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Cinque obiettivi per la sinistra
Il declino della
sinistra italiana, iniziato trent’anni fa, sembra inarrestabile. Un’inversione
di tendenza può essere resa possibile a partire da un ripensamento dei suoi
obiettivi. Cenerentola intende aprire un dibattito sull’argomento. In questo
numero pubblichiamo i contributi del nostro redattore Nicolini, di Sergio Caserta
(Sinistra Democratica) e Lorenzo Gori (Socialismo Rivoluzionario).
La crisi della sinistra italiana riguarda gli
obiettivi, le strategie, i metodi di lotta. Non che manchino obiettivi sui
quali mobilitarsi: ce ne sono, in verità, anche troppi. Manca però un ordine di
priorità: ci si mobilita contro il TAV o contro la base NATO di Vicenza,
inserendosi sulla spontanea protesta delle popolazioni locali; ci si mobilita
per la sicurezza sul lavoro quando muoiono sette operai in un unico incidente,
dimenticandosi che, da anni, ne muoiono almeno tre al giorno. Raramente viene
fatto un ragionamento strategico. Quanto ai metodi di lotta, li si sceglie sulla base
della praticabilità immediata, piuttosto che dell’efficacia: siamo certi che la
modifica delle normative e l’inasprimento delle sanzioni, ottenuti attraverso
l’azione legislativa, siano il modo migliore per ridurre il numero degli incidenti
sul lavoro? I metodi di lotta dovrebbero essere valutati, di volta in volta,
sulla base degli obiettivi che si intende raggiungere. Ed è dunque da questi
ultimi che occorre partire. Quali potrebbero essere cinque obiettivi prioritari
per la sinistra italiana? (Parlando, s’intende, di misure radicali, ma comunque
praticabili nell’arco di pochi anni). Proverò a indicarne uno per ciascuno dei
problemi che reputo siano da affrontare con maggior urgenza: la guerra,
l’immigrazione, la precarietà, il lavoro, il reddito. -
Cessazione immediata delle missioni militari italiane all’estero. L’Italia -
come è scritto anche nell’attuale costituzione repubblicana – ripudia la
guerra. Conseguentemente, deve al più presto ritirare le proprie truppe di occupazione,
la cui presenza in paesi stranieri mette in pericolo il bene più prezioso del
quale disponiamo: la pace. - Chiusura
immediata dei Centri di Permanenza Temporanea e loro sostituzione con strutture
di accoglienza. Non è accettabile che, in un paese civile, si sia reclusi
per il solo fatto di non avere un permesso di soggiorno. E se non è possibile,
nell’attuale situazione internazionale, offrire ospitalità a tutti coloro che
la richiedono, è però possibile muoversi, contrariamente a quanto si è fatto finora,
in un’ottica di accoglienza, cercando di aiutare chi ne ha bisogno. Le ingenti
cifre risparmiate rinunciando alle missioni militari all’estero potrebbero
essere utilmente impiegate a questo scopo. -
Trasformazione di tutti i rapporti di lavoro dipendente in assunzioni a tempo indeterminato.
Si rende necessaria per restituire ai lavoratori la
possibilità di pianificare con relativa tranquillità il proprio futuro. L’unica
eccezione consentita al rapporto di lavoro a tempo indeterminato dovrebbe essere
la prestazione occasionale (fornita per un massimo di trenta giorni nell’anno
solare e per un compenso non superiore a 5.000 euro nel medesimo anno). - Graduale
riduzione dell’orario di lavoro. Servirebbe a ridistribuire fra tutti il tempo
libero e il lavoro retribuito. Potrebbe essere attuata a parità di retribuzione.
L’eventuale perdita di potere di acquisto dei salari potrebbe essere
compensata, all’interno delle famiglie e delle convivenze, dalla graduale introduzione
del - Reddito
minimo di 400 euro mensili per tutti i cittadini italiani disoccupati che non
abbiano ancora maturato le condizioni per la pensione. Finalizzato ad allontanare lo spettro delle conseguenze
della disoccupazione, tale istituto garantirebbe a tutti i cittadini un
trattamento almeno analogo a quello che è doveroso offrire allo straniero
presente nel paese in condizione di necessità. La sua creazione, decisamente onerosa, dovrebbe
essere resa possibile dalla diminuzione del numero dei disoccupati connessa
alla riduzione dell’orario di lavoro nonchè da sostanziosi risparmi nella spesa
pubblica, messi in atto con particolare riferimento alla spese militari e al
sostegno economico fornito alla chiesa cattolica. Dalla disfatta al progetto La sconfitta storica alle elezioni del 13 Aprile delle forze di sinistra e di centrosinistra, in Italia segna la conclusione di un ciclo politico lungo, possiamo datarlo senz’altro alla metà degli anni ’70, quando maturarono sul piano elettorale le conquiste di diritti sociali ed economici (statuto dei lavoratori, contratti nazionali, riduzione dell’orario, istruzione gratuita) realizzate nei due decenni successivi al dopoguerra, mentre il Paese aveva conosciuto il più grande sviluppo economico industriale della sua storia. Sono gli anni di riscatto sociale e culturale delle masse meridionali e dei lavoratori del Nord, il processo di democratizzazione entra nelle fabbriche, con il sindacato dei consigli, e nella società con le lotte per i diritti civili ed un nuovo protagonismo delle donne, si producono il nuovo diritto di famiglia e la legge sul divorzio confermata dal referendum, i movimenti d’operai e studenti, la contestazione, il ‘68, la cultura si sprovincializza, la nostra sinistra incontra vasti movimenti internazionali, s’impegna nella lotta contro la guerra in Vietnam ed anti aparthaid in Sudafrica, si assiste alla fine del colonialismo, al movimento dei non-allineati. La sinistra italiana è vissuta sull’eredità di quella stagione, finita sul piano della produttività sociale, con gli anni ‘80, l’Italia imbocca un lungo tunnel che tra fasi alterne, in ogni caso riconferma la supremazia delle forze moderate e conservatrici, se escludiamo le brevi e frammentate esperienze terminate con l’ultimo governo Prodi. Ora ci troviamo al capolinea ed è più che mai necessario ricominciare avendo ben chiaro che non si tratta di un “lavoro” breve; la ricostruzione di un’ idea e di un progetto di sinistra passa attraverso la fondazione di un nuovo pensiero che ridiscuta le categorie che devono stare alla base di qualsiasi progetto politico. Dopo il novecento, le esperienze del comunismo e del socialismo vanno profondamente ripensate e rinnovate coniugandole con le trasformazioni sociali e con i nuovi bisogni che esse determinano: uguaglianza, libertà e democrazia. In paritempo è necessario affrontare i cambiamenti e le contraddizioni determinate dalla globalizzazione e dalla trasformazione mondiale dei modi di produzione, lottando contro lo sfruttamento del lavoro in ogni parte del mondo, contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti, per i diritti universali di libertà, per una nuova etica pubblica, così come è indispensabile riprendere la lotta contro il riarmo, per nuovi equilibri nelle relazioni internazionali e per la pace. - asili nido, materne, scuola dell’obbligo ed università pubbliche, gratuite per tutti i figli di possessori di redditi da solo lavoro dipendente; eliminazione del finanziamento pubblico alle scuole private - potenziamento delle prestazioni della sanità pubblica per il superamento delle liste d’attesa per analisi ed interventi - tassa patrimoniale addizionale sulle rendite finanziarie al di sopra di 250.000 euro, dei possessori di grandi patrimoni immobiliari e di immobili sfitti per finanziare piani di costruzione di alloggi popolari - detassazione e facilitazioni per la costruzione di impianti di alimentazione da fonti rinnovabili, sviluppo dei sistemi di mobilità collettiva soprattutto ferroviari, sistema di tassazione dell’uso dell’auto privata “a consumo” - eliminazione di tutte le forme contrattuali di lavoro precario; salario e previdenza garantiti con formazione professionale gratuita durante i periodi di inoccupazione Il banco di prova di nuovi obiettivi di lotta si deve coniugare necessariamente al progetto di costruzione del nuovo Soggetto unitario della Sinistra che superi i limiti delle esperienze fin qui conosciute: democrazia e partecipazione devono stare alla base della sua costituzione che non può ripercorrere i tratti di quelle ormai sconfitte e superate dalla storia. Occorre coniugare le diverse culture politiche partendo “dal basso”, attingendo alle realtà più originali e valide dei movimenti, dell’associazionismo, alle nuove forme di cooperazione e partecipazione nelle reti, al pensiero della differenza ed alle culture di resistenza al “pensiero unico”, considerando la politica non più come “altro da sè”, censo separato ed invece come “vera pratica”, di nuovo viva ed attiva nella realtà dinamica dei processi sociali. Sergio Caserta
Accetto volentieri l’offerta della redazione di Cenerentola di intervenire
sul tema dei compiti e degli obiettivi della sinistra, per contribuire
all’apertura di un dibattito di interesse comune. La scomparsa degli epigoni del PCI dal parlamento, unita alla
crisi irreversibile di una certa estrema sinistra, ha messo a lutto tanta gente
che ora teme le prepotenze delle destre o del Veltrusconismo (che forse è anche
peggio). Rispetto il dramma umano di milioni di persone di sinistra che si
sentono sconfitte, deluse e anche defraudate. Bisogna però darsi alcune spiegazioni
di questo crollo, che non siano contingenti e superficiali. Possiamo provare a
pensare che il problema non stia in questa o quella tattica o strategia
politica, ma nella politica stessa? Possiamo prendere in considerazione che i
problemi che sono a valle nascono a monte? Cioè che la politica non offre uscite
di sicurezza? Proviamo a prendere in considerazione la tesi che il crollo della
sinistra nelle ultime elezioni dimostri che con la politica non se ne esce? La politica si assomiglia tutta sempre di più. Le destre incarnano e rappresentano il peggio del bellicismo dominante,
delle logiche proprietarie, egoistiche e strumentali, dell’arroganza padronale,
del maschilismo patriarcale, del provincialismo più greve, del razzismo odioso,
dell’incultura e delle volgarità teorizzate. Rappresentano espressamente gli interessi
dei potenti della terra e dell’etere, spesso coincidono con essi, come nel caso
del democrata totalitario Berlusconi. Purtroppo si incontrano con una gran
parte della popolazione che subisce e talvolta alimenta questi disvalori e
queste logiche negative. Ma le sinistre politiche, pur con colori e sfumature
diverse, non si sono dimostrate sostanzialmente migliori. Dove e quando hanno
governato, a livello nazionale, regionale, provinciale e locale non si sono
dimostrate dissimili dalle temute destre. Ne è un emblema il governo Prodi: difficile
dimostrarsi più servili alle grandi istituzioni militari e religiose, arduo
svelarsi più ingiusti nelle misure economiche, nella costruzione della base Dal
Molin a Vicenza, impossibile fare peggio nella gestione dei rifiuti in
Campania. C’è una logica comune a tutti quanti. Più dicono di fare la pace più
fanno la guerra, più blaterano sulle “quote rosa” più attaccano i diritti e la
dignità delle donne. Più parlano degli “interessi del paese” più tendono ad
escludere e a discriminare gli immigrati, più parlano di risanamento economico
più aumenta la precarietà, più parlano di libertà più demonizzano chi fa scelte
sessuali anche solo un po’ diverse dai modelli tradizionali. Ormai tutta la
politica contemporanea è una macchina di oppressione e di menzogna, di corruzione
e di violenza. Insomma la politica tende necessariamente a destra e premia chi
va a destra. Non condivido le logiche minimaliste e vertenzialiste di chi
oggi, sconfitto nelle urne, rilancia su un’opposizione meramente sociale, come
presunta panacea universale. Una sinistra diversa deve chiudere i conti e
liberarsi dalle logiche stataliste e oppressive, dai poteri negativi che schiacciano
le migliori capacità umane. Oggi più che mai ogni Stato è canaglia, è fonte di
morte e distruzione, di oppressione e sofferenza per la specie umana. E non c’è
politica senza Stato. Occorre sottrarci finalmente ai santuari intoccabili dei
politici, tutti compresi, “estremisti” e “radicali” inclusi: le sacre istituzioni
statali, l’osannato tricolore, la triade indiscutibile di Dio, Patria e Famiglia,
dove al massimo l’alternativa a Dio è il laicismo statalista. Un’alternativa scaturisce dalle tensioni e dal protagonismo
della “gente comune”, dalla voglia di emergere nella vita quotidiana e nei
processi sociali. Guardiamo al protagonismo delle donne che riprendono a lottare
per affermare i loro diritti e le loro potenzialità di genere contro il
patriarcato. Relazioniamoci ai settori giovanili che dimostrano una nuova radicalità
difficilmente conciliabile con il sistema. Valorizziamo, impariamo e aiutiamo
l’emergere delle comunità di luogo, da Vicenza alla Val di Susa, che nel
ricercare di soddisfare esigenze primarie di esistenza sfidano la politica.
Rapportiamoci ai milioni di persone che nell’impegno volontario cercano di riscoprire
valori che non a caso hanno segnato positivamente il movimento operaio fin dalla
sua nascita: la solidarietà, l’appoggio mutuo, lo schieramento etico con chi
soffre. Uniamoci senza paternalismi a quei lavoratori che lottano per la sicurezza
sul lavoro, o per salari decenti, o contro la precarietà. Contrarrestiamo le
tendenze razziste e intolleranti che, alimentate dai poteri oppressivi, si
riproducono pericolosamente nella società, impegniamoci per l’accoglienza a
tanti fratelli e sorelle che vengono dal resto del mondo. Sono questi i
protagonisti e le protagoniste di una possibile liberazione. Il primo obiettivo
di una sinistra che vuole rappresentare un’alternativa non solo sociale, ma
ideale e culturale è provare a dare consistenza a questi processi perché crescano
e maturino, si autorganizzino, diano vita ad esperienze autodefinite e autodeterminate,
indipendenti da qualsiasi logica statale e istituzionale. Ripartendo da qua
sarà possibile offrire la scelta possibile per un impegno complessivo, che noi
di Socialismo Rivoluzionario proponiamo come umanista, socialista e libertario.
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