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La notte dei girasoli

Disengagement

Gomorra

Tutta la vita davanti

All'amore assente

Liron Lievo
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La notte dei girasoli

di Jorge Sánchez-Cabezudo con Carmelo Gómez, Judith Diakhate, Mariano Alameda

uscita prevista: 6 giugno 2008

Arriva con colpevole ritardo (è stato presentato al Festival di Venezia del 2006), e con una distribuzione col contagocce dell’Istituto Luce che non lo valorizzerà, il bel film di Jorge Sánchez-Cabezudo, ulteriore conferma della vitalità del cinema iberico.

Il primo aspetto che colpisce dell’opera è l’impossibilità di confinarla in un genere. Parte come un thriller, si sviluppa con un andamento da noir e alla fine lascia la sensazione di avere assistito a un solido dramma morale.

Il racconto, ambientato nell’assolata campagna della Castiglia, è ad incastri e suddiviso in sei capitoli che esplicitano il punto di vista di personaggi differenti. Ogni ulteriore passo aggiunge un tassello mancante e rimette in gioco motivazioni e sviluppi. Al di là dell’aspetto formale, determinante per l’abilità con cui Sánchez-Cabezudo, anche sceneggiatore, riesce ad avvincere lo spettatore, impressiona favorevolmente lo spessore dei conflitti messi in scena. Ogni personaggio, infatti, si trova a dover compiere scelte tutt’altro che facili in cui ogni risvolto positivo sottintende un opposto rovescio della medaglia. Nella visione del regista non esistono semplificazioni o comode vie d’uscita. Non c’è un cattivo e non ci sono buoni. Ognuno, nell’arco delle ventiquattro ore in cui è scandita la narrazione, sperimenterà il ruolo di vittima e carnefice, di vincitore e vinto e dimostrerà come anche le migliori intenzioni finiscano il più delle volte per soggiacere agli interessi personali. Alla fine, infatti, tutti i personaggi, per salvare le apparenze e uscire il più possibile indenni dalle pieghe del’infausto racconto, dovranno cedere al compromesso. E niente sarà più come prima.

 

 Luca Baroncini

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 Disengagement

di Amos Gitai con Juliette Binoche, Liron Levo, Jeanne Moreau

Nel cartellone del “Batik Film Festival” di Perugia, in programma al “Reggio Parma Festival” e a Torino per l’apertura della discussa Fiera del Libro, dedicata quest’anno a Israele. Si potrebbe definire “Disengagement” di Amos Gitai il film del momento se non fosse che, a parte i festival, l’opera non ha visibilità in quanto ancora priva di una distribuzione ufficiale.

È davvero un peccato perché si tratta di un film che pone interrogativi non banali ed espone un punto di vista utile per il confronto. Il prolifico regista israeliano Amos Gitai continua infatti a raccontare la sua gente attraverso il cinema. Con “Disengagement” si sofferma sullo sgombero militare dei coloni israeliani dalla striscia di Gaza deciso dal governo Sharon nel 2005. Il film è suddiviso in due parti. Nella prima, intimista, una donna, Ana, nata in Israele ma sempre vissuta in Francia, accoglie il fratellastro Uli, giunto ad Avignone per il funerale del padre comune. La seconda parte assume invece un taglio quasi documentaristico nel mostrare le fasi dello sgombero in cui si trovano coinvolti anche i due protagonisti: Uli è un militare con il compito di dirigere l’evacuazione contenendo il più possibile i danni; Ana lo ha seguito per incontrare la figlia, abbandonata vent’anni prima e mai più vista. Il privato, dapprima così tragico e

frivolo insieme, è destinato a intrecciarsi con sofferenza nel collettivo, dimostrando come le aspirazioni umane siano spesso schiacciate dalle forze geopolitiche. Il regista si occupa unicamente del punto di vista degli Israeliani, ma lo fa in modo tutt’altro che manicheo, approfondendo sia chi è chiamato a usare la forza contro la sua stessa gente, sia chi non vuole lasciare una terra che sente appartenergli. Lo sguardo della protagonista è invece quello dello spettatore, di chi si trova coinvolto suo malgrado in un conflitto che pare irresolubile, in cui ogni passo genera ulteriori drammi e scissioni e a cui sembra impossibile porre la parola fine. Di fronte all’assurdità dei fatti di cui è testimone e alla contingenza delle situazioni la protagonista, più che sforzarsi di capire, può solo urlare il proprio dolore e il proprio sgomento (e noi con lei).

Ben diretto da Gitai, il film è recitato con grande trasporto da Juliette Binoche (brava nel connotare un personaggio antipatico) e dall’astro nascente israeliano Liron Levo. Cameo per Jeanne Moreau. Ad aprire il film un prologo ambientato su un treno in Italia, che cerca di far vedere come sia possibile anteporre alle ragioni politiche quelle del cuore, configurandosi come una esplicita dichiarazione di intenti: l’incontro casuale tra una Palestinese-Olandese e un Franco-Israeliano (l’Uli poi protagonista) sfocia infatti in una breve ma intensa passione. Come dire, “fate l’amore, non fate la guerra”.

 

Luca Baroncini

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Gomorra

di Matteo Garrone con Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale

Si scrive “Gomorra” ma si legge “camorra”. Di questa, infatti si tratta: ed è quasi un documentario.

Parlato in napoletano, con sottotitoli in italiano, risulta ben fatto in ogni sua parte; stupisce solo che abbia destato tanto scalpore. Viene da chiedersi dove vivano coloro che si sono detti increduli rispetto a quanto mette in mostra.

Bravi tutti gli attori, nessuno escluso. Eccezionale l’interpretazione di Toni Servillo nei panni di un imprenditore /inquinatore.

 
Lucrezia Avitabile

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Tutta la vita davanti

di Paolo Virzì  con Isabella Ragonese, Sabrina Ferilli,  Elio Germano, Massimo Ghini, Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti

Marta, neolaureata in filosofia, non trova lavoro. Dopo lunghe ricerche sarà assunta in un call center. L’ambiente le sembra surreale…

Possiamo assicurarle che c’è anche di peggio, purtroppo.

Buona la trama, eccessivamente caricaturali i personaggi.

Valida Isabella Ragonese nel ruolo della protagonista. Un po’ sottotono il pur bravo Elio Germano.

 
Lucrezia Avitabile

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All'amore assente

di Andrea Adriatico (sceneggiatura scritta con Stefano Casi) con Massimo Poggio,  Francesca D’Aloja, Milena Vukotic, Tonino Valerii, Eva Robin’s, Filippo Plancher

Sulle orme di un ghost-writer scomparso e del politico per il quale scriveva i discorsi, un “detective” molto particolare ne ricostruisce la vita, non senza un segreto che... 

Giusto lasciare un’aura di sospensione su questa  pellicola, parzialmente di suspense (in realtà esistenziale, ma non troppo...) di Andrea Adriatico, da anni regista teatrale ma anche studioso di cinema.

Ideato con la collaborazione di Stefano  Casi, storico del teatro, è un film antispettacolare; si riflette sul fare spettacolo, sul perché, sul come (soprattutto), sulle finalità esplicite e implicite.

Realizzato prevalentemente in ambiente bolognese, non ha nessuna caratterizzazione localistica: scene in controluce, primi e primissimi piani insistiti, scene fisse, la pioggia e l’ombra  /penombra, sempre, non a caso, come svelerà il finale.

Belle le interpretazioni, di Poggio, della D’Aloja, dell’anziano regista (di spaghetti-western, ma non solo) Tonino Valerii, ma anche di Milena Vukotic, con un cameo da morente-redidiva (madre dello scomparso-perduto ghost-writer), della transgender Eva Robin’s, nel ruolo della tassista piena di piercing, di un inaspettato (da anni vive a Bologna, ma è principalmente attore di teatro e cantante) Filippo Plancher.

Inno all’amore assente, all’enigma che esiste /non esiste, rischia di passare solo per sale d’essai, salvo poi essere riscoperto, chissà quando, come cult-movie assoluto; anche se riteniamo la cosa relativamente improbabile, vista la dinamica della distribuzione-programmazione. Eppure, con il suo aprirsi e chiudersi a “serpente che si morde la coda”, quindi con andamento circolare,  “All’amore assente” dovrebbe pur indurre a varie considerazioni possibili…

Da sottolineare, infine, l’uso forte della presa diretta, con qualche difficoltà percettiva, parzialmente voluta, ma a tratti (in specie dove ciò sia accentuato da problemi fonici in sala) non piacevolissima.

Film dell’ambiguità voluta /indotta, della non finitezza, da considerare appunto con attenzione particolare, nella macchina mangia-tutto dello spettacolo (e debordianamente, della relativa società).

Da vedere preferibilmente nelle sale, dove e quando sia possibile. Un modo anche, quindi, per ritrovare il film nel suo luogo naturale, che è più che altro il cinema, sia esso quello tradizionale (forse preferibile) o un, magari più anonimo, “multisala”... 

 

Eugen Galasso
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