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Lo strapotere del governo statunitense sta per finire. Anche l’Unione Europea non sta troppo bene. E in Italia siamo al delirio. Dove si vuole arrivare? Con questa domanda, rimasta per ora senza risposta, chiudevamo l’articolo di fondo dello scorso numero di Cenerentola. Ci riferivamo alla situazione politica italiana, al singolare comportamento di partiti che sembrano far di tutto per non vincere le, ormai prossime, elezioni. Era chiaro tuttavia (e lo rimane) che, se si vuole tentare di capire cosa ci aspetta, occorre innanzitutto comprendere quale è il quadro internazionale entro cui ci muoviamo. E’ molto probabile che lo strapotere del governo statunitense stia per finire. E questo non perché non disponga di una forza militare schiacciante, ma perché non può permettersi di mandare al massacro decine di migliaia di uomini. E’ questo il suo punto debole (dal punto di vista militare): la vita per noi “occidentali” è un bene troppo importante per metterla a repentaglio e, inoltre, in numero sempre crescente, non crediamo più in un’esistenza dopo la morte che ci possa consolare della perdita di quella terrena. Non è un caso che, come segnalavamo nel novembre 2006, il governo degli USA fosse stato, già allora, costretto ad inviare nel deserto dell’Irak un battaglione di Eschimesi! Le cose, da quelle parti, vanno assai male, e in Afghanistan anche peggio. Di pari passo si indebolisce l’economia statunitense: il dollaro, fino a ieri imposto come moneta di scambio a prescindere dal suo valore reale, perde terreno. L’Europa, al momento, ne esce avvantaggiata o, perlomeno, riesce a limitare, grazie al favorevole cambio dell’euro con il dollaro, i danni che le deriverebbero dal continuo aumento del prezzo del petrolio e delle materie prime. E’ ovvio però che il gioco non può andare avanti all’infinito. Probabilmente, se si decidesse di utilizzare l’euro al posto del dollaro negli scambi internazionali, finirebbe subito. E i governi europei non hanno la forza militare necessaria per prendere il posto di quello statunitense. Dunque se New York piange, Bruxelles non ride. L’opinione pubblica europea sembra consapevole (più probabilmente, intuisce) che la possibilità di mantenere inalterato il proprio standard di vita è in buona parte legata alla forza militare: e, coerentemente, si sposta a destra. Il dibattito, in sostanza, è tra chi preme per un maggior protagonismo dell’Unione Europea e chi per un allineamento con gli Stati Uniti. E sembra ragionevole pensare che i rappresentanti delle due tendenze troveranno, come già è accaduto in passato, un compromesso. Non deve illudere la (risicata) vittoria elettorale del centrosinistra in Spagna: quel furbone di Zapatero è lo stesso che, all’indomani del promesso ritiro delle truppe spagnole dall’Irak, ne dislocò altre in Afghanistan. Quanto al calo di consensi cui sembra soggetto Sarkozy in Francia, è probabile sia da attribuire alla saturazione causata dalla noiosa insistenza della stampa sulla sua relazione con Carla Bruni, piuttosto che a un giudizio negativo sulla sua politica. In Italia “la Repubblica”, il più influente quotidiano del centrosinistra, batte la grancassa: parlando delle prossime elezioni politiche afferma che Veltroni è in rimonta rispetto al favorito Berlusconi, che la riconferma di Zapatero è di buon auspicio per il Partito Democratico, che anche Sarkozy è in declino, e via dicendo. Può darsi. A noi pare che Scalfari e i suoi amici, che (per motivi più che altro professionali) non possono vedere Berlusconi, siano più veltroniani di Veltroni. Quest’ultimo, infatti, non sembra avere troppa voglia di vincere; probabilmente gli basta conquistare il numero di consensi sufficiente per costruire, insieme a Berlusconi e Casini, un grande centro, un’aggregazione che possa far digerire agli Italiani qualsiasi cosa (come minimo un ulteriore impoverimento effettuato senza intaccare i privilegi delle classi dominanti, più probabilmente anche un maggior coinvolgimento nella guerra che l’Occidente sta combattendo contro le nazioni emergenti). Ci aspettano tempi duri: tempi nei quali chiunque si opponga alle manovre dei potenti sarà accusato di essere un fiancheggiatore di non meglio precisati “terroristi”; tempi nei quali chiunque parli di eguaglianza sarà accusato di opporsi al giusto riconoscimento del “merito” (consistente nell’inchinarsi al passaggio dei padroni di turno); tempi nei quali chiunque parli di solidarietà sarà accusato di demagogia. E noi ribadiamo i nostri obiettivi: libertà, eguaglianza, solidarietà (redazionale)
Chi, negli Stati Uniti, pensava di potersi impadronire facilmente del petrolio irakeno aveva fatto male i conti. Secondo i calcoli del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, nel 2008 gli USA spenderanno, per la guerra, 8 miliardi di euro al mese. Una bella sommetta, con la quale si potrebbero fare tante belle cose... Ma questo non importa più di tanto al governo statunitense: ciò che gli importa è bloccare l’espansione economica della Cina. Che, nel frattempo, sovvenziona la sua guerra facendosi cedere, in cambio, pezzetti di economia americana. Seduta in riva al fiume, aspetta di veder passare il cadavere del suo nemico. (redazionale) In Afghanistan, invece, stando a ciò che dicono i politici italiani, che continuano a spendere i nostri soldi in missioni “umanitarie”, la guerra è finita da un pezzo: nel 2007, infatti, sono morte, a causa degli attacchi dei “terroristi”, “solo” ottomila persone. E, per i vivi, le condizioni non sembrano essere migliorate in modo significativo. Secondo John Ryan, autore di un lungo articolo recentemente pubblicato su Global Research, «Ci sono pochi segnali di reale cambiamento e sotto molti aspetti la situazione è peggiorata. Oltre a qualche miglioramento a Kabul, poco è stato fatto per ricostruire le infrastrutture del paese, che sono state quasi completamente distrutte nei vent’anni di guerra. Circa la metà della popolazione è disoccupata. Quasi tutti i contadini lottano per la sopravivenza e qualcuno ricorre alla coltivazione del papavero da oppio e per la produzione dell’eroina, che vengono lavorati ed esportati all’estero dai signori della guerra e dai loro agenti – con poche interferenze da parte delle forze USA, dell’esercito o della polizia afghana che invece, di tanto in tanto, minacciano i contadini. L’Afghanistan produce attualmente circa il 90 per cento dell’oppio di tutto il mondo. Parte di esso viene distribuito da Albanesi del Kosovo – un altro Stato “liberato” dagli Americani. (…). Appena il regime talebano è stato rimosso, molte donne afghane hanno festeggiato buttando via i loro burqa – ora solo qualche anima coraggiosa a Kabul osa farsi vedere senza burqa. La sharia, con solo qualche lieve cambiamento, è ancora in vigore. Sotto i temuti talebani, almeno alcune strade e villaggi erano sicuri, sia per gli Afghani che per gli stranieri, mentre ora l’assenza della legge, la paura e il caos della metà degli anni ‘90 sono tornati. Che cosa sta succedendo qui? In realtà le condizioni attuali non rappresentano affatto una sorpresa, giacché il nuovo governo e i suoi funzionari, benché presumibilmente eletti, è formato nella stragrande maggioranza da vecchi mujahidin, molti dei quali accusati di aver orchestrato massacri, torture, stupri di massa e altri crimini di guerra». (redazionale) La crisi originata dallo scoppio della bolla immobiliare americana, con l’emergere delle insolvenze sui mutui suprime, sta determinando, tra gli altri effetti, sostanziali sconvolgimenti nel comportamento dei grandi investitori. Fino a qualche giorno fa faceva notizia il continuo ed impressionante rialzo delle quotazioni delle commodities: petrolio, materie prime, prodotti agricoli. Tuttavia, il dato più saliente non è tanto nei record toccati dai prezzi di questi prodotti, quanto l’estrema variabilità (in gergo “volatilità”) registrata, con apprezzabili cambiamenti di valore nell’arco di pochi giorni. Queste perturbazioni hanno, inoltre, importanti conseguenze sulla nostra vita quotidiana. L’innalzamento delle quotazioni dei cereali si sta riflettendo su pane e pasta. L’aumento del prezzo del petrolio, oltre a spingere verso l’alto il costo della benzina che acquistiamo per alimentare le automobili, comporta spiacevoli conseguenze su quasi tutti i prodotti che compriamo, visto che in Italia il trasporto delle merci avviene in buona parte su gomma. Ma perchè la tempesta che ha investito i mercati finanziari si sta spostando anche su quelli delle materie prime e dei prodotti agricoli? Alla ricerca di un porto sicuro In effetti, a partire dall’agosto dell’anno scorso, quando i mercati finanziari hanno cominciato a crollare sotto il peso della crisi subprime, chi aveva della liquidità da investire ha cominciato a cercare nuove destinazioni per il proprio denaro. Come spesso avviene in questi casi, il primo porto in cui dirigersi per trovare riparo dalla bufera finanziaria è stato quello dei titoli di Stato. Treasury Bond americani, Bund tedeschi, Bpt italiani e altre emissioni sovrane sono stati acquistati massicciamente. Il concetto era “renderanno poco, ma sono sicuri!”. Generalmente, i finanzieri scelgono questo genere di investimenti solo per il tempo necessario affinché torni la calma sui mercati finanziari. Dopodiché si torna ad investire o, per essere più precisi, a speculare. Il problema è che, alla luce della gravità di questa crisi, il bel tempo sui mercati finanziari non è ancora tornato. Però, i grandi investitori hanno la necessità di far fruttare il denaro e non si possono accontentare del rendimento di un Bot: quello va bene per un pensionato. A tutto ciò va aggiunto un fenomeno di natura monetaria. Per molti motivi, tra cui il profondo deficit della bilancia commerciale Usa con l’estero, il dollaro ha imboccato con decisione un sentiero di forte deprezzamento. La svalutazione del biglietto verde, accentuata dai ribassi dei tassi di interesse decisi dalla Federal Reserve per scongiurare il fallimento delle grandi banche americane, ha avuto un effetto determinante sulle quotazione delle materie prime. Come sappiamo, i prezzi internazionali sono espressi in dollari. Ecco quindi che gli investimenti speculativi, per timore di un dollaro destinato ad indebolirsi ulteriormente, si sono trasferiti sulle materie prime in genere e sul petrolio in particolare. Certo, il prezzo del greggio e di altri prodotti sale anche per effetto della crescita delle economie asiatiche. Ma i record toccati nelle ultime settimane sono dovuti all’azione di grandi investitori alla ricerca di lucro finanziario.
Chi arriva e chi parte Ecco spiegato il motivo per cui man mano che la crisi si avvitava su sé stessa e le borse di tutto il mondo continuavano a scendere come un barometro all’arrivo di una tempesta, i prezzi di petrolio, oro, mais, rame, soia, etc. hanno inanellato sempre nuovi record. La situazione peggiora e arriva il lunedì nero dei mercati azionari, il 17 marzo scorso. Un paio di giorni prima, la quinta banca d’investimento degli Stati Uniti, Bear Stearns, drammaticamente a corto di liquidità, veniva acquistata da J.P. Morgan, dietro esplicita richiesta della Federal Reserve. A quel punto avviene qualcosa di strano. Le quotazioni di molte materie prime smettono di crescere e, in diversi casi, si registrano dei cali di prezzo. Il petrolio qualità Wti, che era arrivato a 111,80 dollari a barile, tracolla a 105,68. Il Brent, petrolio del Mar del Nord, si muove in parallelo, scendendo del 4,2%. Tra i metalli non ferrosi, trattati al London Metal Exchange, i ribassi oscillano tra il 4% e il 6%. Uguale andamento per cacao, cotone, cereali, semi di soia. Il caffè e lo zucchero precipitano a -10%. Ma come? Non era la terra promessa degli investimenti di chi sa come vanno le cose? Sorprese vengono anche da un altro fronte. Il Btp italiano, salito di valore come gli altri titoli di Stato dopo la crisi di agosto, comincia a perdere terreno nei confronti del fratello tedesco, il Bund. Per un Buono del Tesoro Poliennale, l’Italia deve corrispondere un interesse di 70 centesimi più alto di quello riconosciuto dalla Germania. Lo stesso, anche se con valori più contenuti, accade ai titoli francesi, spagnoli e greci. Cosa sta succedendo? Quello che era, in fin dei conti, prevedibile. I ribassi delle materie prime e l’aumento dello spread tra i titoli di Stato italiani e tedeschi sono il frutto di massicce vendite operate sui mercati. Questo effetto può essere stato determinato solo dall’azione di importanti operatori. È la crisi di liquidità che comincia a “mordere”. Le banche e gli hedge fund (come Carlyle) in difficoltà, per procurarsi denaro, devono vendere quello che hanno. Gli istituti più provati dalla crisi sono quelli che più possiedono titoli collegati ai mutui subprime. Ma questi titoli non li vuole più nessuno, sono invendibili. Perciò, per far cassa, devono alleggerirsi di quello di sacrificabile che hanno in portafoglio. Ossia, titoli di Stato delle nazioni europee più deboli e opzioni sulle commodities. Cosa dobbiamo aspettarci nel futuro? Difficile da dire. Le recessione dell’economia Usa, ormai data per scontata, si riverbererà anche sul Vecchio Continente e, con tutta probabilità, influenzerà anche la congiuntura asiatica. Dove la Cina rischia un crisi di sovracapacità produttiva. Quando l’economia rallenta si produce meno e servono meno materie prime. L’esplosione della bolla subprime sta cambiando drasticamente il quadro economico e finanziario mondiale. In questo contesto, sarà un po’ più difficile far denaro attraverso la finanza. Conterà di più il mondo reale, con un salutare “ritorno” alle attività produttive. Sarebbe anche auspicabile che il reddito premiasse il fattore lavoro, troppo a lungo sacrificato sull’altare di un malinteso progresso. Toni Iero In occasione del Centenario dello Sciopero Agrario di Parma, la sezione dell’Unione Sindacale Italiana del capoluogo unitamente alla RDB-CUB, ha disposto un programma commemorativo degli eventi che caratterizzarono quei drammatici cinquantasei giorni parmensi del 1908. Per comprendere meglio i fondamentali del disegno di questo momento rievocativo e di analisi, ne abbiamo parlato con Massimiliano Ilari, uno degli organizzatori, nonché ricercatore storico e membro della Commissione Internazionale dell’USI, che ci ha illustrato le coordinate significative attorno alle quali questa manifestazione si realizza e che qui riferiamo in sintesi. Il percorso, articolato in quattro giornate, nasce dall’idea degli organizzatori di ricordare gli avvenimenti di cento anni fa, e tutto ciò che ne è conseguito, attraverso una prospettiva storiografica, oltre che militante, tale da offrirsi come momento di riflessione e confronto aperto ad una pluralità di persone. Gli incontri previsti sono: 29 Marzo, 18 Aprile, 1 Maggio, 20 Giugno. Per la giornata inaugurale del 29 Marzo alle ore 14,30 presso la Sala dell’Istituto Storico della Resistenza di Parma è previsto un Convegno dove Massimiliano Ilari insieme ad altri studiosi di storia - Giorgio Sacchetti dell’Università di Trieste, Umberto Sereni professore di Storia Contemporanea all’Università di Udine, Valerio Cervetti, Roberto Spocci e Andrea Zini - si troveranno per approfondire i temi del Sindacalismo Rivoluzionario, della nascita dell’USI e delle lotte sindacali di fine ottocento e dei primi del novecento. Il 18 Aprile, Assemblea Pubblica: riflessioni sul senso del sindacalismo di base oggi, e sui motivi preferenziali di scelta rispetto a quello confederale. Fortemente evocativo è il terzo incontro del 1 Maggio. Partenza di un corteo da Borgo del Naviglio, quartiere storicamente simbolico: fu anche su quelle strade che gli Arditi del Popolo nel 1922 eressero le barricate contro i fascisti, ma soprattutto fu su quei selciati che caddero i morti. Quindi Comizio nella Piazza del Partigiano e chiusura della giornata in una piazzetta della Parma storica per un momento di festa con pranzo collettivo e musica. E’ importante, come ricorda Ilari, sottolineare il valore simbolico di questa giornata per la memoria storica del Sindacalismo di Base perché, anche se non si può dire che gli anarco-sindacalisti siano la diretta conseguenza del Sindacalismo Rivoluzionario o degli avvenimenti di Parma, è vero che nella loro azione tentano di rivivere le rivendicazioni sindacali con le stesse modalità radicali e di autonomia dai partiti. Inoltre, non bisogna dimenticare che, durante lo Sciopero Agrario, la CGdL inviò ad un certo punto una circolare ai propri iscritti invitandoli a non sostenere gli scioperanti e che, la Camera del Lavoro di Parma, già sede dal 1907 dei Sindacalisti Rivoluzionari, fu tra il 1909/10 promotrice di quelli che divennero i Comitati Nazionali della Resistenza, poi Comitati Nazionali di Azione Diretta, che sfociarono nel 1912 nella costituzione dell’USI. 20 Giugno, giornata conclusiva: sia della Commemorazione sia dello Sciopero Agrario. Nel 1908 la forza militare fece irruzione nella Camera del Lavoro di Parma, distruggendone i locali, arrestandone i funzionari e molti altri. Oggi una bicchierata in onore ed in ricordo della solidarietà e dell’unità nel sacrificio di venticinquemila lavoratori che - per quasi due mesi - resistettero sotto le bastonate, in mezzo alle strade, senza sostentamento alcuno, per rivendicare i propri diritti contro lo sfruttamento dei lavoratori. Interessanti anche le iniziative a corollario: una mostra storica e la stampa di un giornale - numero unico commemorativo - con approfondimenti e analisi sull’attualità. (Si segnalano due interessanti articoli a firma Massimiliano Ilari e Massimo Salsi rispettivamente sulle radici del movimento dei lavoratori e riflessioni sul capitalismo di ieri e di oggi). Ed è proprio con una riflessione personale sulle correlazioni tra il capitalismo di ieri e di oggi che si desidera concludere. C’erano una volta: la borghesia agraria, l’emigrazione, i braccianti, il trasformismo, le politiche sociali di Giolitti. Ci sono oggi: gli imprenditori, l’immigrazione, i precari, la globalizzazione, le delocalizzazioni, la “concertazione”. Da una parte la gran massa di lavoratori, dall’altro il mondo degli affari. Da una parte gli interessi delle imprese (oggi multinazionali), dall’altra parte quelli dei lavoratori. Come dire, le figure e i rapporti tipici dell’economia capitalistica sono sempre uguali, perché continuano ad erigersi sullo stesso spazio d’ordine che è quello del Capitale. «Poiché il fine della produzione capitalistica (e quindi del lavoro produttivo) non è l’esistenza dei produttori, ma la produzione di plusvalore, ogni lavoro necessario che non produca pluslavoro è, per la produzione capitalistica, superfluo e privo di valore. […] L’ideale supremo della produzione capitalistica – in corrispondenza all’aumento relativo del prodotto netto – è di ridurre il più possibile il numero di coloro che vivono di salario e di aumentare il più possibile quello di coloro che vivono di prodotto netto [plusvalore]». (K. Marx, Il Capitale: Libro I capitolo VI inedito, Firenze, La Nuova Italia, 1977, pp. 84 -87). Ed è sul “plusvalore” che bisognerebbe soffermare il pensiero.
Annalisa Righi
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