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| Mentre si resta in trepidante attesa del caldo torrido per poter finalmente affermare che è arrivata l’estate (nel momento in cui si sta scrivendo il cielo è gravido di pioggia e l’atmosfera quasi autunnale), gli schermi cinematografici sono pronti ad accogliere i tanti titoli previsti per i mesi di luglio e agosto. La formula, applicata con discreti risultati da circa un lustro, è ormai consolidata: qualche film di presumibile successo (i cosiddetti “blockbuster”), parecchi fondi di magazzino e il predominio assoluto del genere horror. Quest’anno prova a imporsi anche il cinema italiano, solitamente nemico del solleone, ma l’unico titolo nostrano in uscita non è dei più allettanti. Viene infatti riproposto, con Un’estate al mare di Carlo Vanzina, il cine-panettone natalizio in versione balneare. Tra i titoli attesi e destinati al grosso pubblico luglio prevede Wanted – Scegli il tuo destino, con Angelina Jolie in versione killer – sexy -acrobatica, Hellboy II: The Golden Army, secondo episodio della saga tratta dai fumetti di Mike Mignola, e Il Cavaliere Oscuro, seconda parte delle avventure di Batman nella visione del talentuoso Christopher Nolan, ma soprattutto testamento cinematografico del compianto Heath Ledger (qui nelle vesti di un inedito Joker). Tralasciando
i fondi di magazzino, con parecchie
commedie per palati tutt’altro che fini, mai come
quest’anno il genere horror
trova consacrazione nel periodo estivo. Ce n’è
davvero per tutti i gusti: le
vacanze in Messico trasformate in un incubo (Rovine dal 27 giugno); il
virus diffuso dai mezzi di comunicazione
che rende gli ascoltatori potenziali assassini (Signal dal 4 luglio);
una festa di fine anno scolastico guastata da
un pericoloso omicida (il successo americano Che la fine abbia inizio,
dall’11 luglio); un uomo che si risveglia
ogni volta nel corpo di un’altra persona per poi morire
nuovamente (The Deaths of Ian Stone, dall’11 luglio);
un fantasma che torna nelle fotografie (Ombre
dal passato, dall’8 agosto, ennesimo rifacimento di un horror
giapponese);
un omicida seriale che mette in rete le violenze che infligge alle
vittime
prima di ucciderle (Nella rete del
serial killer, dal 15 agosto). Per il cinema di qualità, di
conseguenza,
lo spazio restante è davvero poco e si può
tranquillamente affermare che i film
d’essai vanno in vacanza fino a settembre, quando il genere
tornerà alla
ribalta grazie ai riflettori accesi sul Festival di Venezia.
L’unico titolo
d’autore previsto tra luglio e agosto è il
disturbante Funny Games,
rifacimento con cast americano dell’omonimo film austriaco
del 1997. La particolarità è che il regista,
Michael Haneke, è lo stesso
dell’originale e pare che anche il film sia formalmente
identico al modello,
ma con il dichiarato intento di dimostrare come un contesto differente
contribuisca
a creare suggestioni diverse. Per chi ha il coraggio di affrontare la
crudeltà
senza redenzione messa in scena da Haneke non resta che verificare di
persona,
varcando le porte del cinema dall’11 luglio. Per tutti
l’appuntamento è invece
a settembre, con i primi commenti sui film della nuova stagione.
Luca Baroncini di Marco Tullio Giordana con Monica Bellucci, Luca Zingaretti, Alessio Boni, Maurizio Donadoni, Giovanni Visentin Davvero uno strano regista, questo Giordana: scadente in “Maledetti vi amerò”, si riscatta, vent’anni dopo, con “I cento passi”, dedicato alla vita e alla morte del militante di Lotta Continua Peppino Impastato. Ottimo nella prima parte de “La meglio gioventù”, quando descrive gli anni durante i quali maturò la contestazione giovanile, scivola clamorosamente sulla seconda (girata contemporaneamente alla prima ma, si sarebbe detto, da un’altra persona!). Schieratosi chiaramente dalla parte degli oppressi, con il film “Quando sei nato non puoi più nasconderti”, in cui si parla della tragedia degli immigrati che giungono in Italia sulle carrette del mare, all’improvviso decide di parlarci dell’uccisione di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, stelle del cinema fascista, da parte dei partigiani, provocando un sacco di polemiche e beccandosi l’accusa di voler civettare con l’estrema destra. Che dire? Il film è modesto ma, tutto sommato, onesto. E non mi riferisco alla versione che Giordana ci fornisce della vicenda dei due attori pesantemente coinvolti nell’esperienza della repubblica di Salò (che non ho mai approfondito), ma della ricostruzione del contesto, che appare quasi sempre credibile. Modeste sono anche le interpretazioni dei protagonisti: Monica Bellucci, come sempre, risulta poco convincente, e il pur bravo Luca Zingaretti appare un po’ troppo istrionico (a tratti ricorda il Gassman di “La marcia su Roma”). Meglio, molto meglio, l’interpretazione di Alessio Boni, nei panni del regista antifascista che cerca di salvarli. Luciano Nicolini Questa produzione italo -rumena, non eclatante come “Gomorra” e altre realizzazioni made in Italy recenti, inizia con la caduta di Ceausescu e l’avvento della “democrazia” del suo ex-vice e “traditore” Ilion Iliescu, con le speranze di una ragazzino, figlio d’un medico e di una buona mamma, mentre poi il medico, per errore, viene ucciso dalla polizia coinvolta negli scontri dell’epoca. Quasi vent’anni dopo, il giovane uomo, diventato un provetto meccanico, lascia la Romania con un concittadino, arriva (quasi per caso) a Roma, lavorando (e rimanendo disoccupato) da meccanico, poi fa il modello a Milano, non senza essere passato per esperienze come la prostituzione... O il lavoro da modello per una fotografa, che alla fine fa una sorta di opera-collage, che coinvolge la vicenda del padre morto/ucciso dai fucili (di Ceausescu o dei rivoltosi? Non importa molto), con la nudità del ragazzo/giovane uomo. Positiva solo l’amicizia con un quarantenne abruzzese, sfortunato precario, con le comuni speranze di un ristorante italiano in Romania, “Da Iwàn e Michele”. “Ragazzo-copertina”, “ragazzo-coperta”, un po’ sulla falsariga di “Midnight Cowboy”, mostra lo sfruttamento dell’emigrato, dell’ “altro”, carne da macello del lavoro squalificato in Europa occidentale, contro chi gli emigrati vorrebbe tutti buttarli semplicemente in mare... o altrove. Primi piani intensi, uso del piano-sequenza, delle sequenze a camera fissa, con una decisa accentuazione delle intensità a scapito dell’ “azione”. Ma che importa l’azione, nel cinema? O la si fa à la Robert Aldrich o come nei film di Bruce Lee, dove la ritualità si fonde con l’azione, oppure è nulla, è puro movimento (che con il cinema non c’entra). Film ellittico ma non sperimentale /post-avanguardistico, si serve dell’interpretazione di attori quali Eduard Gabia, Luca Lionello (nella diversità di caratteristiche attorali, bravissimi), Chiara Caselli, in un’interpretazione tutta giocata sull’ambiguità, sulla doppiezza, con una curiosa e intelligente ricerca sul rapporto sensualità “felina” /cattiveria. La Littizzetto, qui ben lontana dal gigioneggiare in TV, disegna il personaggio di un’attrice, in realtà una generica oltremodo “sfigata”: una caratterizzazione tutt’altro che da poco. Eugen
Galasso di Nikita Michalkov con Sergey Makovetsky, Nikita Michalkov, Valentin Gaft uscita prevista: 27/6/2008 Nikita Michalkov, il più famoso regista russo, si dà al remake e ripropone “La parola ai giurati”, classico film di Sidney Lumet del 1957 a sua volta tratto da un teledramma di Reginald Rose del 1954. L’occasione è ghiotta per parlare con acume della situazione politica del suo paese, puntando i riflettori sul conflitto russo-ceceno. Al centro della vicenda c’è infatti un adolescente ceceno accusato di omicidio di primo grado per l’assassinio del patrigno, ex ufficiale di Spetsnaz coinvolto nelle operazioni in Cecenia. 12 giurati di varia estrazione sociale e con differenti percorsi di vita, ma tutti uomini, sono chiamati a decidere le sorti del ragazzo. Sembra un caso di scontata colpevolezza e la giuria è convinta di sbrigarsela in fretta, ma è richiesta l’unanimità. Basta quindi il voto contrario di uno solo dei giurati, che suggerisce “Ma almeno parliamone un po’!”, per mettere in discussione i fatti. Ambientato quasi esclusivamente all’interno di una fatiscente palestra, tranne qualche breve flashback, il film di Michalkov pone quesiti interessanti sulla giustizia, sul senso di responsabilità, su cosa significa essere liberi e sulle ragioni di un conflitto tanto violento quanto insensato. Considerata l’unità di luogo e il lungo minutaggio (quasi tre ore di durata) l’opera scorre senza intoppi grazie a una regia prodigiosa, in grado di imprimere dinamismo al sentire di ogni personaggio. La tensione tra i giurati è palpabile, ognuno ha la sua storia da raccontare, il proprio livore nascosto, l’insoddisfazione a fior di pelle, ma Michalkov, nonostante i rischi connessi alla teatralità della situazione, riesce a rendere inattese le scene madri e giustificati i cambiamenti di prospettiva. Il merito è anche di una sceneggiatura perfettamente calibrata nel ripartire lo spazio dei dodici protagonisti, con solo qualche eccesso di simbolismo e uno schematismo di fondo a suffragare una tesi aperta al dialogo. Ottimo il cast, in cui c’è spazio anche per lo stesso Michalkov, che si riserva il ruolo del più impavido. È il film che ha diviso la giuria al Festival di Venezia 2007 rendendo necessaria la creazione di un premio ad hoc, il consolatorio “Leone d’Oro Speciale per l’insieme dell’opera”.
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