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Cinque obiettivi per la sinistra (parte seconda) Piccola storia ignobile della "rappresentanza sindacale" |
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Cinque
obiettivi per la sinistra (parte seconda)
Prosegue il dibattito con gli interventi di Katia Zanotti (Sinistra Democratica), Stefano D’Errico (Unicobas), Leonardo Giusti (Unione Sindacale Italiana) e Eugen Galasso (redattore di Cenerentola). Come promotore, devo osservare che, mentre alcuni contributi (Caserta, Zanotti, Giusti) sono rimasti rigorosamente in tema, altri (D’Errico, Gori e, ancor più, Galasso), se ne sono notevolmente discostati. Il dibattito, comunque, continuerà sul prossimo numero di Cenerentola, in attesa dell’iniziativa pubblica cui intendiamo dar vita nel prossimo settembre. Il
senso di spaesamento a sinistra dopo la drammatica sconfitta di aprile è ancora
difficile da superare. Quello che sta
succedendo rischia persino di aumentarlo perché
ciò che emerge in vista degli
imminenti congressi di luglio sembra più aver a che fare con
la salvaguardia
dei gruppi dirigenti che con la politica.
Gli stessi diversi
progetti che
vengono presentati ai
congressi sembrano
essere praticabili solo se si “salvano”
quei gruppi dirigenti. Il
punto è che la sinistra non è autorizzata ad
assolversi dai suoi errori, non è
autorizzata a
rifuggire da questa riflessione,
a rimuovere il drammatico fallimento della prova del Governo. Non si
può stare
al Governo e nelle Istituzioni senza avere una politica fuori da quegli
spazi,
senza dire all’esterno cose
autorevoli e
praticabili, senza portare dentro alle nostre proposte e alle nostre
iniziative
la vita vera delle persone dalla quale eravamo e siamo in gran parte
distanti.
Continuando così ci si rende inessenziali. Ma non
è facile, non è immediato
trovare la via di un nuovo cammino politico
lasciando da parte quel
letale
continuismo che spesso si insinua dalle nostre parti a sinistra,
qualsiasi cosa
accada. Ecco
perché raccolgo volentieri l’invito di Cenerentola
a presentare, secondo il mio punto di vista,
i 5 obiettivi su cui la sinistra dovrebbe impegnarsi
da subito. E i
punti che seguono
partono dalla convinzione
che una sinistra
che non condivide le
condizioni di fatica delle persone, che non costruisce legami veri, che
non assume
il tema dei diritti delle persone,
è una
sinistra che non ha futuro. Sono
poi convinta, per non rinunciare all’obiettivo di una
più grande e unitaria forza
della sinistra, che sul terreno delle proposte e fuori dai recinti
identitari,
sia possibile trovare a sinistra molte
più condivisioni che differenze. Sia possibile la
ricostruzione del luogo
degli ideali e del-l’impegno, della
rappresentanza, della
passione politica
e della partecipazione, lo strumento della trasformazione sociale per
le generazioni
del futuro. In
Italia il fisco è ingiusto: fino a 200 miliardi di euro
all’anno non vengono
versati al fisco a causa di un fenomeno di evasione fiscale che
è di molto
superiore al resto d’Europa. Le rendite godono di un
trattamento privilegiato;
lavoratori e pensionati, al contrario, attraverso il meccanismo del
prelievo
alla fonte, sono quelli che sostengono il peso sostanziale del sistema.
Il vero
scandalo del-l’Italia è che i più
poveri sono quelli che pagano di più. La
libertà di scelta delle donne nella procreazione, il
riconoscimento pubblico delle
coppie di fatto, l’uguaglianza sostanziale dei diritti delle
persone gay,
lesbiche e transessuali, una nuova legge sulla fecondazione assistita,
il
testamento biologico, sono alcune delle questioni
che fanno la differenza fra la civiltà e
l’inciviltà dell’Italia sul tema dei
diritti.
Piccola storia ignobile della "rappresentanza sindacale" La
questione del “progetto” politico della
“sinistra” è cosa complessa.
Occorrerebbe prima di tutto una discussione
interna alla sinistra libertaria, praticamente priva di una propria
politica:
ma questo è elemento d’altro dibattito. Per stare
al tema impostato da Cenerentola, sono d’in-teresse
le opzioni sin qui pubblicate. Oltre alla lotta
all’evasione, che forse potrebbe avere maggior
forza con la detraibilità
generale, aggiungerei la questione
pensionistica ove, oltre ad una riforma che riporti per le
nuove
generazioni il calcolo delle spettanze al livello di sopravvivenza
(almeno al
90% dell’ultima retribuzione e non all’attuale 45%
sancito dall’immonda operazione
Dini del ‘95), occorrerebbe anche separare la previdenza
dall’assistenza (da mettere
a carico della fiscalità generale). In tal modo sparirebbero
le sperequazioni
ed i falsi allarmi. Le casse pensionistiche dei dirigenti del settore
privato
(e non solo) vengono sostenute con i soldi dei contributi dei
lavoratori, le
stesse pensioni sociali sono in misura
notevole erogate anche ad evasori totali. Le casse INPS-INPDAP, senza
tali
prelievi, sarebbero assolutamente in attivo e sarebbe vanificato il
business
vergognoso, di matrice sindacal-concertativa, volto a gestire i fondi
integrativi secondo una logica del tutto privatistica al livello di
qualsiasi
assicurazione “di mercato” (nessuna rendita sicura,
assenza di controllo etico
sulle operazioni, rischio assoluto per i lavoratori). Ma
in questa sede mi preme segnalare
un’altro problema, assurto al livello di una vera e propria
emergenza democratica.
Un problema non a caso negato da tutte le forze politiche: chi ritiene
centrale
(e centralistica) la forma istituzionale di rappresentanza, crede che
la
società civile, l’associazionismo, i soggetti
sociali, debbano venire conculcati
e subordinati e che i sindacati debbano esistere unicamente come
“cinghie di
trasmissione” del mondo dei partiti. Ergo, i partiti
– ognuno dei quali ha
propri riferimenti sindacali o “pacchetti” di
gestione negli stessi – si sono
innanzitutto preoccupati di eliminare qualsiasi possibilità
di successo per il
sindacalismo libertario ed indipendente. Fino
ad oggi, l’intera “sinistra”
parlamentare – in primis la cosiddetta “area
radicale” – pur sollecitata costantemente
e direttamente, è stata del tutto connivente
sul-l’esistenza in questo Paese di
leggi sulla rappresentanza sindacale
che, in particolare nel pubblico impiego, negano ogni pur minimo senso
della
democrazia e del diritto. Sino
al ‘97 le norme richiedevano alle
organizzazioni sindacali il raggiungimento della soglia del 5% dei voti
validi
nelle elezioni di categoria (Consigli di Amministrazione dei Ministeri
e
Consigli della Pubblica Istruzione, nazionale e provinciali, per La
legge “Bassanini” del Novembre ‘97
(votata anche dai Verdi e da Rifondazione Comunista, prima che si
avviasse la
scissione del PdCI), ha stravolto ogni regola. Innanzitutto, con un
meccanismo
elettorale farsesco che impedisce la presentazione di liste nazionali,
imponendo unicamente liste decentrate e delegando alle organizzazioni
sindacali
(OOSS) concertative la scelta di rito. Così, ad esempio nella Scuola (12.000 sedi
centrali), CGIL, CISL,
UIL, SNALS e Gilda impongono la presentazione di una lista per
istituto, e meno
liste si presentano, meno voti si possono raccogliere. Vengono
perciò elette “Rappresentanze Sindacali
Unitarie” unicamente nei luoghi di lavoro, titolate a
trattare solo su
questioni minimali, sulla falsa riga di contratti nazionali e
provinciali decisi
dai rappresentanti nominati dalle burocrazie sindacali senza alcun
controllo
elettivo. Tanto i firmatari del contratto nazionale hanno comunque
titolo alle
contrattazioni decentrate (anche a voti zero!). Nel privato, peraltro,
si sono
dotati della riserva del 33%, percentuale garantita a CGIL, CISL e UIL
indipendentemente
dai risultati elettorali. Si
rende praticamente impossibile alle
organizzazioni nuo-ve e non concertative, alle quali è
negato a priori ogni
strumento di sostegno (persino i permessi sindacali), la competizione
con le
vecchie strutture confederali, che possiedono nel pubblico impiego un
esercito
di circa 5.000 “distaccati”. Inoltre alle OOSS
“non rappresentative” è interdetta
anche la convocazione di assemblee in orario di servizio, di modo che
non
possano farsi campagna elettorale né trovare i candidati ed
i sottoscrittori
necessari a presentare le liste. La cosa è persino ridicola,
visto che la somma
delle firme richieste per validare le liste raggiunge numeri
strabilianti
(nella scuola occorrerebbero 65.000 presentatori, più dei
voti richiesti per raggiungere
il 9,5% e più di quanto sia necessario per proporre al
Parlamento una legge di
iniziativa popolare). Si
tratta di numeri congrui per le singole
unità amministrative (2% degli aventi diritto), ma
assolutamente improponibili
nell’ottica di una sommatoria nazionale. Sarebbe come se
– nelle elezioni
politiche – i partiti fossero obbligati a presentare una
lista per ogni seggio
elettorale, dovendo così raccogliere almeno 600.000 firme
per coprire tutto il
territorio nazionale. In
realtà diventerebbe imbarazzante per
CGIL, CISL e UIL competere ad armi pari, come le regole democratiche
invece
imporrebbero. Con elezioni nazionali significherebbe passare dal
monopolio al
pluralismo ed essere, in più, costrette a far scegliere
direttamente dai
lavoratori anche le proprie delegazioni trattanti. Ma
il marchingegno illiberale non si
conclude qui. Al fine di favorire i sindacati pronta-firma,
è stato inventato
un meccanismo ulteriore, assolutamente indecente. Si tratta della
cosiddetta “media”:
il 5% non viene infatti calcolato più sui voti o sugli
iscritti, ma facendo
media fra i due parametri. In tal modo la soglia sul dato elettorale
sale automaticamente,
dovendo i sindacati nuovi compensare la ovvia carenza di iscritti a
fronte di
quanti esistono da almeno quarant’anni. Se si fosse adottato
qualcosa di simile
per accedere al Parlamento si sarebbe gridato al colpo di stato, anche
perché
così non si consentirebbe di fatto la nascita di alcun nuovo
partito. Nessuno accetterebbe mai il computo
spurio fra voti ed iscrizioni elevato a regime.
Significativo è che il 10% dei sindacalizzati (35%) equivale
alla metà esatta
del 10% sui votanti (70%), utile ad un sindacato di nuova formazione (e
se non
il 10%, sarà l’otto o il 9%). In tal modo, CGIL,
CISL e UIL, che in decenni si
sono garantite comunque il 10% dei sindacalizzati, resterebbero
“rappresentative”
anche qualora non raccogliessero voti! I
sindacati che non raggiungono tali folli parametri vengono
privati di ogni diritto e spazzati via persino dal piano decentrato,
anche se,
come l’Unicobas Scuola, possiedono comunque il 10% dei voti
nelle elezioni per
il Consiglio Scolastico Provinciale ed il 5% delle deleghe
nell’ambito di
numerose province - come a Roma dove siamo il doppio di UIL e Gilda - e
regioni. Un sindacato può anche avere il 60% delle deleghe
su base provinciale
e non essere ammesso a nessuna trattativa decentrata. In Italia si
dibatte
molto di federalismo, ma il federalismo viene espunto dalla democrazia
del
lavoro (1). Una norma del genere, traslata in
politica, avrebbe come
effetto per i partiti che non possedessero da Canicattì a
Bolzano un quorum nazionale
calcolato sul 5% di media fra voti ed iscritti (sic!), non solo
l’esclusione
dal Parlamento, ma anche da ogni consiglio regionale, provinciale,
comunale o
municipale e, di concerto, da ogni permesso per fare propaganda,
manifestare,
tenere comizi ed ottenere qualsivoglia rimborso elettorale, visto che
in campo
sindacale viene negato qualsiasi diritto, anche quello
d’affissione. Altro che
par condicio !!! Eppure, in ambito sindacale, non si da luogo alla
creazione di
“governi” e non è quindi in gioco la
“stabilità” dell’esecuti-vo.
Un sindacato,
al quale Mentre
in Europa sindacati come l’Unicobas hanno pieni diritti,
nel “Bel Paese” non ci forniscono neanche di
un’ora di permesso retribuito. In
Francia, ad esempio, con un’analoga percentuale di voti
riportata nelle
elezioni professionali (vd. SUD Education) – i cui risultati
la legge italiana
oggi esclude per il calcolo della rappresentanza – avremmo 21
aspettative annue
a carico dello stato. In Italia stiamo come nella Polonia dei tempi del
generale
Jaruzelskij, quando venne messa fuorilegge
“Solidarnosc” o come nel Cile di Pinochet,
con la differenza che sicuramente c’era meno ipocrisia. Come
accennato, per paura che CGIL, CISL, UIL, SNALS e Gilda perdessero
ugualmente l’egemonia sindacale sul mondo
dell’istru-zione (retribuito al
livello più basso del ventaglio europeo),
all’Unicobas (ed ai sindacati di base)
viene negato dall’Ot-tobre ‘99 persino il diritto
di tenere assemblee in orario
di servizio in qualsiasi scuola (anche se abbiamo 50 iscritti con
trattenuta
alla fonte su 100 docenti). Finanche negli istituti dove, avendo
presentato una
lista, abbiamo una o più RSU elette. In aperta violazione di
quanto stabilisce
lo Statuto dei Lavoratori, che assegna la facoltà di indire
assemblee in orario
di servizio alle Rappresentanze singolarmente o disgiuntamente (RSA
alle quali,
per effetto del D.L.vo 29 / 93, sono subentrate le RSU con medesimi
diritti).
Questa vergogna ennesima, vera e propria opera di regime statuita per
contratto
dalle OOSS firmatarie in pieno conflitto d’in-teressi (2),
è stata
sanzionata dalla magistratura con almeno 12 sentenze di condanna per
comportamento
antisindacale in capo ai dirigenti scolastici responsabili del diniego
opposto
all’Unicobas relativamente all’indizione di
un’assemblea in orario di servizio,
ma viene reiterata di accordo in accordo. Le OOSS hanno di fatto
assunto la
facoltà di legiferare: le norme sulla privatizzazione del
rapporto di lavoro
nel pubblico impiego garantiscono comunque l’applicazione
delle norme
contrattuali, anche se contra legem (e le sentenze hanno valore
applicativo
solo per le singole istituzioni scolastiche alle quali si riferiscono). Il
caso della scuola è emblematico di norme ritagliate sugli
interessi dei Confederali: nei comuni di Roma, Milano e Napoli (50.000
addetti
ognuno), basta presentare un’unica lista con 200 firmatari
(la concorrenza del
sindacalismo di base è troppo bassa...). Nei provveditorati
corrispondenti, che
annoverano una pari quantità di dipendenti,
occorrerà produrre almeno 600 / 700
liste (una per scuola), con 3.500 firme ed altrettanti candidati
(quan-do
difficilmente si raggiungeranno 35.000 votanti). Sarebbe
ben altra cosa calcolare la
“rappresentatività” con elezioni
basate innanzitutto su liste nazionali, poi provinciali e di singolo
istituto
(per la delegazione trattante di quel livello), nonché solo
sul dato elettorale
puro. Ma il mondo della politica (evidentemente del tutto omologato a
questo sistema
stalino-fascista) tace nella sua totalità. Tutti i partiti,
a cominciare da
quelli comunisti (al governo sino a qualche mese fa), i
“democratici”, quelli
dell’arco “costituzionale”, i
“liberali” ed i liberisti, tacciono anche sulle
disparità di trattamento fra sistema pubblico e privato,
come per esempio nel
caso delle aspettative sindacali a carico delle OOSS (ma con contributi
pagati
dallo stato), concesse nel privato a chiunque e riservate (persino
quelle...!)
nel pubblico solo ai “maggiormente
rappresentativi”. Il
sistema dei partiti è
connivente anche su di un’altra regola
“aurea”: i pensionati, in questo Stato
delle mafie e delle lobby, possono iscriversi unicamente alle OOSS che
sono
interne al CNEL, organismo al quale si accede – per
l’appunto – solo per nomina
politica (in tal modo è entrata anche Stefano d’Errico (1)
L’unica possibilità di sopravvivenza a
livello locale, prevista però solo nel 2000 “in
prima applicazione”, venne
legata al requisito dell’affiliazione di almeno il 10%
dell’intera forza
lavoro. Cosa che, in una zona di media sindacalizzazione (35%) come il
pubblico
impiego, non era e non è data in Italia in nessuna provincia
neanche a CGIL o
CISL. Se per far parte di un Consiglio Comunale fosse obbligatoria
l’iscrizione
del 10% degli aventi diritto al voto, non esisterebbero liste locali in
grado
di competere. (2)
Sarà d’uopo ricordare che, fra le sigle
più accanite nel sottoscrivere e cercar di far rispettare
l’esclusione delle
OOSS di base dal diritto d’assemblea, si colloca proprio
quella CGIL che – pur
contraddicendo per contratto l’art. 20 dello Statuto dei
Lavoratori che
garantisce a tutti il diritto d’assemblea in orario di
servizio – s’è fatta
bella per anni della battaglia contro l’abolizione
dell’art. 18. Sulla chiusura dei
Centri di Permanenza Temporanea Esponendo
i suoi “cinque obiettivi praticabili per la
sinistra”
l’amico Luciano chiede la chiusura dei CPT e la loro
possibile sostituzione con
centri di accoglienza, cosa che, se a prima vista può
sembrare positiva, non mi
pare suggerire un modo corretto per cominciare a risolvere il problema.
L’esperienza
della autogestione dello Scalo internazionale dei
migranti e, successivamente e con altri attori, le lotte portate avanti
assieme
agli ospiti del centro di accoglienza di via Terracini, hanno messo
bene in
luce il fatto che luoghi deputati alla residenza esclusiva di migranti,
quasi
sempre della medesima provenienza, trasforma automaticamente questi
luoghi in
luoghi separati, esclusi dal resto della società, dove le
lavoratrici ed i
lavoratori vengono parcheggiati in attesa che ricominci
l’attività lavorativa,
unica attività riconosciuta e possibile per la grande
maggioranza di loro. Il
problema residenziale per i migranti deve essere affrontato e
risolto nello stesso modo in cui deve essere affrontato e risolto il
problema
residenziale per le lavoratrici ed i lavoratori nativi: potenziamento
dell’edilizia
abitativa ed, ancor prima, utilizzazione dei locali inutilizzati e
sfitti. Il
problema centrale per i migranti, che li caratterizza e li
pone in stato di maggior sottomissione, è la
necessità di dover ottenere e
mantenere un permesso di soggiorno, che
i passati governi, come l’attuale, vogliono legato
all’esistenza
di un contratto di lavoro, contratto di lavoro che è
oggigiorno precario e di
breve durata per tutti. Da
qui l’immediata necessità per i migranti di
lottare per
ottenere il riconoscimento dell’ingresso e della permanenza
indipendentemente
dall’esistenza o meno di un rapporto di lavoro in atto. Unica
alternativa: un’esistenza priva di qualsiasi
progettualità
e futuro, sempre in balia del padrone e della questura. Leonardo Giusti Idem
per etnie, appartenenze, che
riproducono il concetto di “razza”, pur se mutatis
mutandis, neppure poi tanto
mutate... Se lo vogliamo dire in modo colto, con Marc Tibaldi e il suo
recente “Metix
Babel Felix”, bisogna liberarsi da appartenenze e radici
(l’analisi tibaldina,
molto originale, ha padri nobili nei grandi Gilles Deleuze e
Felix Guattari,
che cita), ma già il poeta -chansonnier Georges Brassens si
burlava di chi “si
gloria d’esser nato in un certo luogo”. Considerare
la triade una Trimurti
assoluta, da demonizzare, vuol dire riprodurre un po’ al
contrario, ma non come
antitesi feconda, la logica dei poteri dominanti;
Eugen
Galasso |
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