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| Hervé Le Bras e la critica della ragion demografica E’
stato pubblicato in lingua italiana, a sei anni di distanza
dall’uscita in Francia,
il libro di Hervé Le Bras intitolato “Addio alle
masse. Critica della ragion
demografica”(1). Si tratta di un saggio ricco di spunti di
riflessione che, tuttavia, a mio parere, non riesce a convincere della
tesi
proposta e cioè del fatto che gli spauracchi comunemente
agitati dai demografi
(sovrappopolazione, invecchiamento, immigrazione) siano, appunto,
soltanto
tali.
Ma, procediamo con ordine. L’Autore, dopo alcune discutibili considerazioni sull’etimologia del termine “popolazione” che, contrariamente a quanto affermato da autorevoli dizionari, fa derivare «dal verbo latino depopulari, che significa distruggere, devastare», e sulle caratteristiche dei censimenti effettuati prima del XVIII secolo, passa ad affrontare il problema della sovrappopolazione. «Nella maggior parte dei casi – scrive – il catastrofismo della demografia si manifesta nelle previsioni a lunghissimo termine» ma «è un’illusione credere che le previsioni demografiche siano migliori di quelle politiche o economiche e che il loro orizzonte possa essere più ampio». (…) «Senza un collegamento alle previsioni politiche ed economiche, senza una conoscenza precisa dei loro rapporti con la popolazione, è impossibile che previsioni demografiche serie vedano la luce». (…) «E’ con questo genere di confronti a lungo termine tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo – prosegue - che si è costruito il timore di un’esplosione demografica del Sud del mondo fin dal 1945 e quello, speculare, dell’implosione dei paesi del Nord dal 1974». Ma, a suo parere, «oggi sono profondamente cambiati tre aspetti essenziali: il tasso di fecondità cala ed è calato rapidamente in tutti i grandi paesi del Sud; la crescita nei paesi del Nord è continuata, dopo una generazione, nonostante una fecondità inferiore a 2,1 figli per donna; e, infine, la distinzione tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, espressa dall’eufemismo Nord -Sud del mondo, non è più pertinente». Si tratta di affermazioni sulle quali non si può che concordare, tuttavia: il calo del tasso di fecondità che si sta verificando nella maggior parte dei paesi del Sud non ha fatto cessare l’aumento della popolazione; la crescita di molti paesi del Nord, in larga parte dovuta all’immigrazione dai paesi del Sud, non fa che aggravare la situazione; e, infine, la questione della distinzione Nord-Sud del mondo, che può interessare chi ha paura di perdere il proprio potere, non ha alcuna rilevanza in relazione al problema vero, e cioè la sovrappopolazione del pianeta. Il secondo tema affrontato nel saggio è l’invecchiamento della popolazione. «Quando calano la fecondità e la mortalità, aumenta la percentuale delle persone che superano una certa età, per esempio i 65 anni» e «l’invecchiamento della popolazione, nel senso qui definito, appare ineluttabile. Si tratta – si domanda l’Autore - di un fenomeno pericoloso?» (…) «La paura dell’invecchiamento – prosegue - rimanda a tre motivi concreti: il primo riguarda l’aumento della spesa sanitaria, il secondo il pagamento delle pensioni e il terzo la riduzione delle capacità d’innovazione nell’insieme della società». Che l’invecchiamento della popolazione aumenti le spese sanitarie, afferma, è però da dimostrare, in quanto «lo stato di salute si evolve allo stesso ritmo e forse ancora più rapidamente della speranza di vita»: sicchè, a suo parere, «il problema dell’età dissimula quello dell’accanimento terapeutico». Per ciò che riguarda il pagamento delle pensioni sostiene, con validi argomenti, che «il futuro delle pensioni è una questione di scelte istituzionali e non una maledizione demografica». Quanto alla riduzione della capacità d’innovazione, osserva che «l’adozione di nuove tecniche e di nuove modalità di pensiero dipendono dall’organizzazione sociale e non dalla biologia o dal numero». Si tratta di acute osservazioni. Tuttavia, anche ammettendo che lo stato di salute si evolva allo stesso ritmo della speranza di vita, è probabile che ciò abbia un costo (a prescindere dall’accanimento terapeutico); inoltre, guardando la cosa dal punto di vista dell’antropologo, non mi sentirei di escludere che i giovani abbiano, in generale, una maggior predisposizione a generare e ad accogliere l’innovazione(2). «Di tutti i fenomeni legati alla popolazione, il più difficile da prevedere è quello della migrazione» e, a tale proposito, Le Bras evidenzia «i principali saldi migratori annui, positivi e negativi, in base alle previsioni della Banca Mondiale e quelli effettivamente osservati dalle Nazioni Unite nel periodo 1995-2000», a parer suo clamorosamente diversi. «Le cifre della Banca Mondiale, tuttavia, - prosegue – hanno un tratto in comune con quelle delle Nazioni Unite: sono basse. Il saldo migratorio annuale dell’insieme delle regioni in via di sviluppo verso quelle sviluppate è attualmente di 1,9 milioni di persone» e «i tentativi di stimare il numero di persone che vivono in un paese in cui non sono nate portano a un tetto di 150 milioni (…) Si può dimostrare che un secolo fa le migrazioni internazionali erano decisamente più frequenti di oggi. Prendiamo per esempio gli Stati Uniti (…). Intorno al 1900 l’immigrazione annua supera in più occasioni il milione di persone, con un picco di 1 milione e 300 mila nel 1907». Dati importanti, utili, soprattutto a noi Italiani, per inquadrare un fenomeno che, per la sua novità (l’Italia era considerata, fino a vent’anni fa, un paese di emigranti) spaventa esageratamente, ma che non devono far dimenticare che se l’emigrazione dai paesi poveri è contenuta, è forse solo perché i loro abitanti sono talmente poveri da non poter neppure permettersi di emigrare. Sembra dunque affrettato, a proposito della «esplosione della popolazione nel Sud del mondo», concludere che «la miccia si è spenta senza esplodere» e che «le migrazioni tendono verso flussi modesti, articolati, specializzati, in un contesto di generale radicamento». Gli argomenti portati dall’Autore a sostegno della propria tesi, appaiono, nella maggior parte dei casi, validi, ma insufficienti a dimostrarla in modo soddisfacente. Luciano
Nicolini
(1) Hervé Le Bras: Addio alle masse. Critica della ragion demografica, Milano, Elèuthera, 2008 (edizione originale francese, 2002) (2) Danilo
Mainardi: L’animale culturale, Milano, Rizzoli, 1974
Hervé Le Bras and the Critique of Demographic Reason (traduzione a cura di Coopit) The book by Hervé Le Bras “Addio alle masse. Critica della ragion demografica”(1) (“Goodbye to the Masses. The Critique of Demographic Reason”) has been published in Italian, six years after its publication in France. This is an essay which gives cause for reflection, but which, in my opinion, fails to convince readers of its basic argument, which is that the demons most commonly cited by demographers (overpopulation, the ageing population, immigration), are little more than a form of scare mongering. However, let us proceed step by step. The author tackles the issue of overpopulation after some debatable observations on the etymology of the term “population” which, contrary to what certain authoritative dictionaries state, he claims derives “from the Latin verb depopulari, meaning to destroy, or devastate” and the characteristics of censuses carried out before the XVIII century. “In the majority of cases – he writes- the catastrophic scare mongering of demographers is displayed in extremely long-term forecasts” but “it is an illusion to believe that demographic predictions are any better than political or economic ones, or that their horizons are any broader”. (……) “With no connection to political and economic forecasts and with no exact knowledge of their relationship to the population, it is impossible to come up with reliable, demographic forecasts”. (…) “It is with this type of long-term comparison between developed and developing countries that, since 1945, the fear of a population explosion in the southern hemisphere has arisen, along with a more speculative fear of an implosion in northern countries since 1974”. But, in his opinion, “today, three fundamental aspects have changed: the birth rate has fallen, and is still falling rapidly, in all the major countries of the south; growth in northern countries has continued, after a generation, in spite of a birth rate of less than 2.1 children per woman; and, finally, the distinction between developed and developing countries, as expressed by the euphemistic North-South divide, is no longer relevant”. These are statements with which one can only concur. However, the decline in the birth rate which is taking place in the majority of southern nations has not caused population growth to cease; the growth in many northern countries, largely due to immigration from the south, only aggravates the situation; and, lastly, the north-south divide in the world, which might conceivably be of interest to those who fear the loss of their own power, has no relevance to the real problem, which is the overpopulation of the planet. The second theme discussed in the essay is that of the aging population. “When the birth and death rates fall, the percentage of the population over a certain age, let us say 65, increases” and “aging of the population, as defined here, appears inevitable. Is this - the writer wonders - a dangerous phenomenon?” (…) “The fear of aging - he continues –is directed at three fundamental aspects: the first concerns the increase in public spending on health, the second the payment of pensions, and the third the capacity of society as a whole to innovate”. However, he claims that the assertion that an aging population increases its spending on health is yet to be proved, as “the state of health of a population develops at the same rate, and perhaps more rapidly than, life expectancy”: so that, in his opinion, “the problem of age distracts us from the problem of aggressive therapy”. As far as payment of pensions is concerned, he claims, with valid arguments, that “the future of pensions is a question of institutional choice and not a demographic curse”. As for the reduction in the capacity for innovation, he notes that “the adoption of new technologies and new ways of thinking depends on social organisation and not on biology or numbers”. These are astute observations. Nevertheless, even if we accept that the state of health evolves at the same rate as life expectancy, it is likely that this will still have a cost (aggressive therapy notwithstanding); moreover, from an anthropological perspective, I would not rule out the possibility that youth has, in general, a greater propensity for generating and welcoming innovation (2). “Of all the factors linked with population, the most difficult to predict is migration”. With regard to this, Le Bras highlights “the figures relating to annual migration, positive or negative, based on World Bank predictions, and the figures effectively recorded by the United Nations between 1995 and 2000”; these, in his opinion, differ widely. “The World Bank figures”, he continues, “do have something in common with those of the United Nations: they are low. The annual figures for migration from all developing regions to developed nations is currently 1.9 million people” and “estimates of the numbers of those living in a country other than that of their birth indicate a maximum of 150 million (…) It can be demonstrated that, a century ago, international migration was decidedly more common than it is today. Taking the United States as an example (…) Around 1900, annual immigration at times exceeded 1 million people, with a peak of 1.3 million in 1907”. This data is useful, especially for us as Italians, to make sense of a phenomenon which, because of its recent nature (Italy, until twenty years ago, was regarded as a country of emigrants) frightens us disproportionately, but which should not make us forget that if emigration from poor countries is limited, it is perhaps only because their inhabitants are so poor that they cannot even afford to emigrate. Therefore, with regard to a “population explosion in the southern hemisphere”, it would seem somewhat premature to conclude that “the fuse has burnt down with no explosion” and that “migratory trends are towards limited, staggered waves of specialist workers in a context in which this is generally the norm”. The arguments used by the author to support his views appear generally valid but insufficient to prove it conclusively. Luciano
Nicolini (1) Hervé Le Bras: Addio alle masse. Critica della ragion demografica, Milano, Elèuthera, 2008 (original French edition, 2002) (2) Danilo
Mainardi: L’animale culturale, Milano, Rizzoli, 1974 |
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