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di Wes Anderson con Owen Wilson, Jason Schwartzman, Adrien Brody, Anjelica Huston uscita prevista: 2 maggio Dopo la morte del padre tre fratelli non si sono più incontrati. Il maggiore della famiglia li obbliga a compiere un viaggio spirituale in India per rintracciare la madre fuggita per riciclarsi come improbabile santona. L’intento è quello di ristabilire la complicità perduta. Ancora una volta l’artista texano Wes Anderson, coccolatissimo dalle platee intellettual-chic di tutto il pianeta, ma soprattutto europee e newyorchesi, torna a raccontare con uno stile molto personale i dissidi di una famiglia che è lo stesso autore a definire “disfunzionale”. Il viaggio, quindi, come metafora di crescita individuale e tentativo di ricucire quell’unità a cui tutti i personaggi sembrano inconsciamente ambire. Come già nei precedenti “Rushmore”, “I Tenenbaum” e “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, Wes Anderson cura molto i dettagli, dalle coloratissime scenografie (il film è realmente ambientato su un treno indiano in movimento) alla per nulla casuale composizione delle inquadrature, con particolare attenzione alle scelte musicali, ma nuovamente il risultato non riesce a evitare un crescente senso di irritazione. Non si riesce infatti a provare la benché minima empatia per i protagonisti e il loro sentire. Un senso di estraneità rende lo spettatore testimone di teatrini grotteschi in cui personaggi stralunati si muovono senza che la sceneggiatura si preoccupi di rendere minimamente interessanti le loro motivazioni. Tutto scorre in superficie, con tempi comici che non arrivano mai puntuali alla risata senza però sfiorare nemmeno il sorriso. La sensazione è quella di un cinema fatto per se stessi e per la propria cerchia di amici (il cast dei film di Anderson include quasi sempre Owen Wilson, Jason Schwartzman, Anjelica Huston e Bill Murray, l’unica nuova entrata è Adrien Brody). Eppure in molti hanno dimostrato di apprezzare, a partire dagli stilisti più famosi (il bellissimo set di valigie sfoggiato dai personaggi è stato creato da Marc Jacobs e costruito a mano da Louis Vitton), il che la dice lunga sul “dorato” target di riferimento. Luca Baroncini I cacciatori The Hunting Party di Richard Shepard con Richard Gere, Terrence Howard, James Brolin, Diane Kruger uscita prevista: 30 aprile Quando Hollywood tenta di smuovere le coscienze attingendo al reale finisce per restare il più delle volte invischiata nei suoi stessi ingranaggi, che fra impegno e intrattenimento privilegiano quest’ultimo. Ispirandosi a un fatto di cronaca, il film racconta la caccia al criminale di guerra Radovan Karadzic, colpevole di atrocità durante il conflitto serbo-bosniaco. I “cacciatori” del titolo sono un affermato reporter caduto in disgrazia in seguito a un crollo di nervi in diretta televisiva, un cameraman intrepido e un giornalista alle prime armi. Scopriranno sulla loro pelle che i responsabili di pulizie etniche, nonostante taglie milionarie sulle loro teste, non hanno bisogno di nascondersi quando, con la connivenza delle grandi potenze, la loro uscita di scena è stata ricompensata con l’immunità. La denuncia, sottolineata da una didascalia che informa con ironia che “solo le parti più ridicole di questa storia sono vere”, non riesce però a pungere a causa della scelta di raccontare una storia vera come se si trattasse di un Indiana Jones qualsiasi, con tutti i luoghi comuni del genere: inseguimenti, sparatorie, battutine sdrammatizzanti, fughe rocambolesche, coincidenze improbabili, cattivi da fumetto, scagnozzi sadici, belle infiltrate, fino al salvifico “arrivano i nostri” (anche se non proprio senza macchia). Il colpo di grazia è però nella trita trasformazione di un dramma collettivo in una vendetta personale, da parte di un protagonista deciso più che altro a regolare i conti con il proprio passato. Non che l’insieme sia poco scorrevole o privo di mordente, anzi, e la confezione è impeccabile, ma l’occasione di abbinare realtà e svago non trova l’equilibrio necessario. Tra gli interpreti, più del gesticolante Richard Gere, si distingue l’ottimo Terrence Howard, mentre Diane Kruger è poco più di un cameo. Distribuito con il contagocce negli Stati Uniti, il film di Shepard non è comunque riuscito a crescere nell’interesse degli spettatori grazie al passaparola e arriva in Europa in cerca di riscatto puntando soprattutto sul carisma, perlomeno mediatico, del protagonista. Luca Baroncini di Carlo Verdone con Carlo Verdone, Claudia Gerini, Eva Riccobono, Geppi Cucciari
L’idea di scriverla mi è venuta dopo aver visto il film “Non pensarci” di Gianni Zanasi, definito “carino” da Baroncini nella recensione pubblicata sullo scorso numero di Cenerentola e osannato dalla critica più blasonata. Si tratta, appunto di un film “carino”, appartenente al genere “commedia all’italiana”, ma non è niente di più. E rimanendo alla “commedia all’italiana”, l’ultimo lavoro di Verdone, demolito dalla critica, mi pare non valga meno. Vedendo “Grande , grosso e Verdone” si ride, soprattutto durante il primo episodio, almeno se non si hanno problemi con l’umorismo nero. Ma si medita anche: fin dall’inizio il comico ci mostra che cosa è la famiglia media italiana (ben diversa dalla famiglia Nardini di “Non pensarci”) e con che problemi ha a che fare; si passa poi, nel secondo episodio, a denunciare la crudeltà e l’ipocrisia diffusa nella media borghesia, per finire, nel terzo, con l’evidenziare come, spesso, i veri mostri non siano quelli che appaiono tali. Non male, per una “commedia all’italiana”. Lucrezia Avitabile
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