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di Philippe Aractingi con Nada Abou Farhat, Georges Khabbaz uscita prevista: 18 aprile 2008 Il libanese Philippe Aractingi trasforma il dolore per la sua terra lacerata dalle ostilità in vibrante materia narrativa, trovando un punto d’incontro tra realtà e finzione. I luoghi sono infatti veri, la devastazione mostrata è quella del Libano subito dopo l’attacco israeliano contro Hezbollah nell’estate del 2006. Così come tutti i personaggi di contorno (rifugiati, giornalisti, militari, religiosi). Il racconto e i due protagonisti appartengono invece alla finzione cinematografica. Due giorni dopo il “cessate il fuoco”, il regista si è recato nel paese distrutto dai bombardamenti insieme a una troupe ridotta per dare voce al suo sgomento. La storia vede interagire una donna, la bella e ricca sciita Zeina che torna nel suo paese per recuperare il figlio dopo essere emigrata a Dubai, e un uomo, il taxista cristiano Tony, che accetta di accompagnarla, dietro lauto compenso, nella sua difficile e pericolosa ricerca. La iniziale diffidenza si trasformerà prima in solidarietà e poi in affetto. Una speranza in un mondo che sembra avere smarrito le coordinate del buon senso e dove la guerra viene mostrata non tanto nelle decisioni dei grandi, quanto nel triste destino dei piccoli. Di forte impatto emotivo, il film si configura come un efficace atto d’accusa contro tutti i conflitti. In questo senso ha più di un punto in comune con “Redacted” di Brian De Palma (sulla guerra in Iraq, dal 21 marzo su Sky senza passare nelle sale), con la differenza che il film di De Palma sembra speculare ambiguamente sulla realtà per forzare un punto di vista, mentre l’intensa opera di Aractingi, pur giocando anch’essa sulla contrapposizione tra verità e finzione, evita inutili ambiguità sull’utilizzo del mezzo cinematografico (non ci si domanda mai cosa è vero e cosa non lo è) e arriva con più sincerità a colpire dritto al cuore. Luca Baroncini Non pensarci di Gianni Zanasi con Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston, Anita Caprioli uscita prevista: 4 aprile 2008 Presentare un film, soprattutto se italiano, a un festival prestigioso come quello di Venezia può essere un’arma a doppio taglio. La stampa, infatti, sembra a caccia solo di superlativi e i “capolavori”, ma prevalentemente le stroncature, si alternano senza troppe sfumature. Proprio quest’anno un film non privo di interesse come “Il dolce e l’amaro” di Andrea Porporati è stato uniformato alla poca riuscita degli altri due titoli in concorso (il pretenzioso “Nessuna qualità agli eroi” e il didascalico “L’ora di punta”). È andata molto meglio all’opera di Gianni Zanasi “Non pensarci”. Con lo stesso fervore, infatti, questa volta però in positivo, la critica più blasonata si è accesa di entusiasmo, ancora una volta esagerando. Non che il film sia da buttare, anzi, ma è una commedia un po’ sgangherata che affronta la realtà di provincia impostando situazioni problematiche per poi risolverle in modo un po’ troppo consolatorio. Si racconta del ritorno in famiglia del trentaseienne Stefano Nardini, dopo la giovinezza spesa nel tentativo di diventare una star del rock indipendente. Il tempo dei bilanci si incontra/scontra con la quotidianità del nucleo familiare: il padre, reduce da un infarto, gioca a golf, la madre segue seminari di yoga, la sorella lavora in un parco acquatico come addestratrice di delfini e il fratello maggiore si occupa dell’azienda di famiglia, che produce ciliegie sotto spirito. Il tentativo di Stefano di non uniformarsi si scontrerà con rigidità e stereotipi e alla fine ognuno continuerà il suo cammino con un po’ di consapevolezza in più e un po’ di livore in meno. Piacevole, raccontato con brio, il film si sviluppa come una commedia che tenta di dare voce con leggerezza a un malessere contemporaneo. Il risultato si affida a luoghi comuni e alle solite macchiette, ma l’efficacia di alcune battute (finalmente si ride di gusto) riscatta scelte narrative abbastanza banali che si limitano a grattare la superficie dei conflitti messi in scena. In un cast azzeccato, anche se spesso sopra le righe, trova rilievo Valerio Mastandrea in un ruolo che sembra scritto apposta per lui. Lontano dagli entusiasmi, ma anche dalle critiche distruttive, a fare capolino è l’aggettivo “carino”. Luca Baroncini di Sam Garbarsky con Marianne Faithfull,Miki Manojlovic Questo film inglese, di produzione interamente europea (Gran Bretagna, Belgio, Francia, Germania e Lussemburgo), nonché mista (canali e reti TV, cinema), racconta di una nonna (Marianne Faithfull), che per amore del nipotino, che deve sottoporsi (altrimenti morrebbe) ad una cura in Australia, accetta di prestarsi a lavorare come “aiutante” all’atto autoerotico maschile. Senza psicologismi, ma anche senza nessuna pornografia (pornografia sarebbe, etimologicamente, esibizione di prostitute, ma ormai è l’esibizione smodata di sesso), il film rifiuta anche ogni moralismo à la Paul Schrader (regista USA che ha dedicato vari film alla produzione di cinematografia porno). “Irina Palm” è film che fa riflettere su una società, quella inglese del “laburista” Gordon Brown, degno successore di Tony Blair, che non dà, a chi non ne ha i mezzi, neanche la possibilità di curarsi per salvare la propria vita... E’ quindi film politico, forse non meno di quelli di Ken Loach, per rimanere alla Gran Bretagna. Il regista e co/sceneggiatore Garbarsky fa risaltare le figure dei due protagonisti, con una Faithfull imbruttita ed invecchiata ad arte (le magie del trucco), dolente e al tempo stesso ironica, e un Manojlovic (il “datore di lavoro” di Irina) che dapprima fa il duro, poi si svela un buono, tra l’altro innamorato di Maggie detta Irina (nome d’arte), intenso con e senza la maschera del “cattivone”. Impegno sociale, con una recitazione “stanislawskijana”, quindi di parziale identificazione con il ruolo: una combinazione curiosa, strana. Il tutto con uno stile rigoroso, evitando effetti cinematografici, movimenti di macchina esagerati etc., il che non induce alcuna noia nello spettatore, però; a dimostrazione del fatto che non occorre cadere nello sperimentalismo per non essere teatrali o televisivi; anzi. Ma, in più, c’è un fatto produttivo importante e sconcertante: il film, che nelle città passa nei cinema d’essai (se l’espressione vale ancora), è già distribuito come video. Dove poi è difficile censurare chi preferisce vedersi i film a casa, per non uscire e andare al cinema... Proprio un film che avrebbe bisogno di comunicazione, di comunione con gli altri nel vederlo /esaminarlo, viene invece proposto anche (e forse prioritariamente) nel solipsismo delle segrete stanze, senza considerare il fatto tecnico che comunque “stacca” la TV dal cinema. Un ulteriore motivo per rimeditare sulla funzione e la divisione del lavoro nello spettacolo, specialmente oggi, nell’epoca della “confusione dei segni”. Eugen Galasso
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud Persepolis è il titolo di un fumetto scritto e disegnato da Marjane Satrapi, un’illustratrice iraniana di libri per bambini, che vive e lavora in Francia. Ora è anche un delizioso film d’animazione di tipo minimalista, ma ricco di dettagli, quasi totalmente in bianco e nero con pochissime scene a colori, vincitore del premio della giuria al festival di Cannes 2007. E’ la storia di un paese visto attraverso gli occhi di una bambina prima, e di una donna dopo, Marjane Satrapi , che con grande sensibilità e ironia riesce a restituire i momenti drammatici della sua vita utilizzando un disegno semplice, comunicativo e divertente. L’Iran è un paese oppresso prima dallo Scià e poi dai guardiani della rivoluzione, i Pasdaran che, giunti al potere, esercitano un forte controllo sulla vita privata dei cittadini, quasi maggiore di quello attuato dalla polizia dello Scià. La protagonista, una bambina che corre per la casa inneggiando a Che Guevara, trascorre l’infanzia in Iran in una famiglia borghese e progressista, accompagnata dai racconti di prigionieri politici come suo nonno e suo zio. Educata a fare sempre scelte etiche dalla nonna, donna forte e coraggiosa, e dalla mamma che le inculca ideali femministi in una società fortemente maschilista. Tutto ciò fa di Marjane una ragazza insofferente alla tirannia esercitata in Iran soprattutto sulle donne, una ragazza che non si esime dal ribellarsi. I genitori temendo per la sua incolumità la convincono ad abbandonare l’Iran e recarsi in Europa, a Vienna. Si ritrova a vivere da sola e in esilio i problemi dell’adolescenza ed i pregiudizi del mondo occidentale che non è pronto ad accogliere la diversità. La nostalgia della sua terra la farà ritornare a casa, ma il dramma non è finito, non riesce ad adattarsi e continua a combattere le ipocrisie. E’ un film piacevole, triste e divertente nello stesso momento, intelligente ed originale che fa comprendere le difficoltà dell’esistenza di chi lo ha ideato.
Lucrezia Avitabile |
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