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Il treno dei desideri

A proposito di intercettazioni telefoniche

Treno
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Il  treno dei desideri

A volte il futuro assume gli improbabili connotati del passato. Oggi i principali assi del commercio mondiale sono i due oceani, il Pacifico e l’Atlantico, sintomo evidente della centralità economica del continente americano e della sua economia più sviluppata, gli Stati Uniti. Come sappiamo, le vicende legate ai mutui subprime americani hanno determinato una drammatica crisi di liquidità che ha messo in ginocchio le principali banche americane. Ma, in definitiva, è tutto il modello economico Usa, basato su un insensato consumismo finanziato dal credito facile a bassi tassi di interesse, che è entrato in crisi.

I primi candidati a subire le negative conseguenze del rallentamento dell’economia americana sono le nazioni asiatiche esportatrici. Minori consumi negli Usa implicano grandi quantità di prodotti invenduti, ossia la classica crisi di sovrapproduzione. L’intervento dei fondi sovrani è stato determinato proprio dalla necessità di evitare il tracollo dei maggiori acquirenti mondiali tanto di petrolio quanto di merci asiatiche. Nonostante ciò, in giro non si nutre una grande fiducia sulla ripresa del vecchio gioco “qualsiasi cosa noi produciamo gli Americani la comprano”. Ci si comincia a preoccupare di trovare altri mercati di sbocco.

I recenti provvedimenti per migliorare le condizioni dei lavoratori cinesi hanno proprio questo obiettivo: cominciare a creare un mercato interno verso cui dirottare una parte della produzione. Creare una solida base di consumatori nazionali richiede però tempo, molto tempo, visto i livelli di miseria da cui partono i Cinesi. L’unica area mondiale in grado oggi di assorbire parte delle merci prodotte in Asia è la vecchia Europa.

 
Autarchia continentale

 
Il blocco eurasiatico, che spazia dalle coste atlantiche del Portogallo alla Siberia, dalla Norvegia fino al Vietnam, costituisce la maggiore superficie di terre emerse del mondo, ed è anche, potenzialmente, un sistema economico completo. Schematicamente: la Russia ha le materie prime, la Cina la capacità produttiva, l’India le conoscenze per fornire servizi di alto profilo tecnologico e l’Europa un invidiabile bagaglio di scienza, finanza, arte e, non da ultimo, un’interessante base di consumatori.

Insomma, l’Eurasia avrebbe tutti i requisiti per organizzare un’enorme area economica che sfrutti le complementarietà delle specializzazioni produttive delle diverse regioni che la compongono. Ne nascerebbe uno sterminato sistema che attrarrebbe nella sua sfera di influenza isole come Giappone, Inghilterra, Indonesia e si porrebbe come partner obbligato per la vicina Africa. Sarebbe un po’ come se il mondo tornasse indietro di cinque secoli, com’era prima della scoperta dell’America.

Naturalmente non è questo il punto, anche se certe analogie con la situazione del XV secolo possono essere rintracciate. Però è certo che da queste dinamiche le economie del continente americano ne uscirebbero con un peso complessivo ridimensionato, ciò sarebbe particolarmente vero per gli Stati Uniti.

Se avvenisse tale drastico spostamento del baricentro economico (e politico) del pianeta, si determinerebbero cambiamenti impressionanti. Il nuovo mondo che scaturirebbe sarebbe per noi assolutamente irriconoscibile. Non solo, grandi trasformazioni permettono di fare grandi affari. C’è già chi si prepara.

 
Marco Polo Express

 
Presupposto di un’area economica integrata è l’esistenza di vie per spostare al suo interno merci, persone e idee. L’impero britannico traeva la sua ragione d’essere dalle rotte commerciali dei grandi velieri, sorvegliate dalla Royal Navy. Per certi versi anche l’egemonia degli Stati Uniti è stata costruita sulla potenza navale, con le flotte della US Navy dislocate nelle aree nevralgiche del globo e la superiorità dei suoi gruppi navali da combattimento, i cui fulcri sono le grandi portaerei.

I mari del futuro saranno dominio della marina cinese? È possibile, ma non necessario. L’Eurasia è una immensa area continentale, i collegamenti interni a questa zona sono, per lo più, terrestri. Una nave che parte dalla Cina arriva in Europa dopo oltre un mese, un’eternità per gli odierni tempi dell’economia. L’aereo sarebbe una buona soluzione, se non fosse per le ridotte capacità di carico e i costi insostenibili, soprattutto alla luce degli attuali prezzi dei carburanti. Per lo stesso motivo il trasporto via gomma risulta poco conveniente, oltre che non molto rapido (pensate ad  un camionista che deve guidare per 10mila chilometri!).

Ecco che, sorprendentemente, torna di attualità un mezzo che sembrava ormai ridotto a curiosità per vecchi aficionados: il treno. Oggi, attraversando la Russia, i convogli impiegano due settimane da Pechino ad Amburgo. Tempo ragionevole e costi accettabili.

La dislocazione dei nuovi percorsi ferroviari destinati a collegare l’Asia all’Europa rappresenta uno degli snodi decisivi per i futuri equilibri economici. Non va dimenticato che a fianco della linea ferroviaria si costruiranno i condotti delle reti energetiche (oleodotti, elettricità, gasdotti), nonché i cablaggi telefonici e di internet. In altre parole: ci sono in ballo un sacco di soldi e, ovviamente, sono già in corso le dispute tra i pretendenti a tali ricchezze.

Scrive Vittorio Da Rold su Il Sole 24 Ore (Eurasia, il treno dei miliardi – 25 maggio 2008) si tratta di “una guerra geopolitica ancora poco conosciuta e che finora si è svolta nell’ombra. La Turchia del premier Tayyip Erdogan è decisa a sbarrare la strada alla Russia di Dmitri Medvedev, alleata nell’occasione con l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad”.

Vi sono, infatti, due progetti su cui si discute. Il primo, sponsorizzato dalla Russia, prevede un corridoio settentrionale: Pechino, Ulan Bator (Mongolia), Ekaterinburg, Mosca (Russia), Minsk (Bielorussia), Varsavia (Polonia) e, infine, Amburgo (Germania). La seconda ipotesi, sostenuta dalla Turchia, prevede un tragitto più a Sud: dalla Cina, attraverso il Bangladesh, India, Pakistan, Iran, Iraq fino alla Turchia. L’ipotesi turca ha il vantaggio di accorciare il percorso di un paio di giorni.

Tesoro d’Oriente

 
Si calcola che lo scambio commerciale tra Cina ed Europa raggiunga un valore annuo di 110 miliardi di euro. Ai paesi che riusciranno a fare passare il treno sui propri territori arriveranno le royalties e i diritti doganali connessi con i ricchi affari eurasiatici, previsti in forte crescita nei prossimi anni.

Va poi tenuto presente che la quasi totalità del parco locomotive (sia elettriche, sia diesel) delle ferrovie russe andrebbe rinnovato. Anche qui ci sarebbe una ricca torta da spartirsi. I protagonisti del settore, già a caccia dell’affare del secolo, sono: la canadese Bombardier, la tedesca Siemens, la francese Alstom e l’italiana Ansaldobreda (Finmeccanica).

In questo contesto si muovono le diplomazie degli Stati, affiancati dai capi delle loro aziende ferroviarie, in un risiko da cui scaturiranno imponenti vantaggi economici per le comunità che riusciranno a vincere questa sorta di nuovo grande gioco.

Per guardare all’Europa, la nazione che avrà successo nel proporsi come terminale del flusso di merci cinesi godrà indubbiamente di un vantaggio competitivo su tutti i partner del Vecchio Continente. La Germania, con la coesione che la caratterizza da sempre, sta abilmente giocando le sue carte. Ne sta nascendo un’inedita amicizia con la Russia, poichè il progetto di quest’ultima prevede Amburgo come destinazione  dei treni provenienti dalla Cina. Il citato articolo de Il Sole 24 Ore termina affermando “I russi hanno bisogno di tecnologia, i tedeschi di nuovi mercati: un matrimonio di interesse perfetto”.

La vittoria dell’ipotesi turca aprirebbe invece qualche possibilità all’Italia, poiché le merci cinesi potrebbero arrivare in Europa percorrendo l’ultimo tratto del tragitto via mare. Come accadeva oltre 500 anni fa, quando la chiave della porta dell’Oriente era proprietà dell’unica grande potenza marinara che l’Italia abbia mai espresso: Venezia.

Toni Iero


 

 A proposito di intercettazioni telefoniche

Ci costano più di duecento milioni di euro l’anno. Siamo sicuri che servano a qualcosa?

In Italia si parla molto, in questi giorni, di intercettazioni telefoniche. Infatti il governo Berlusconi afferma di volerne, quantomeno,  limitare l’utilizzo nelle inchieste.

Il dibattito, così come viene presentato dai mezzi di comunicazione di massa, sarebbe in questi termini: da un lato c’è chi desidera mettere al primo posto la tutela di una non meglio precisata “libertà individuale”, dall’altro chi la sacrificherebbe volentieri in nome della lotta a una, ancor meno precisata, “criminalità”.  

Gli opposti schieramenti non coincidono con le due grandi fazioni politiche presenti in parlamento. Tuttavia, all’interno della destra prevale, sia pure con diverse sfumature,  la posizione abolizionista, mentre nei partiti di centro (Partito democratico e, soprattutto, Italia dei valori) è decisamente più forte quella favorevole all’impiego delle intercettazioni nelle inchieste di polizia.

La sinistra, espulsa dal parlamento, è divisa: al suo interno infatti possiamo trovare sia i pochi garantisti sopravvissuti alle disfatte dell’ultimo trentennio sia i bolscevichi più incalliti: quelli che vorrebbero mettere sotto controllo poliziesco, come avveniva nella Repubblica Democratica Tedesca, gran parte della popolazione. Quest’ultimi danno l’impressione di tacere solo perché sanno che, nell’attuale situazione politica, sarebbero sicuramente tra i controllati.

Gli anarchici, infine, coerentemente con la tradizionale posizione antistatalista, sono ovviamente, e assolutamente, abolizionisti.

Personalmente sono fortemente contrario alle intercettazioni,  seppur con motivazioni lievemente differenti da quelle di chi teme le orecchie del “grande fratello”. Infatti, diversamente dalla maggior parte dei libertari, sono, per vocazione e per studio, poco sensibile ai discorsi sulla tutela della privacy: per vocazione in quanto, quasi incapace di fingere, non ho, praticamente, nulla da nascondere; per studio, avendo a lungo lavorato nella ricerca ed elaborazione dei dati, ambito in cui tali discorsi hanno sempre costituito uno dei principali ostacoli al mio lavoro.   

Ma ci sono altri buoni motivi per essere contrari all’impiego delle intercettazioni telefoniche, oltre alla tutela della riservatezza, garantita peraltro anche dalla costituzione repubblicana (laddove afferma che “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”).

Innanzitutto il costo: pare che nel corso del 2007 siano stati spesi, per intercettazioni varie, 224 milioni di euro: una bella cifra! Cui occorre aggiungere gli stipendi di coloro che le devono ascoltare.

Dato che si tratta di denaro che esce dalle nostre tasche, non c’è che sperare che non le analizzino tutte!

In secondo luogo, non bisogna dimenticare che le frasi dette al telefono sono spesso scherzose e, comunque,  vengono dette dando per scontato il fatto che l’interlocutore sappia di chi parla ciò che serve a comprenderne il reale significato. (Se dico a un amico: “Quello l’ammazzo!”, non sto preannunciando un omicidio…).

Non solo: spesso, per favorire la mediazione fra l’interlocutore e un terzo,  si dicono, “a fin di bene”,  frasi che, nel timore di offenderlo, non si direbbero mai in presenza dell’interessato. Isolare una singola frase dal suo contesto può, non soltanto essere fuorviante dal punto di vista dell’accertamento delle responsabilità, ma anche, se la frase viene resa pubblica, causare la fine di un rapporto di fiducia: di uno di quei rapporti sui quali si basa, lo si voglia o no, la società reale.

Mi spiego meglio: può darsi che un amico, per far accettare a un terzo un mio comportamento che entrambi considerano sbagliato, dica: “Nicolini, in fondo, è soltanto un imbecille!”, e che ciò serva a salvare un rapporto tra me e quella terza persona. E’ ovvio però che se un giorno dovessi leggere su un giornale che l’amico mi ha definito “soltanto un imbecille” non sarei molto contento e, dato che, con ogni probabilità, cose simili non me le ha mai dette in faccia, comincerei a dubitare della sua sincerità nei miei confronti, con tutto ciò che ne potrebbe conseguire.

“D’accordo - si può obiettare – ma, rinunciando alle intercettazioni telefoniche, si rinuncia anche alla possibilità di smascherare gli appalti truccati, le truffe e i delitti commessi dai potenti…”

Ne siamo sicuri?

C’era bisogno delle intercettazioni telefoniche per sapere in che cosa consisteva il “trattamento dei rifiuti” destinati alle discariche del Mezzogiorno? C’era bisogno delle intercettazioni telefoniche  per sapere che molte operazioni chirurgiche vengono eseguite senza che esista una reale necessità? C’è davvero bisogno di spendere tanti soldi nelle intercettazioni telefoniche, in questo paese dove tutti sanno tutto e fingono di non sapere? Dove tutti vedono tutto e fingono di non vedere?

Luciano Nicolini