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Camillo Berneri e il delirio razzista Camillo Berneri and the Racist Delirium
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| Camillo Berneri e il delirio razzista E’
stato recentemente
ripubblicato, a cura di Alberto Cavaglion, il saggio “Il
delirio razzista”. Lo
si può trovare all’interno di una raccolta di
scritti di Berneri intitolata
“Mussolini grande attore. Scritti su razzismo, dittatura e
psicologia delle
masse”. (1) Spesso
trascurato dai
cultori del pensiero berneriano e, ancor più, dagli studiosi
di antropologia,
il testo fu scritto a Parigi nel novembre del 1934 e appare, nel
complesso, di
straordinaria modernità; soprattutto se si considera che,
nello stesso periodo,
l’antropologia italiana si stava schierando sempre
più a favore delle teorie
razziste e, di
lì a poco, sarebbe arrivata
a parlare, all’interno di congressi
scientifici, di “inferiorità mentale irriducibile
nei sudditi di colore,
connessa a cause razziali di cui sarebbe pericoloso
contaminarsi” (Cipriani,
1938). (2) Contro
tale delirio
razzista Camillo Berneri si scaglia con forza, ma non lo fa soltanto
sulla base
di considerazioni etiche e politiche, utilizza
tutte le argomentazioni scientifiche disponibili
all’epoca, mostrando
una non comune conoscenza della materia. Il
saggio si apre con
una breve introduzione sull’affermarsi delle idee razziste in Germania: siamo, come
si è detto, nel
1934; poco tempo prima, il 25 marzo 1933, Goering, ministro degli
interni del
Reich, aveva dichiarato orgogliosamente che
“l’antisemitismo appartiene con
ogni evidenza al programma ufficiale del partito nazionalsocialista e
il modo
in cui questo ha forgiato le sezioni d’assalto evidenzia che
oggi ogni
componente delle sezioni d’assalto volge il suo sguardo verso
il professor
Einstein con un sentimento di superiorità
razziale”. Mussolini
invece,
all’epoca, ancora ridacchiava, affermando che “Non
esiste alcuna razza pura. Il
fatto comico è che nessuno dei sostenitori della pura razza
tedesca era
tedesco: Gobineau era francese; Chamberlain inglese, Woltmann
ebreo”. Ma,
di lì a poco, non ci
sarebbe più stato molto da ridere. Come acutamente osserva
Berneri nel suo
scritto: «Se l’antisemitismo diventasse necessario
alle necessità del fascismo
italiano, Mussolini, peggio di Machiavelli, seguirebbe Gobineau,
Chamberlain e
Woltmann e parlerebbe, anche lui, di razza pura».
Il che, puntualmente, si verificò. Berneri
passa poi a
prendere in esame il mito della superiorità ariana,
mostrandone
l’inconsistenza; il pangermanesimo, con le sue ridicole
forzature («nelle
scuole della Germania hitleriana si insegna che Gesù Cristo
nacque da madre con
occhi azzurri e capelli biondi e da un soldato germanico arruolato
nell’esercito romano»); i sistemi di
classificazione delle popolazioni umane
più utilizzati ai suoi tempi. Ed
è qui che mette in
mostra una notevole conoscenza dell’antropologia e dei
dibattiti dai quali era
attraversata: sostiene, con giusta ragione, che tutte le popolazioni,
quelle
europee in particolare, quella ebraica forse più
d’ogni altra all’interno
dell’Europa, non sono biologicamente omogenee:
«Un’inchiesta condotta nelle
scuole tedesche ha dato i seguenti risultati: 31,8% biondi puri, con
occhi
azzurri o grigi; 14,1% bruni, con capelli e occhi scuri; 54,1% di tipo
misto.
Nella più pura razza frisona si conta il 18% di
dolicocefali, il 38% di medi e
il 49% di brachicefali. Il tipo nordico è sparpagliato in
tutta Europa, e in
Germania non costituisce una base possibile per la purificazione della
razza». «La
superstizione della
razza definita come unità etnica omogenea –
prosegue più avanti – mentre ha
portato allo stupido orgoglio ariano, ha contemporaneamente condotto
all’antisemitismo razzista»: ciò che
viene definito come «razza ebraica»
comprende infatti una notevole varietà di tipi razziali. Lo
sostiene soprattutto
utilizzando dati storici e morfologici, ma non manca di ricordare che
anche «tutte
le analisi comparate del sangue dimostrano che non esiste
“sangue ebraico” né
“sangue germanico” né altro…
sangue nazionale». E si schiera con il grande
geografo Elisée Reclus (3) quando
osservava che gli Ebrei (e non
solo loro) costituiscono una nazione “in quanto hanno
coscienza di un passato
collettivo di gioie e sofferenze, il sedimento di tradizioni identiche
come la
convinzione più o meno illusoria in una medesima
ascendenza”, affermazione,
anch’essa, decisamente moderna. La
parte centrale del saggio
è poi dedicata al concetto di razza. A tale proposito,
Berneri prende le
mosse da Buffon secondo il quale
«non esiste che un’unica specie
umana,
di colore diverso a seconda del suolo e del clima» e
«le differenze
all’interno di questa specie corrispondono alle semplici varietà degli animali selvatici e
alle
razze degli animali
domestici»;
per proseguire con Blumenbach, Cuvier, Broca. Più che di
razza, dopo gli studi
di quest’ultimo, si dovrebbe parlare di tipo
antropologico,
dal momento che le popolazioni umane sono, nella realtà,
mescolanze di tali
tipi umani ma, ancor più, di individui con caratteristiche
intermedie fra essi.
E se ciò è vero a livello morfologico,
è ancor più vero con riguardo alle
caratteristiche
ematiche. Infatti, come evidenzia Berneri, «al XIX Congresso
internazionale di
medicina legale e sociale i dottori Dujarric De Del
resto, osserva, lo
stesso «Günther, il papa razzista del Terzo Reich,
riconosce che “i popoli sono
mescolanze di razze e non sono delle razze”». Il
saggio si conclude
con una tragicomica descrizione del delirio razzista come si stava
sviluppando
all’epoca in Germania (e non solo all’interno di
essa), e qui l’Autore torna,
con forza, sul piano della polemica politica, senza però
trascurare di
documentare ogni sua affermazione, consapevole di come
l’umana ignoranza non
possa che generare mostri. Luciano Nicolini (1)
Camillo
Berneri: Mussolini grande attore.
Scritti su razzismo, dittatura e psicologia delle masse. (A cura di
Alberto Cavaglion),
Santa Maria Capua Vetere, Edizioni Spartaco, 2007.
(2)
Citato
in Giovanna
Tomasello: La letteratura coloniale
italiana dalle avanguardie al fascismo, Palermo, Sellerio, 1984. (3)
Federico
Ferretti:
Il mondo senza la mappa. Elisée Reclus e i geografi
anarchici, Milano, Zero in
condotta, 2007. Camillo Berneri and the Racist Delirium (traduzione a cura di Coopit) An essay, “The Racist Delirium”, edited by Alberto Cavaglion, has recently been published. It appears in a collection of articles by Berneri entitled “Mussolini grande attore. Scritti su razzismo, dittatura e psicologia delle masse”. (1) Frequently overlooked by Berneri scholars, and even more frequently by anthropologists, the text was written in Paris in November 1934 and appears, on the whole, extraordinarily modern, especially when one considers that, during the same period, Italian anthropology was leaning more and more towards racist theories and that only a little later, at scientific congresses, it would begin to talk of “the unchangeable mental inferiority of coloured citizens, linked to racial causes, with which it would be dangerous to contaminate oneself”(Cipriani, 1938).(2) Camillo Berneri launches himself against such xenophobia with fervour, not only on the basis of ethical and political considerations, but also employing all the scientific knowledge available at the time, thereby demonstrating an unusual familiarity with the subject. The essay begins with a brief introduction on the establishment of racist views in Germany: the date is, as already stated, 1934; shortly before, on 25th March 1933, Goering, the Reich’s Minister for Internal Affairs, had proudly declared that “Antisemitism clearly belongs in the National Socialist party manifesto and the way in which it has fashioned the storm troopers demonstrates that each member of these units can look at Professor Einstein and feel racially superior”. Mussolini, however, at that time was still sniggering, stating that “There is no pure race. The funny thing is that not one of the believers in the pure German race was German: Gobineau was French; Chamberlain English, Woltmann Jewish”. But there would shortly be little to laugh about. As Berneri pointedly observes, “If antisemitism should become a necessity for Italian fascism, Mussolini, who is worse than Machiavelli, would support Gobineau, Chamberlain and Woltmann”. Which, predictably, is exactly what happened. Berneri then goes on to examine the myth of Arian superiority, highlighting its inconsistencies; Pan-Germanism, with its absurd intellectual contortions (“in German schools, pupils are taught that Jesus was born of a blue-eyed, blond-haired mother and a German soldier who had joined the Roman army”); and the systems of human population classification most commonly used in his time. It is here that Berneri shows a remarkable knowledge of anthropology and of the debate which had accompanied its progress; he claims, quite rightly, that all populations, European populations in particular and the Jewish population perhaps more than any other in Europe, are not biologically homogenous: “A survey conducted in German schools produced the following results: 31.8% pure blond with blue or grey eyes; 14.1% dark, with dark hair and eyes; 54.1% of mixed type. The purest Frisian stock included 18% dolichocephalic, 38% medium and 49% brachiocephalic. The Nordic type is spread across the whole of Europe and, in Germany, does not constitute a possible basis for the purification of the race”. “The myth of race defined as a homogenous ethnic unit – he goes on to state later - at the same time as causing foolish Arian pride, has led to racial antisemitism”: what is classed as “the Jewish race” in reality consists of a remarkable variety of racial types. Berneri supports this primarily by the use of historical and morphological data, but he is not slow to remind us that: ”all comparative blood tests show that there is no “Jewish blood” or “German blood” or any other national blood”. He agrees with the great geographer Elisée Reclus (3) when he observes that Jews (and not only Jews) make up a nation “in as much as they have an awareness of a collective past of joy and suffering and the social cement of identical traditions, such as the conviction, illusory or not, of common ancestors”. This, too, is a decidedly modern claim. The central part of the essay is dedicated to the concept of race. With this aim, Berneri takes his lead firstly from Buffon, according to whom “there is only one human species, of differently-coloured skin according to the land and the climate” and “the internal differences within the species correspond to the types of wild animals and the breeds of domestic animals”, and continuing with Blumenbach, Cuvier and Broca. Rather than race, following on from Broca’s studies, we should talk about anthropological types since human populations are, in reality, a mixture of human types, or rather, of individuals with intermediate characteristics. And if this is true at a morphological level, it is even more true with regard to blood characteristics. In fact, as Berneri shows, “at the XIX International Congress of legal and social medicine, Dr. Dujarric De la Rivière and Dr. Kossovitc demonstrated, on the basis of the results of 400,000 tests carried out on over 400 population clusters with political and social autonomy, that there was an enormous mixture of bloods in each”. Moreover, he notes that Günther himself, “the racist pope of the Third Reich, recognises that ‘people are mixtures of races and not races’”. The essay concludes with a tragicomic description of the xenophobic delirium developing at the time in Germany (and not only within its borders), and here the author returns forcefully to the political debate, ensuring that every statement is documented, aware that human ignorance can only beget monsters. Luciano Nicolini (1)
Camillo
Berneri: Mussolini grande attore.
Scritti su razzismo, dittatura e psicologia delle masse. (A cura di
Alberto Cavaglion),
Santa Maria Capua Vetere, Edizioni Spartaco, 2007.
(2)
Citato
in Giovanna
Tomasello: La letteratura coloniale
italiana dalle avanguardie al fascismo, Palermo, Sellerio, 1984. (3)
Federico
Ferretti:
Il mondo senza la mappa. Elisée Reclus e i geografi
anarchici, Milano, Zero in
condotta, 2007. |
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