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Addio al Novecento?

Improvvisamente ci si ricorda del Tibet

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Addio al Novecento?

Nel commentare i risultati delle recenti elezioni politiche italiane, numerosi opinionisti hanno messo in evidenza, con malcelata soddisfazione, la contemporanea scomparsa dal parlamento di due forze che hanno caratterizzato il panorama politico del Novecento: il partito socialista e quello comunista. “Adesso - hanno concluso - il Novecento è davvero finito; anche in Italia”. Sarà vero?

Dipende. Se parliamo del Novecento da un punto di vista strettamente cronologico, quello è finito da un pezzo, e non ha certo aspettato che lo decretassero, con il loro voto, gli Italiani. Se invece parliamo dell’eredità culturale del Novecento, mi sa che dovremo farci i conti ancora per un po’ di tempo. E dovremo anche fare i conti con i partiti socialisti e comunisti. Ma, andiamo con ordine…

Innanzitutto la scomparsa dal parlamento del partito socialista e dei due partiti comunisti che fino a pochi giorni fa vi erano presenti, dovuta in gran parte a fatti contingenti, non significa la loro fine. In secondo luogo non significa la fine delle idee socialiste e comuniste, che continueranno ad essere portate avanti, comunque, da quella componente libertaria che, del resto, le ha sempre professate in modo assai più coerente di quanto non abbiano fatto i partiti di tradizione marxista.

La batosta elettorale

Dicevo della batosta elettorale: essa ha riguardato, in primo luogo i due partiti sedicenti comunisti. Questi hanno pagato un errore clamoroso: rinnegare la propria ragione d’essere. I partiti comunisti europei, come ha giustamente sottolineato Ferrando, erano nati, all’inizio del secolo, come scissioni dai partiti socialisti, in seguito alla scelta di quest’ultimi di votare i crediti di guerra nel primo conflitto mondiale.

La questione era piuttosto seria: per decenni i socialisti avevano assicurato che in Europa non ci sarebbero mai più state guerre in quanto, se anche fossero state dichiarate, i loro partiti avrebbero chiamato il proletariato allo sciopero generale. Non solo la cosa non avvenne: i partiti socialisti votarono i crediti di guerra, anteponendo gli interessi nazionali all’internazionalismo proletario! Fu proprio questo tradimento a spingere le componenti meno compromesse con i governi a costituire i moderni partiti comunisti.

La scelta fatta da Bertinotti e da Diliberto di appoggiare l’intervento italiano in Afghanistan, chiaramente inquadrato in una guerra d’aggressione, non poteva dunque non portare molti loro elettori a disertare i seggi, annullare la scheda o votare per le tre formazioni (Partito comunista dei lavoratori, Sinistra critica e Per il bene comune) che si erano attestate su una posizione coerentemente antimilitarista. 

Mi si dirà che la Sinistra arcobaleno ha perso voti anche a destra, a causa dell’illusione del “voto utile” a Veltroni (o, meglio, contro Berlusconi). E’ senz’altro vero. Ma è altrettanto vero che le sarebbe stato più che sufficiente quel 1,4% di voti regalati alle tre liste sopra citate per non uscire dal parlamento.

Per ciò che riguarda il partito socialista, la questione è diversa. Questo, la batosta elettorale l’aveva già presa da tempo (a seguito di “Tangentopoli”), e da tempo aveva perso per strada la sua ragione d’essere (portare in parlamento il punto di vista delle classi subalterne). Si trattava sostanzialmente di un partito tenuto in vita, con la respirazione bocca a bocca, dal resto del centro-sinistra. Quando è stato chiaro che l’abbraccio non sarebbe stato più possibile, il suo leader, Boselli, ha giocato l’unica carta della quale disponeva per non essere assorbito dal partito di Veltroni: quella della laicità. L’idea non era malvagia ma, nel contesto del duello tra Partito democratico e Popolo della libertà, non è riuscita a salvarlo.

Il che però non significa, data la fortuna che formazioni analoghe hanno in altri paesi europei, che l’operazione non possa essere ritentata in futuro, anche da altri, con maggior successo.

La questione sociale

 La mia impressione è che il grande problema del Novecento, quello dell’emancipazione economica e politica delle classi subalterne, lungi dall’essere superato, stia tornando d’attualità.

Ricordo una canzone di quarant’anni fa che diceva:

“viva la vita

pagata a rate

con la Seicento

la lavatrice

viva il sistema

che rende uguale e fa felice

chi ha il potere

e chi invece non ce l’ha”.

Per alcuni decenni, in effetti, nei paesi europei si è pensato che lo sviluppo industriale (in realtà, in gran parte, lo sfruttamento del “terzo mondo”) potesse permettere alle classi subalterne una vita decorosa senza dover passare attraverso l’eliminazione della divisione in classi. Ora che molti paesi di quello che fu il terzo mondo reclamano la loro fetta di torta, l’irrisolta questione sociale torna alla ribalta prepotentemente, anche se la si vuole, a tutti i costi, nascondere sotto la maschera della “questione generazionale” o di altre simili amenità. E, se si vuole affrontare la questione sociale, da dove occorre partire? Da dove eravamo rimasti, ovviamente: dal Novecento.

Per questo non mi stupirebbe affatto la rinascita, o il rafforzamento, di partiti socialisti, leninisti o trotzkisti.

Certo non è ciò che desidero. Coerentemente con le mie idee libertarie desidererei che le classi subalterne comprendessero che la loro emancipazione non passa attraverso la conquista del potere politico, bensì attraverso la sua progressiva eliminazione.  Ma qui si entra in un, ineludibile, dibattito che è, appunto, un dibattito tipicamente novecentesco.

 

Luciano Nicolini

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Improvvisamente ci si ricorda del Tibet

Tibet: regione dell’Asia centrale, annessa dalla Cina, dichiarata regione autonoma della Cina del Nord-Ovest, chiamata Xizang. Abitanti: circa 2 milioni e mezzo.

Il 7 ottobre 1950 trentamila soldati cinesi attraversarono la frontiera e travolsero il piccolo e sguarnito esercito tibetano (il Tibet, prima, era sotto l’influenza inglese,  poi, dopo la Seconda guerra mondiale, ridiventò monarchia, guidata da un allora giovanissimo Dalai-Lama). Il territorio ritorna cinese (lo era già stato sotto la dinastia Manchù, dal 1720 fin quasi al 1912), ma come regione autonoma, dove i Cinesi si impegnavano formalmente a rispettarne l’autonomia sostanziale, anche a livello folklorico, di patrimonio storico, antropologico e religioso.

La promessa non fu però mai mantenuta: dal 1952 iniziò la distruzione dei monasteri (che si attenuerà solo dopo la conclusione della Rivoluzione culturale di fine anni ‘60); e da allora ogni rivolta tibetana fu repressa nel sangue: da quelle degli anni ‘50 a quelle del 1987 e 1988 (in piena era Deng-Xiao-Ping, quindi a Mao ampiamente morto...).

La Cina, come Cenerentola ha più volte documentato, si può definire oggi come una sorta di mostro totalitario, a partito unico (“comunista”),  che per non turbare il frenetico sviluppo economico, attua la repressione, “batte col remo qualunque s’adagia”, per dirla efficacemente con Dante. E per chi è contrario ad ogni repressione di massa, quella attuata contro il popolo del Tibet, nazione (preferirei dire comunità) diversa, linguisticamente e culturalmente da quella cinese, ma con essa da sempre intrecciata, è sicuramente un fatto raccapricciante. Detto questo, e precisando che non condivido completamente quanto afferma il sinologo Paolo Berretta, quando dice che “ci può non piacere come la Cina tratta il Tibet, ma non si può trascurare il fatto che non si può lasciare che  ripiombi nel feudalesimo clericale”, non si può neppure negare che vi sia nel movimento tibetano una vena di fanatismo religioso-politico (dov’è la religione a trainare la politica, cosa sempre pericolosissima).

Il buddhismo tibetano (si legga, per esempio, il volume “Il libro tibetano della vita e della morte” di Sogyal Rinpoche, con prefazione del Dalai Lama, contenente “parabole” di maestri tibetani francamente allucinanti; ma anche qualunque testo buono o almeno discreto sul buddhismo), è uno dei più fanatici, dei più misticheggianti, non solo dei più antimoderni.

Perché, ovviamente, non esiste “il buddhismo”, ma esistono i buddhismi (come i cristianesimi, non “il cristianesimo”).

Una prospettiva di socialismo libertario si batterà per un socialismo delle comunità, delle libere associazioni di produttori e consumatori, non per  un improbabile (impossibile, a mio parere) socialismo teocratico.

Sarà poi vero che in Tibet, come in Birmania (dove pure la situazione è totalmente diversa), a protestare ci siano solo monaci buddhisti -“lamaisti”? Forse così vien fatto apparire perché è l’immagine, evidentemente addomesticata, che fa comodo ai poteri dominanti in quello che (abbastanza impropriamente) si chiama “Occidente”, in cui comunque la religione viene usata come puro strumento di dominio.

 

Eugen Galasso

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