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Berlusconi ha stravinto

Crescita zero

Lavorare al porto di Ravenna

Reggio Emilia: la FAI a congresso

Vignetta di A.D.O.

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Berlusconi ha stravinto

Sono aumentate le astensioni e le schede nulle. La sinistra è sparita dal parlamento italiano. Si riaprono le danze…

Tutto come previsto. Anzi, un po’ peggio del previsto. Berlusconi, presentatosi alle elezioni insieme a Bossi e a Fini, ha stravinto, arrivando a prendere, alla camera, il 46,8% dei voti validi. Se a questo si aggiunge il 5,6% conquistato da Casini e il 2,4% della Santanchè, si ha un’idea della portata del successo elettorale delle forze più reazionarie.

“L’opinione pubblica europea – scrivevamo sullo scorso numero di Cenerentola - sembra consapevole (più probabilmente, intuisce) che la possibilità di mantenere inalterato il proprio standard di vita è in buona parte legata alla forza militare: e, coerentemente, si sposta a destra”. Pare proprio che le cose siano andate così.

I partiti della ex Unione,  tutti insieme, non sono arrivati neppure al 45% dei voti validi. La “Sinistra arcobaleno”, in particolare, erosa a destra dall’insana illusione del “voto utile ” e a sinistra dalla presenza di liste dichiaratamente pacifiste (che nell’insieme hanno raccolto l’1,4% dei voti validi) è crollata al 3,1%, non riuscendo a eleggere nessun rappresentante in parlamento.

E’ diminuito significativamente il numero di coloro che si sono presentati ai seggi per votare (dall’83,6 % del 2006 all’80,5% del 2008, con riferimento alla camera). E, tra coloro che hanno votato, è aumentato il numero di quelli che hanno annullato la scheda. Alla fine, le schede  considerate non valide (bianche + nulle) sono risultate il 3,7% del totale, contro il 2,9% del 2006.

E adesso, che cosa succederà?

Dicevamo, un mese fa, che ci sembrava plausibile l’ipotesi della costruzione di “un grande centro, un’aggregazione che possa far digerire agli Italiani qualsiasi cosa (come minimo un ulteriore impoverimento effettuato senza intaccare i privilegi delle classi dominanti, più probabilmente  anche un maggior coinvolgimento nella guerra che l’Occidente sta combattendo contro le nazioni emergenti)”. Ora, la straordinaria portata della vittoria della destra rende meno probabile questo sbocco: Berlusconi ha, non solo i numeri (in termini di seggi), ma anche le percentuali (in termini di consensi) per governare da solo (cioè con Bossi e Fini). E la scomparsa dal parlamento di quella “cassa di espansione” rappresentata dalla “Sinistra arcobaleno”,  che permetteva di contenere le periodiche ondate di protesta, potrebbe invogliare il partito di Veltroni a prendere le distanze dal governo per annettersi ciò che resta di essa…

Ma, d’altro canto,  le cose che hanno in mente di far mandare giù al popolo italiano sono davvero troppo indigeste per fargliele ingoiare senza l’ausilio di Veltroni, e gli affari gestiti da chi governa troppo ghiotti per non interessare coloro che fanno riferimento alla sua area politica…

La partita diventa dunque più complicata.   

Una cosa però sembra certa: che il Partito democratico venga coinvolto o meno nella gestione della repubblica, non c’è da aspettarsi nulla di buono.

Se, infatti, verrà in qualche modo coinvolto, il nuovo governo potrà mettere in atto i suoi intenti avendo a disposizione, almeno sulla carta, il 90% dei consensi (pensate a ciò che può significare in contesti come la lotta contro il Tav) .

Se invece Veltroni e soci si  terranno (o  saranno tenuti) lontani dal potere, chi lotta per la libertà, per la solidarietà, per l’uguaglianza, si troverà sempre tra i piedi una falsa opposizione, priva di qualunque  ideale,  pronta a qualsiasi voltafaccia, un’opposizione che è tale soltanto perché non è riuscita a raccogliere il numero sufficiente di consensi per andare a cogestire la difesa degli interessi delle classi dominanti e la militarizzazione della società,  desiderosa soltanto di guadagnarsi quel po’ di consenso che gli occorre per andarlo a fare

(redazionale)

 

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Crescita zero

La crisi scatenata dalla tempesta subprime si sta trasferendo dal mondo della finanza a quello dell’economia reale. L’entrata in recessione degli Stati Uniti è ormai un dato di fatto accettato dagli istituti di previsione economica. Poiché gli Usa sono la principale economia mondiale, gli effetti delle loro difficoltà congiunturali si scaricheranno sui loro partner commerciali. Quindi anche sull’Europa, Italia inclusa.

A rendere più complicata la situazione contribuirà un ulteriore elemento: il deprezzamento del dollaro nei confronti della moneta unica europea. La variazione delle parità valutarie determinerà una maggiore competitività delle merci fabbricate in America rispetto agli equivalenti prodotti europei. Le imprese del vecchio continente faticheranno ad esportare negli Stati Uniti e nei paesi dell’area del dollaro.

In questo quadro trova spiegazione il drastico ridimensionamento della crescita prevista per l’area euro. Nell’ottobre del 2007, si riteneva che il Pil dell’Unione Monetaria sarebbe cresciuto, nel 2008, del 2%. Poi, man mano che i contorni della crisi dei mutui subprime si delineavano con maggior precisione, lo sviluppo del 2008 veniva rivisto al ribasso: 1,7% nel gennaio 2008 e, infine, 1,4% in aprile. Per l’Italia l’andamento è del tutto simile, con l’importante aspetto che i tassi di sviluppo sono costantemente minori di quelli degli altri paesi europei. Adesso, per il 2008, si prevede una crescita dello 0,5% per il nostro paese (Prometeia, Rapporto di Previsione, aprile 2008) e il Fondo Monetario Internazionale stima addirittura un +0,3%.

Insomma, la nostra economia, in termini di aumento del prodotto interno lordo, è entrata in una fase di stagnazione ormai da diversi anni, tanto che ormai si parla sempre più spesso di “sorpasso” dell’Italia da parte della Spagna. Anche se ciò è ancora da venire, non c’è però alcun dubbio sulla maggiore dinamicità di quasi tutti gli altri paesi europei rispetto al nostro.

Perché il nostro sistema economico risulta meno vitale degli altri?

 

Frenare in salita

Occorre subito chiarire come il contesto più generale non agevoli certo lo sviluppo. La globalizzazione, con l’entrata sui mercati internazionali di paesi a basso costo del lavoro, la competizione a tutti i livelli, l’innovazione  tecnologica, le sofisticazioni finanziarie e, non da ultimo, le crisi ricorrenti (tigri asiatiche, Argentina, new economy, subprime) non creano certo un ambiente favorevole alle nazioni industrialmente più mature. Però questo non toglie nulla al fatto che facciamo peggio degli altri: la Francia cresce più di noi, la Germania inanella, un anno dopo l’altro, sempre nuovi record di esportazioni, la Spagna è in corsa per raggiungerci. Insomma, lo scenario non basta a spiegare le deludenti prestazioni economiche della penisola.

Se esaminiamo i dati storici, troviamo un indizio interessante: l’Italia ha cominciato a registrare uno sviluppo del Pil inferiore alla media europea a partire dal 1996, proprio quando è cominciata la corsa del nostro paese verso l’area euro. Da quell’anno in poi, il gap della crescita italiana  rispetto  alla  media europea si è consolidato. Infatti, l’introduzione dell’euro ha comportato cambiamenti radicali per l’economia italiana. In particolare, ci è stata tolta la possibilità di ricorrere all’arma della svalutazione. All’epoca della lira, periodicamente, quando il sistema produttivo italiano perdeva competitività con l’estero, era abitudine ricorrere al deprezzamento della moneta nazionale per ridare convenienza ai prodotti del made in Italy. Era una soluzione debole, poiché la svalutazione era un’arma a doppio taglio: abbassava i prezzi delle merci italiane all’estero, ma faceva aumentare il costo dei beni importati, tra cui il petrolio. Questo innescava inflazione all’interno del paese che, dopo un certo lasso di tempo, ricreava problemi di prezzo per i prodotti da esportare. Quindi, senza interventi correttivi di natura strutturale, ad una svalutazione ne seguiva quasi meccanicamente un’altra, in un circolo vizioso che rischiava di diventare senza fine. Da questa spirale siamo usciti grazie all’entrata nell’area dell’euro.

Ma l’euro è la moneta anche di altri paesi europei che crescono più dell’Italia, perché per noi è un freno alla crescita e per gli altri no?

 

Vestito in/gessato

 Avere una moneta forte presenta alcuni importanti vantaggi: dal non importare inflazione dall’estero, fino a garantire ai propri cittadini un maggior potere d’acquisto. Però una moneta forte bisogna guadagnarsela. Non basta cercare di mettere a posto, alla meno peggio, il bilancio statale. È necessario prendere provvedimenti che portino il sistema produttivo su livelli di eccellenza. Con il processo di globalizzazione, l’Italia è entrata in competizione con paesi dove il costo del lavoro è molto minore del nostro. Per vincere la gara vi sono due strade teoriche: abbassare il costo del lavoro in Italia o convertire le nostre produzioni verso settori innovativi, ad alto contenuto tecnologico e ad elevata qualità dei prodotti. La prima strada è sembrata la più facile e, in qualche modo, è stata prescelta da imprenditori e governi. Ma si sta rivelando, come prevedibile, un vicolo cieco. Non è possibile competere in settori tradizionali, come il tessile o il calzaturiero, contro Cina, India, Vietnam o Turchia. Le loro merci di qualità medio bassa non potranno che costare molto meno delle nostre. Tenere basso il costo del lavoro è un’impresa inutile dal lato della concorrenza estera e dannosa dal lato della crescita interna, poiché riduce la capacità di spesa delle famiglie italiane.

Perché non si è optato per un salto di qualità del nostro sistema produttivo? Le ragioni sono tante e possiamo solo citare le principali. Per riqualificare il ruolo internazionale dell’Italia sono necessari provvedimenti incisivi: occorre sviluppare competenze oggi scarse, avviare imprese in settori di punta, intervenire sul sistema formativo nazionale. In breve, investire in ricerca scientifica e tecnologica. Per ottenere risultati in questo campo servono due carburanti: denaro (centinaia di miliardi di euro) e libertà di ricerca. Purtroppo, nel nostro corrotto ed accentrato paese il denaro viene destinato ad usi più “pratici”: politici e loro amici, criminalità organizzata, opere religiose, calciatori, veline, palazzinari et similia hanno la priorità rispetto all’imponderabile esito di tediose attività di laboratorio. Anche sul fronte della libertà di ricerca non è che la situazione sia migliore. La mentalità religiosa e il clientelismo condizionano pesantemente le scelte di chi decide l’attribuzione dei fondi per la ricerca e la stessa scelta dei docenti universitari. L’atteggiamento scientifico è visto con sospetto, quando non con aperta ostilità. Per avere un’idea del quadro, basta considerare come, con tutta probabilità, siamo l’unico paese al mondo dove le legge che regola la fecondazione assistita proibisce esplicitamente di verificare che gli embrioni impiantati siano sani!

In queste condizioni si fa quel che si può. Però non è sorprendente osservare l’Italia rimanere indietro nella corsa alla sviluppo. Sarebbe singolare il contrario.

Zero è bello?

 A questo punto ci si potrebbe chiedere se è proprio necessario aumentare il Pil.

Vi sono diversi studiosi che, alla luce di vari aspetti come la sostenibilità ambientale, ritengono che allo sviluppo sia addirittura da preferire la decrescita, vista come riduzione dell’impatto umano sul territorio. Le critiche si accentrano sul Pil come indicatore di sviluppo. Non sono del tutto d’accordo.

Il prodotto interno lordo è un indice prezioso, che va utilizzato per quel che può segnalare: rappresenta la ricchezza prodotta in un intervallo di tempo da un sistema economico. Naturalmente, preso isolatamente, il Pil non può dire tutto. È ovvio che mancano altri indicatori, per esempio una misura del patrimonio nazionale. Un rovinoso terremoto determina un aumento del Pil, perché l’attività per ricostruire gli edifici distrutti viene registrata tra la nuova produzione. Tuttavia, alla fine dell’opera di ricostruzione, avremo le stesse case di prima (forse …). La dotazione patrimoniale non sarà cambiata: l’incremento della ricchezza è solo apparente. La colpa non è del Pil, ma della mancanza di altri indici. Un altro dato importante è la concentrazione del reddito. Se l’aumento del Pil va ad ingrassare chi è già ricco, allora il benessere della società nel suo complesso potrebbe non cambiare molto. Per questi (e altri) motivi, gli economisti dotati di buon senso e onestà intellettuale, come Amayrta Sen, stanno pensando a indici in grado di integrare la lettura della realtà offerta dal Pil.

In sé, crescita o decrescita del Pil possono non dire nulla. Una vasta opera di riforestazione, in grado di migliorare la tenuta idrogeologica del territorio, ridurre l’impatto dei gas serra, offrire un ambiente salubre per lo svago dei cittadini e creare occupazione nelle attività connesse, per esempio, alla lavorazione del legno, farebbe aumentare il Pil. Sarebbe quindi un male? Tale asserzione non è seriamente sostenibile da nessuno. In definitiva, la variazione del Pil va letta alla luce delle dinamiche reali.

L’esangue sviluppo che l’Italia sta sperimentando è il frutto di distorsioni sociali, politiche e culturali che penalizzano il sistema produttivo. Se non saremo in grado di modificare i nostri comportamenti, si corre il rischio di una progressiva marginalizzazione del nostro paese. Fenomeno che, non illudiamoci, pagherà la parte più debole della società: i lavoratori.

 

Toni Iero

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 Lavorare al porto di Ravenna

Il 13 marzo 1987 l’Italia assisteva al più grave incidente sul lavoro del dopoguerra: la strage del cantiere Mecnavi, al porto di Ravenna. Tredici vittime, morte per aver respirato sostanze tossiche sprigionate da un incendio durante i lavori di pulizia nella stiva della nave Elisabetta Montanari. Il Paese scopriva così, incredulo, l’inferno del lavoro portuale, fatto di mansioni logoranti, contratti irregolari e subappalti. Delle tredici vittime otto lavoravano in nero, alcuni erano ragazzi ai primi giorni di servizio.

È partita proprio il 13 marzo di quest’anno, da Ravenna, la carovana contro le morti bianche. Un’idea della Rete per la sicurezza sui posti di lavoro, fondata dallo Slai Cobas di Taranto e dall’associazione 12 giugno che riunisce i familiari delle vittime dell’Ilva. La carovana fino a oggi ha toccato anche altre città, tra cui Bergamo, Palermo, Napoli, Molfetta, ma la scelta di partire da Ravenna non è casuale: luogo simbolo del lavoro assassino, è sede di uno dei maggiori porti commerciali d’Italia, dove gli incidenti colpiscono per lo più giovani senza esperienza.

«Abbiamo iniziato la nostra attività nel settembre 2006, subito dopo la morte di Luca Vertullo –, racconta Enzo Diano, dello Slai Cobas di Ravenna – e quest’anno, in occasione della carovana, abbiamo occupato la sede locale dell’agenzia interinale Intempo». Luca è morto a 22 anni al primo giorno di lavoro. Si trovava sul traghetto Ravenna-Catania, quando è rimasto schiacciato tra due rimorchi. Aveva trovato lavoro proprio tramite la Intempo, «leader in Italia nella somministrazione di lavoro in ambito portuale», come recita il suo sito internet.

Dopo la morte del giovane qualcosa sembra essersi mosso. Al porto è stata reintrodotta la “pesa” per controllare che i carichi non siano in eccesso, anche se qualcuno ha fatto notare che il rispetto dei limiti di carico avrebbe reso il porto ravennate “meno competitivo”. Nei mesi scorsi, inoltre, enti locali, sindacati confederali e Autorità Portuale, hanno firmato due importanti protocolli: il primo per favorire il miglioramento della qualità dell’aria nel porto, il secondo per la pianificazione degli interventi sulla sicurezza nell’area e che prevede la formazione di tre coordinamenti: uno dei lavoratori, uno delle imprese operanti nel porto e uno delle amministrazioni pubbliche con competenze in materia. Infine è stato firmato un contratto per realizzare un sistema di monitoraggio degli accessi al porto, che dovrebbe fornire un quadro delle presenze nell’area e vietare l’ingresso di personale non autorizzato.

Eppure tra le banchine di Ravenna decessi e infortuni non si sono fermati. Nell’ottobre del 2006 un incendio alla Polimeri Europa (ex Enichem) ha ustionato nove persone; nel luglio 2007 un dipendente della Donelli Eos è stato schiacciato dopo la rottura della catena di una gru; a settembre Marco Zanfanti, 19 anni, al secondo giorno di lavoro, è stato investito da un muletto all’Euro Docks, rimanendo gravemente ferito; a ottobre Filippo Rossano, ormeggiatore a pochi giorni dalla pensione, è morto cadendo in mare; infine a gennaio di quest’anno un operaio nigeriano è rimasto ferito a gambe e bacino, spostando del materiale.

Cos’è cambiato, quindi, dal 1987? «Nulla –, risponde Ermanno Bigi, del sindacato Federmar, una vita come gruista e tante battaglie alle spalle –. La cosa vergognosa è che ogni 13 marzo le autorità ripetono “mai più”, ma al porto si rischia sempre la pelle. Tutti i giorni avvengono cose che fanno rabbrividire. Gli incidenti piccoli o mancati sono numerosi, eppure nessuno li documenta. I lavoratori mostrano disagio ma hanno paura di parlare». Uno dei principali problemi di Ravenna è la scarsa specializzazione dei terminal, a differenza degli altri porti commerciali italiani. «Qui i terminalisti privati – continua Bigi – per aumentare i guadagni scaricano un po’ di tutto. Chi dovrebbe trattare cereali talvolta sbarca anche ferro o altri materiali. E questo aumenta confusione e rischi». Una situazione che non sembra dunque essere migliorata, anzi: «I problemi della sicurezza sono gli stessi di vent’anni fa, ma una cosa è cambiata, in peggio. Un tempo tra i lavoratori c’era la consapevolezza del rischio, di ciò che stavano facendo e che sarebbe potuto succedere. Oggi quella consapevolezza si è persa e i giovani che iniziano a fare questo lavoro spesso non sanno nemmeno a cosa vanno incontro».

 

Ilaria Leccardi

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Reggio Emilia: la FAI a congresso

Ha avuto luogo il 22, 23 e 24 marzo a Reggio Emilia il 26° Congresso della Federazione Anarchica Italiana. Al centro del dibattito i due punti principali  “Bilancio dell’attività federativa e proposte di attualizzazione dell’anarchismo sociale”, e “Congresso dell’Internazionale di Federazioni Anarchiche”.

Per quanto riguarda il primo i delegati dei vari gruppi e federazioni locali, giunti da una dozzina di regioni, hanno testimoniato della ripresa dell’attività federativa con la costituzione di nuovi gruppi soprattutto nell’Italia centrale e meridionale, dibattendo soprattutto delle modalità organizzative con cui tradurre in pratica la ricchezza di proposte ed iniziative che propongono le realtà militanti dell’anarchismo sociale e comunista, ancora secondo molti, eccessivamente disorganiche.

Per quanto riguarda l’Internazionale di Federazioni Anarchiche, una sessione è stata dedicata alla discussione, alla presenza dei delegati dell’IFA, dell’importante occasione che sarà il prossimo luglio ospitare il congresso dell’Internazionale a Carrara, proprio a quarant’anni dalla sua fondazione nella città apuana.

Come ad ogni congresso libertario, le commissioni di lavoro hanno relazionato dell’attività svolta rimettendo i rispettivi mandati. Una rotazione che è stata effettiva ed ha riguardato anche gli incarichi più « onerosi », in particolare la Commissione di Corrispondenza, affidata al gruppo anarchico « Alfonso Failla » di Palermo, e la redazione di Umanità Nova, che dopo il lungo lavoro svolto dalla Federazione Anarchica Torinese, è passata ad un gruppo redazionale espresso dalla Federazione Anarchica Milanese e dal gruppo anarchico « Carlo Cafiero » di Roma.

In ultimo, va ricordata la serie di iniziative pubbliche rivolte a dare visibilità all’evento presso la cittadinanza e la stampa locale organizzata per tutta la settimana dalla Federazione Anarchica Reggiana. Una serie di conferenze su donne anarchiche, fratelli Cervi, attività dell’IFA, e anche performance letterarie, sono culminate nell’inaugurazione, presso il complesso degli Ex-Stalloni, della mostra di oltre 40 bandiere storiche dei gruppi anarchici italiani, tenuta da Massimo Ortalli, dell’Archivio Storico della FAI, e da Paolo Nori, che ha proposto la lettura di un applauditissimo testo composto per l’occasione. Il manifesto del Congresso, che era anche la copertina del fascicolo consegnato a tutti i partecipanti, è stato disegnato per l’occasione da Matteo Guarnaccia.

 

Federico Ferretti

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