che, differentemente, per entrare in Parlamento sono richieste percentuali ben più basse (dal 2 al 4%, ma solo sui voti validi), così come per aver accesso al finanziamento pubblico dei partiti (1%).

Mentre in Europa sindacati come l’Unicobas hanno pieni diritti, nel “Bel Paese” non ci forniscono neanche di un’ora di permesso retribuito. In Francia, ad esempio, con un’analoga percentuale di voti riportata nelle elezioni professionali (vd. SUD Education) – i cui risultati la legge italiana oggi esclude per il calcolo della rappresentanza – avremmo 21 aspettative annue a carico dello stato. In Italia stiamo come nella Polonia dei tempi del generale Jaruzelskij, quando venne messa fuorilegge “Solidarnosc” o come nel Cile di Pinochet, con la differenza che sicuramente c’era meno ipocrisia.

Come accennato, per paura che CGIL, CISL, UIL, SNALS e Gilda perdessero ugualmente l’egemonia sindacale sul mondo dell’istru-zione (retribuito al livello più basso del ventaglio europeo), all’Unicobas (ed ai sindacati di base) viene negato dall’Ot-tobre ‘99 persino il diritto di tenere assemblee in orario di servizio in qualsiasi scuola (anche se abbiamo 50 iscritti con trattenuta alla fonte su 100 docenti). Finanche negli istituti dove, avendo presentato una lista, abbiamo una o più RSU elette. In aperta violazione di quanto stabilisce lo Statuto dei Lavoratori, che assegna la facoltà di indire assemblee in orario di servizio alle Rappresentanze singolarmente o disgiuntamente (RSA alle quali, per effetto del D.L.vo 29 / 93, sono subentrate le RSU con medesimi diritti). Questa vergogna ennesima, vera e propria opera di regime statuita per contratto dalle OOSS firmatarie in pieno conflitto d’in-teressi (2), è stata sanzionata dalla magistratura con almeno 12 sentenze di condanna per comportamento antisindacale in capo ai dirigenti scolastici responsabili del diniego opposto all’Unicobas relativamente all’indizione di un’assemblea in orario di servizio, ma viene reiterata di accordo in accordo. Le OOSS hanno di fatto assunto la facoltà di legiferare: le norme sulla privatizzazione del rapporto di lavoro nel pubblico impiego garantiscono comunque l’applicazione delle norme contrattuali, anche se contra legem (e le sentenze hanno valore applicativo solo per le singole istituzioni scolastiche alle quali si riferiscono).

Il caso della scuola è emblematico di norme ritagliate sugli interessi dei Confederali: nei comuni di Roma, Milano e Napoli (50.000 addetti ognuno), basta presentare un’unica lista con 200 firmatari (la concorrenza del sindacalismo di base è troppo bassa...). Nei provveditorati corrispondenti, che annoverano una pari quantità di dipendenti, occorrerà produrre almeno 600 / 700 liste (una per scuola), con 3.500 firme ed altrettanti candidati (quan-do difficilmente si raggiungeranno 35.000 votanti).

Sarebbe ben altra cosa calcolare la “rappresentatività” con elezioni basate innanzitutto su liste nazionali, poi provinciali e di singolo istituto (per la delegazione trattante di quel livello), nonché solo sul dato elettorale puro. Ma il mondo della politica (evidentemente del tutto omologato a questo sistema stalino-fascista) tace nella sua totalità. Tutti i partiti, a cominciare da quelli comunisti (al governo sino a qualche mese fa), i “democratici”, quelli dell’arco “costituzionale”, i “liberali” ed i liberisti, tacciono anche sulle disparità di trattamento fra sistema pubblico e privato, come per esempio nel caso delle aspettative sindacali a carico delle OOSS (ma con contributi pagati dallo stato), concesse nel privato a chiunque e riservate (persino quelle...!) nel pubblico solo ai “maggiormente rappresentativi”.

Il sistema dei partiti  è connivente anche su di un’altra regola “aurea”: i pensionati, in questo Stato delle mafie e delle lobby, possono iscriversi unicamente alle OOSS che sono interne al CNEL, organismo al quale si accede – per l’appunto – solo per nomina politica (in tal modo è entrata anche la CUB...). Vale a dire che persino il sottoscritto, quando andrà in pensione, non potrà decidere di iscriversi al sindacato del quale è segretario, potendo eventualmente (per forza) scegliere solo una delle sigle alle quali lo Stato assegna il monopolio sui pensionati (che sono, guarda caso, la maggioranza fra gli affiliati a CGIL, CISL e UIL...!).

Stefano d’Errico

(1) L’unica possibilità di sopravvivenza a livello locale, prevista però solo nel 2000 “in prima applicazione”, venne legata al requisito dell’affiliazione di almeno il 10% dell’intera forza lavoro. Cosa che, in una zona di media sindacalizzazione (35%) come il pubblico impiego, non era e non è data in Italia in nessuna provincia neanche a CGIL o CISL. Se per far parte di un Consiglio Comunale fosse obbligatoria l’iscrizione del 10% degli aventi diritto al voto, non esisterebbero liste locali in grado di competere.

(2) Sarà d’uopo ricordare che, fra le sigle più accanite nel sottoscrivere e cercar di far rispettare l’esclusione delle OOSS di base dal diritto d’assemblea, si colloca proprio quella CGIL che – pur contraddicendo per contratto l’art. 20 dello Statuto dei Lavoratori che garantisce a tutti il diritto d’assemblea in orario di servizio – s’è fatta bella per anni della battaglia contro l’abolizione dell’art. 18.

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Sulla chiusura dei Centri di Permanenza Temporanea

Ringrazio anzitutto la redazione di Cenerentola che mi ha dato l’occasione di  approfondire la discussione rispetto ai problemi che investono le lavoratrici ed i lavoratori migranti, questione che conosco forse più di altre, data la mia attiva partecipazione alle discussioni ed alle lotte del Coordinamento migranti di Bologna e Provincia.

Esponendo i suoi “cinque obiettivi praticabili per la sinistra” l’amico Luciano chiede la chiusura dei CPT e la loro possibile sostituzione con centri di accoglienza, cosa che, se a prima vista può sembrare positiva, non mi pare suggerire un modo corretto per cominciare a risolvere il problema.

L’esperienza della autogestione dello Scalo internazionale dei migranti e, successivamente e con altri attori, le lotte portate avanti assieme agli ospiti del centro di accoglienza di via Terracini, hanno messo bene in luce il fatto che luoghi deputati alla residenza esclusiva di migranti, quasi sempre della medesima provenienza, trasforma automaticamente questi luoghi in luoghi separati, esclusi dal resto della società, dove le lavoratrici ed i lavoratori vengono parcheggiati in attesa che ricominci l’attività lavorativa, unica attività riconosciuta e possibile per la grande maggioranza di loro.

Il problema residenziale per i migranti deve essere affrontato e risolto nello stesso modo in cui deve essere affrontato e risolto il problema residenziale per le lavoratrici ed i lavoratori nativi: potenziamento dell’edilizia abitativa ed, ancor prima, utilizzazione dei locali inutilizzati e sfitti.

Il problema centrale per i migranti, che li caratterizza e li pone in stato di maggior sottomissione, è la necessità di dover ottenere e mantenere un permesso di soggiorno,

che i passati governi, come l’attuale, vogliono legato all’esistenza di un contratto di lavoro, contratto di lavoro che è oggigiorno precario e di breve durata per tutti.

Da qui l’immediata necessità per i migranti di lottare per ottenere il riconoscimento dell’ingresso e della permanenza indipendentemente dall’esistenza o meno di un rapporto di lavoro in atto.

Unica alternativa: un’esistenza priva di qualsiasi progettualità e futuro, sempre in balia del padrone e della questura.

 

Leonardo Giusti

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Su Dio, patria e famiglia

Rispetto a  diversi interventi del numero 103 di Cenerentola, in particolare quello di Lorenzo Gori, credo che alcune precisazioni vadano fatte, a proposito dello stacco rispetto ai “lendemains qui chantent”(domani che cantano, ma in francese è più pregnante, anche perché come tale l’espressione nasce in francese, non in italiano) di cui si parla. Mi concentrerò solo su due punti, onde evitare il consueto “parlarsi addosso” (parlarmi addosso, dovrei dire più onestamente):

A)  A me non meno che a Gori fa orrore la triade Dio-patria-famiglia, ma con alcune precisazioni: Dio come “vecchio saggio (castratore, in realtà) dalla barba bianca” è una comoda invenzione pretesca, adatta ad altri tempi, nei quali dominava l’ignoranza. Ne rideva già Samuel Beckett, geniale drammaturgo (il più grande, per chi scrive) e scrittore del Novecento, di origini irlandesi ma francesista - non a caso scrisse quasi tutto prima in francese, solo dopo traducendosi in inglese. In più Dio padre, è quello riproposto da papa Ratzinger ad ogni piè sospinto,  inutilmente contestato da teologhe femministe, come Adriana Zarri e Dorothee Soelle (mi limito all’Europa, ma negli States e in LatinoAmerica non c’è meno dibattito). Il fatto è che i libri e saggi/articoli delle suddette sono letti dai pochi leggenti interessati, le parole del papa vanno urbi et orbi per il rimbalzo mediatico imposto dai poteri. Una concezione di Dio più “illuminata” e libera da dogmi, fondata sulla “gnosi”, in greco conoscenza (gnòsis), non è lesiva di alcuna libertà, se priva di mediazioni dogmatiche ed ecclesiastiche, se ci si rapporta con l’(eventuale) Assoluto in modo non bigotto, non superstizioso, non fondato sulla paura.

La patria per me non esiste (Marx diceva “l’operaio non ha patria”, personalmente credo ciò possa/debba valere per chiunque ragioni, operaio o meno), sicuramente è saggia (se proprio non si può far a meno del termine) la massima latina “Ubi bene, ibi patria” (Dove sto bene, là la mia patria). Senza patria, nessuna guerra, nessuna lotta fratricida; ma ciò deve valere anche per le piccole patrie, come la “Padania”: un’invenzione, non vedrei analogie cogenti tra Liguria, Veneto, Emilia - Romagna, (ma neppure tra Emilia - Emilie, dice qualcuno, dato i litigi tra Modena e Reggio Emilia, per esempio - e Romagne...).

Idem per etnie, appartenenze, che riproducono il concetto di “razza”, pur se mutatis mutandis, neppure poi tanto mutate... Se lo vogliamo dire in modo colto, con Marc Tibaldi e il suo recente “Metix Babel Felix”, bisogna liberarsi da appartenenze e radici (l’analisi tibaldina, molto originale, ha padri nobili  nei grandi Gilles Deleuze e Felix Guattari, che cita), ma già il poeta -chansonnier Georges Brassens si burlava di chi “si gloria d’esser nato in un certo luogo”.

La famiglia, poi, ormai è diffranta. Almeno dagli anni Sessanta dello scorso secolo, la famiglia come comunità “d’ordine e di sangue” o è dissolta oppure viene rivendicata in modo pericoloso (lo fa, per esempio, la persona forse più intelligente e potente dell’attuale esecutivo, il ministro dell’economia Giulio  Tremonti).  Ma anche qui è questione di intendersi nel dettaglio: un conto la famiglia, valore assoluto, un altro le famiglie (una volta tanto -altrimenti mai - sono d’accordo con Emma Bonino).

Considerare la triade una Trimurti assoluta, da demonizzare, vuol dire riprodurre un po’ al contrario, ma non come antitesi feconda, la logica dei poteri dominanti;

B) Il “sogno di una cosa”, il coraggio dell’utopia (Baczko, Ruehle) è importante, deve rimanere fondamentale, linea direttrice per chi voglia rinnovare un ideale indistruttibile quale quello della giustizia sociale e della libertà, quello del socialismo libertario. Rinnovarlo, però, vuol dire confrontarsi sempre criticamente, analizzandolo, con l’esistente, ad iniziare dall’economia. Altrimenti veleggeremo nel “Maelstròm delle speranze finite”, per non voler guardare ai “conti della spesa”.  

 

Eugen Galasso

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