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di Jean-Baptiste Poquelin, detto Molière. Traduzione e adattamento di Nicasio Anzelmo e del Teatro San Leonardo e Teatro della Città di Catania. Messa in scena delle due compagnie citate, associate. Regia: Maurizio Annesi. Interpreti: Carlo Croccolo, Marco Paoli, Fosca Banchelli, Carlo Ettorre, Paolo Gattini, Titta Graziano, Manuele Piemonti, Luigi Tabita. 1668, settembre, Palais Royal di Parigi: successo limitato per “L’avaro” di Molière, anzi peggio, quasi un “bagno”. Troppo serio e grave il tema per una commedia? Forse anche, ma soprattutto, crediamo, il mettere il dito nella piaga in quello che è il vero vizio di Arpagone, lo strozzinaggio, l’usura. La messa in scena proposta, riprende quasi tutto il testo, cassandone qualche elemento troppo storicamente connotato o attualizzandolo. Del resto il teatro, data il “qui e ora” dello stare sui legni del palcoscenico in rapporto con il pubblico, ed è anche e soprattutto disvelamento psicologico; certo, lo psicodramma è altra cosa, molto più “terapeutica”, se ben attuato, ma il teatro scandaglia sentimenti, impressioni, reazioni come pochi altri strumenti di comunicazione; molto più del cinema (quasi sempre, almeno), delle arti visive, della musica sinfonica. Arpagone è un Carlo Croccolo, attore un tempo famoso come comico-caratterista (“Sono dell’Italia settentrionale”, faceva il personaggio/soldato Pinozzo, un tormentone di tanti film d’antan, che oggi si vedono in TV) che qui invece usa, comicamente ma in modo anti-ridanciano tutti i registri, dalla finta umiltà alla rampogna, dalla finta bonomia al cinismo più spudoratamente esibito. Arpagone vuol far sposare alla figlia e al figlio chi vuol lui (sempre questioni di soldi...), tra una giovane promessa sposa e la cassetta del denaro sceglie, aggiungiamo ovviamente, quest’ultima. Croccolo /Arpagone insinuante, dolcemente crudele, tante altre cose; ma anche Croccolo che narra /racconta, esce dal personaggio e lo spiega al pubblico. Il resto è una ridda: figli che devono falsificare le loro vere intenzioni, servi disonesti e maldicenti, mezzane travestite da sensali. Con qualche “trucco” ben efficace: così il cuoco parla in barese (o dialetto affine), provocando l’ira di Arpagone che non lo capisce, ma accelerando il processo di malinteso/ confusione, di fraintendimento d’ogni significato... Oltre al “mattatore” Croccolo, da riscoprire integralmente, anche perché su Molière da anni lavora, proponendo quasi tutto il grande “autore comico” francese (spesso, anche come regista), una compagnia di rara bravura, dove il play rimanda sempre alla serietà. Il comico (lo spirito comico, intendo) vero, d’altronde, deve far scattare la molla che poi porta alla critica e alla protesta e questo, tuttora, se i classici si mettono in scena bene, funziona. Scena essenziale, ma “vera”, non meramente prospettica, con il forziere /cassetta del tesoro sempre al centro della scena, uso moderato (all’inizio) delle musiche originali di Lully. Dove lo spettatore può, anzi dovrebbe, fare tutte le associazioni mentali possibili, ritrovando la polisemia della lettura, anche solo vagamente esegetica, d’un testo, in questo caso teatrale, dove fatalmente c’è un senso in più, dato dal mettere qualcosa di scritto (apposta) in scena... Eugen Galasso Incontriamo Carlo Croccolo, attore non proprio giovanissimo, un tempo celebre caratterista, poi “esploso” come “mattatore”, come dimostra anche questa nuova versione de “L’avaro” di Molière. Maestro, com’è che il teatro comico, ma forse il teatro in genere, ormai sembra essere démodé, in particolare in TV? Una questione di cultura teatrale non diffusa, una scelta politica semplicemente legata al successo, al commercio e alla pubblicità? No, non faccio parte di certi circoli, per dirla chiara, degli “intellettuali di sinistra”. Sono di sinistra, ma diversamente, per così dire. Forse aveva ragione Juliette Greco, che ripeteva sempre: “Ci sono gli intellettuali e gli intelligenti?” Citi la Greco, che ho conosciuto, ma che ho anche presentato, esibendomi, in francese, non ricordo se nel 1952 o nel 1953. Negli spettacoli molièriani, in particolare in questo recente “Avaro”, avete scelto di lavorare tra commedia dell’arte e attualizzazione, anche politica. Così, per esempio, la battuta della sensale Frosina, che afferma d’essere così brava a combinare matrimoni, che riuscirebbe a far sposare La Serenissima con l’Impero ottomano, un riferimento storico che oggi sfuggirebbe alla maggior parte del pubblico, mentre c’è il riferimento all’onorevole Casini... Quanto alla prima parte, è vero che Molière stesso partiva dagli Italiani, dai comici dell’arte, influenzandoli poi a sua volta. L’“improvvisa”, in realtà pienamente elaborata, quanto a formazione degli attori, da cui deriva la capacità di improvvisare, appunto, un testo e sul testo (com’è noto, non esisteva un copione, ma un canovaccio, quindi un testo di riferimento di base da cui partire....), era sempre piena di riferimenti satirici, anche feroci, alla realtà politica del proprio tempo. Quindi, “attualizzare”, nel senso accennato, è pienamente legato alla logica della “commedia dell’arte” come di Molière. A parte la battuta sull’onorevole Casini, quindi, c’è anche quella su Re Luigi (“Una volta di Luigi ce n’era uno solo, ora ce ne sono tanti”), francamente, magari, non comprensibile da tutti. Quanto a Molière, ormai ne ho proposto molto, dal “Tartufo”, di cui ho curato anche la regia, al “Malato immaginario” al “Marito per forza”, che è un testo molièriano che mi convince invero meno, probabilmente perché legato alle bouffonneries. Lei non è Napoletano, vero, a parte l’importanza discutibile delle radici... No, non mi considero tale (Croccolo è nato a Napoli); se proprio radici devono esserci, preferisco richiamarmi alle origini greco – ebraico -livornesi dei Croccolo. E in TV, la vedremo prossimamente? Sì, c’è la miniserie “Capri 2”, che però, a dire il vero, è forse meno interessante di “Capri 1”, ossia prima versione...
Eugen Galasso di Renzo Giovampietro e Mario Prosperi Compagnia de’ Pinti Esiste un teatro inutile e un teatro necessario (quello che ci scuote e ci induce a pensare): ebbene, “Il governo di Verre” è sicuramente teatro necessario. Il lavoro è incentrato su Marco Tullio Cicerone, oratore latino tra i più grandi, vanesio quanto geniale, tutt’altro che un “puro”, accusatore di Verre, governatore della Sicilia denunciato per concussione (non vi richiama alla mente nulla dell’oggi?) e denunciabile mille volte per malversazioni varie e nepotismo. Ebbene, oggi come allora, pensare a queste contraddizioni, e a quanto può seguirne, non è utile, è necessario. Riprendendo e modificando l’eccelsa scrittura di Giovampietro e Prosperi, la compagnia fiorentina “de’ Pinti”, con l’attenta e ottima regia di Lino Spadaro e la riduzione di Stefano Tamburini (concentrata più sui prodromi del processo che sul processo stesso), in un atto unico, che dura ottanta minuti, ci induce a dire: “forse il grigio prevale in questo mondo che molti vorrebbero solo bianco o solo nero”. Cinque attori eccelsi (tre attori, due attrici, per la precisione), scenografia limitata al minimo indispensabile (lampadine aggettanti, una mole di cassoni, contenenti documenti polverosi) e Cicerone, inizialmente quasi ucciso da due sicari, che parla e inizia a concionare, non senza essersi messo “in posa”, già pensando al processo e preparandolo. Poi le varie fasi del dibattimento, poi anche il processo. Da ricordare molto bene, da rivedere e riproporre sempre alla nostra mente, i segreti che è “bene occultare” (sempre così nella storia umana)... Il processo, condotto veramente all’italiana... Verre condannato, ma “d’oro”. Anche qui impossibile non pensare a nulla d’attuale. Tamburini, allievo di Giovampietro, gli rende onore, da par suo, con la lunga premessa meta-oratoria e meta-retorica, che diviene meta-teatro (riflettere sull’oratoria e la retorica, se non è uguale alla riflessione sul teatro, prepara alla stessa). Versione degna del maestro, dunque, per merito di tutti gli interpreti e della regia. Speriamo solo che questo spettacolo, alla sua prima, non venga bloccato dalle inique leggi del mercato teatrale, che vorrebbe solo “musical leggeri” e simili. Giovampietro, in vita, non ebbe mai i riconoscimenti dovuti, oggi lo si dimenticherebbe ancora, non fosse per Tamburini e la “Pinti”. Facciamo in modo che l’Italia, facile a passar sopra a tutto, non dimentichi anche stavolta, preferendo le banalità a quanto ci rende migliori in ogni senso.
Eugen Galasso
Intervista a Stefano Tamburini Incontriamo Stefano Tamburini, della “Compagnia de’ Pinti”, riscrittore de “Il governo di Verre”, che ha portato in scena a Firenze (“Teatro Le Laudi”). Non ricordo bene la versione di Giovampietro, che vidi da tredicenne, ormai vari decenni fa. Mi sembrava un quasi-monologo, con presenze più che altro fantasmatiche. Ma certamente mi sbaglio... No, non era un monologo, mentre il carattere fantasmatico delle altre “presenze” forse è parzialmente vero. Diciamo che noi, anche e soprattutto per esplicita scelta di Lino Spadaro, il nostro regista, abbiamo scelto di valorizzare la presenza totale dell’attore in scena, anche e proprio per significare la riflessione sul fare – essere -apparire. In questo senso, Cicerone è meta-oratoriale, meta-retorico, quindi meta-teatrale Sappiamo che Cicerone non era un personaggio limpido... Questa doppiezza, dunque, tra l’apparente moralizzatore e la sua condizione di personaggio non cristallino, diciamo così. Lo sappiamo da Gaston Boissier in poi (“Ciceron et ses amis”) fino a ricerche recenti che lo definiscono cinedo per opportunismo. D’altronde, nella vostra messa in scena, la volontà sembra essere quella di non attualizzare a dismisura. Nulla di simile alla regia – interpretazione di Franco Branciaroli de “L’ispettore generale” di Gogol, a metà anni 1990, quindi poco dopo “Mani pulite”, dove, mimando in modo più che eloquente con uno scatto, Branciaroli diceva “Sta arrivando l’ispettore di Pietroburgo” Sì, Cicerone era/è - rimane chiacchierato, né può essere altrimenti. Ma per esempio nella monografia recente e fondamentale dello Harris, le performance ciceroniane vengono definite “veri e propri talk-show”. Che fosse un vanesio, narcisista, egotista, è certo; ma era anche un grandissimo dell’oratoria, per la sua preparazione formidabile dell’ “atto”oratorio. Peraltro, abbiamo scelto la complessità, non la semplificazione. Forse (forse, certo...) non tutto deve andare ad extra, spesso grandissimi avvocati potrebbero essere pessimi politici, può essere (ripeto: “può essere”) che un personaggio come Ortensio abbia a suo modo ragione. Può essere (ma appunto: può essere) che per l’unità della res publica (che stava a cuore, ma con modalità differenti, certo anche a Cicerone, che ne scrisse) sia opportuno che non tutto sia dato in pasto a tutti. Ma... Un’attualizzazione troppo stretta sarebbe stata banalizzante, certo, soprattutto ora, ma del resto lo è sempre.
Eugen Galasso e Renate Perkmann di Rossella Dassu Associazione culturale Ca’ Rossa Martedì 4 Marzo – alle ore 9,30 presso il Teatro Consorziale di Budrio (BO) per la rassegna “Lo spettacolo dal vivo per la scuola” – gli attori Valentina Russo ed Enrico Webber hanno portato in scena “C’era una volta un toro”, testo e regia di Rossella Dassu, prodotto dall’Associazione Culturale Ca’ Rossa. Presenti allo spettacolo diciassette classi: dodici delle elementari e cinque delle medie. Le luci si spengono. Entra in scena un magnifico toro bianco, animale sacrificale a Poseidone, voce narrante della pièce: “La storia che vedrete ha inizio molto tempo fa, in un tempo in cui gli uomini combattevano con le spade e vivevano grandi avventure. Siamo a Creta, un’isola della Grecia. Il re di quest’isola si chiama Minosse …” La fabula è il mito di Arianna, Teseo e il Minotauro. Gli ingredienti noti ci sono tutti: il filo, il labirinto, le sette fanciulle e i sette giovani da dare in pasto ad Asterio, la sosta all’isola di Nasso, le vele nere, … compresi i mitologici colpi di scena: l’abbandono di Arianna, la dimenticanza di Teseo di cambiare le vele al suo ritorno ad Atene, l’incontro di Arianna con Dioniso. Piacevoli le soluzioni sceniche funzionali allo svolgersi del racconto e alla partecipazione attiva dei piccoli spettatori: gli attori percorrono tempo e luoghi in successione ben ritmata – i personaggi crescono, viaggiano, pensano, agiscono – il tempo si ferma nelle loro meditazioni, accelera nelle azioni, passa nelle ellissi e i luoghi cambiano con semplici variazioni degli allestimenti. Il tutto arricchito da accattivanti lampi di attualità carichi di divertenti allusioni che agganciano il racconto al presente; un esempio: la musica della colonna sonora de’ “I Pirati dei Caraibi” mentre Teseo veleggia verso Creta. Nel totale: brillante la regia, divertenti i giochi scenici, bravi gli attori. (Diciottesima replica da Luglio 2007). Vale la pena aggiungere, alla presentazione dello spettacolo, le condizioni che l’hanno reso realizzabile. Da sempre l’Associazione Ca’ Rossa si è impegnata a promuovere l’esperienza dell’arte del palcoscenico alle nuove generazioni. Infatti, i due giovani attori hanno cominciato dieci anni fa, quando non ancora adolescenti, per la prima volta si sono trovati ad esperire i laboratori posti in essere dall’Associazione in collaborazione con le Scuole Medie e il Comune di Pianoro (BO) sotto la guida di Rossella Dassu. E così, si sono formati nella prassi del teatro: nell’impegno di lavorare su sé stessi, interiormente e profondamente, ovvero sulla capacità di individuare i sentimenti, di riconoscerli, di nominarli e sulla competenza, poi, di interpretarli e trasmetterli attraverso il linguaggio teatrale. Terminata la rappresentazione i bambini e i ragazzi hanno potuto formulare domande agli attori, così ai loro occhi, non è apparso solo un piacevole spettacolo, ma anche il “dietro le quinte”.
Annalisa Righi |
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