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Il documentario italiano: la possibile rivincita del cinema made in Italy
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di Paco Plaza e Jaume Balaguerò con Manuela Velasco, Ferran Terraza, Jorge-Yamam Serrano uscita prevista: 29 febbraio 2008 Il genere horror è uno dei più gettonati da un’industria che punta prevalentemente al pubblico dei teen-ager. L’abbondanza, però, non è sempre sinonimo di qualità, anzi, sono sempre di più i titoli che promettono brividi ma riservano sbadigli. REC non rientra tra questi. Il film di Paco Plaza e Jaume Balaguerò riesce infatti a insinuarsi in quella zona d’ombra che alberga in ognuno di noi e a scuoterla. Le premesse non erano delle migliori. Paco Plaza aveva diretto il fiacco “Second Name” e Balaguerò, dopo l’interessante “Nameless”, con i successivi “Darkness” e “Fragile” si era affidato per lo più al potere persuasivo degli effetti sonori in Dolby Surround e ai repentini stacchi di montaggio. Con REC, che indica il tasto di registrazione presente sulle telecamere manuali, i due riescono invece, con la complicità di una sceneggiatura perfettamente calibrata, a creare un’atmosfera credibile e una progressione incalzante. Alla base del soggetto ci sono una giornalista ambiziosa e il suo fido cameraman, che per una televisione locale filmano in diretta l’attività quotidiana di persone al lavoro. In una serata che sembra come tante si affiancano a una squadra di Vigili del Fuoco per documentare le ore di attesa, le chiamate improvvise, le eventuali situazioni di pericolo. Il primo intervento è per liberare una signora rimasta intrappolata in casa, ma quella che sembra routine si trasformerà in un vero e proprio incubo. Rivelare di più sarebbe togliere sorpresa, e quindi possibilità di partecipazione, al pubblico. La particolarità della regia è che ciò che lo spettatore vede è quello che il cameraman riprende per la tv locale. Uno stratagemma che trasmette tutta la contingenza della situazione abilmente messa in scena, creando un crescendo quasi insostenibile. Chi non sopporta traballamenti e sgranature della macchina da presa a spalla si dovrà ricredere, perché per una volta non si tratta del vezzo di un autore in crisi creativa, ma di una vera e propria esigenza narrativa. Più interessante per il “come” piuttosto che per il “cosa” (come l’affine “Cloverfield”), il film è un’ulteriore conferma del fermento in atto nella cinematografia spagnola. Un ritorno al cinema di “genere” che manca nella produzione italiana, schiava di un pubblico il cui unico riferimento è diventato il piccolo schermo della tv. Invece REC riesce a partire da un linguaggio televisivo (le riprese da inchiesta giornalistica) e a trasformarlo in cinema.
Luca Baroncini Water Horse - La leggenda degli abissi di Jay Russell con Emily Watson, Alex Etel, Brian Cox, Ben Chaplin uscita prevista: 14 marzo 2008 Suonerebbe un po’ retorico affermare che nel passato, quando la tecnologia non poteva ancora tutto, i film fantastici funzionavano di più. Eppure un po’ di vero c’è. Perché dovendo centellinare la presenza del mostro di turno, si era inevitabilmente portati a curare di più l’atmosfera, la preparazione del momento in cui l’attesa veniva fugacemente soddisfatta, lasciando molto all’immaginazione dello spettatore e a paure inconsce finalmente allo scoperto. Ora, invece, e il film di Jay Russell ne è una prova, si può fare un film sul mostro di Loch Ness mostrando la creatura lacustre fin da subito e in tutti i suoi stadi evolutivi con dovizia di particolari. Il risultato, se colpisce razionalmente per la capacità della computer grafica di dare credibilità e concretezza a personaggi completamente di sintesi, lascia però freddini a livello emozionale. La colpa, occorre sottolinearlo, non è certo della Weta, la società neozelandese che ha creato Gollum per la trilogia de “Il Signore degli Anelli” e l’ultimo riuscito “King Kong”, quanto piuttosto di una regia più attenta all’interazione tra reale e virtuale che non al lato umano e di una sceneggiatura pedestre. Gli sviluppi si susseguono infatti rispettando esattamente i tempi e i modi che ci si aspetta: buoni sentimenti a profusione, assenza di ombre, con buoni e cattivi facilmente riconoscibili, valori solidi da tramandare (eroismo, spirito di sacrificio, solidarietà) e qualche lezioncina da impartire sull’importanza dell’amicizia e dell’amore. Il tutto condotto con molta professionalità, ma senza quei sussulti in grado di elevare il risultato da “film per famiglie” a “film per tutti”.
Luca Baroncini di Sean Penn con Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Jena Malone Tratto, a quanto pare, da una storia vera, il film narra le avventure di un giovane laureato, di famiglia benestante, che abbandona la vita agiata cui sembrava destinato alla ricerca di sé stesso (ci dicono i critici), di guai (direbbero altri), più probabilmente di essenzialità (mi verrebbe da pensare). Di mezzo, però, c’è anche un rifiuto della famiglia o, quantomeno, dell’ipocrisia di una famiglia borghese. Fatto sta che il giovane in questione, disfattosi dei propri averi, prima affronta un viaggio attraverso gli Stati Uniti, poi si reca, da solo, nell’estremo nord del continente, dove cerca di vivere di caccia e raccolta. Un anarchico? Sì, sempre a detta dei critici. In realtà il nostro eroe non sembra particolarmente interessato alla questione sociale. E anche la libertà che cerca sembra essere piuttosto una libertà interiore: più che Malatesta, ricorda Francesco d’Assisi. Ma è un Francesco, nel bene e nel male, molto americano, nel quale convivono tutti i miti statunitensi: il mito del viaggio “on the road” (sulle orme di Woody Guthrie), il mito dei pionieri (ricordando trappers e mountain-men), il mito dell’uomo che “si è fatto da solo”, il rapporto diretto con la natura selvaggia, il rapporto diretto con la divinità. Insomma, c’è proprio tutto ciò che può eccitare la fantasia di uno Statunitense, e non solo di quelli “alternativi”. Una pellicola da vedere? Non è brutta, anche se il finale poteva essere abbondantemente tagliato, con grande vantaggio dello spettatore. Belli i panorami, non eccelse le interpretazioni.
Lucrezia Avitabile
di Antonello Grimaldi con Nanni Moretti, Alessandro Gassman, Valeria Golino, Isabella Ferrari Non sempre Nanni Moretti è all’altezza della propria fama: nei film prevalentemente comici, quelli che l’hanno portato al, pur meritato, successo, è spesso ripetitivo e talvolta decisamente antipatico; in quelli di denuncia risulta forse eccessivamente didascalico. E’ in quelli tragici (come l’indimenticabile “La stanza del figlio”) che, a mio parere, dà il meglio di sé. “Caos calmo” rientra tra quest’ultimi, ma ha il pregio di riuscire anche a far ridere, e di gusto, pur narrando di un manager che, proprio nel giorno in cui salva dall’annegamento una sconosciuta, perde la moglie, e che non riuscirà, per molto tempo, a superare il terribile trauma. Il manager, naturalmente, è Nanni Moretti, che si esibisce in una grande interpretazione, tutta incentrata sul dolore costituito dalla perdita della compagna e sul rapporto con la piccola figlia. Intorno ruotano gli altri personaggi: il fratello così diverso da lui e così amato dalla figliola (Alessandro Gassman), la cognata depositaria delle confidenze della moglie (Valeria Golino), i colleghi le cui vite sono travolte da un processo di fusione tra imprese, l’insegnante, la sconosciuta salvata dalle onde, i passanti testimoni delle sue vicende. Verso il finale, l’ormai famosa scena di sesso che ha scandalizzato la chiesa cattolica al punto di accusare quel moralista di Nanni Moretti di corrompere l’italica gioventù. Che dire? Non è niente di molto diverso da ciò che si vede quotidianamente in televisione. Quello che, casomai, si potrebbe osservare a proposito è che, nell’economia del film, la scena risulta piuttosto inutile, non se ne comprende l’importanza ai fini della narrazione. Chi ha letto il libro di Sandro Veronesi (premio Strega 2006), dal quale la pellicola è stata tratta, ci assicura che, invece, nel testo le cose non funzionano così. E, non avendolo letto, non posso fare altro che credergli. Lucrezia Avitabile Il documentario vive oggi una rinascita molto interessante che ha risvegliato l’attenzione della critica e del pubblico. A partire da Michael Moore che nel 2004 vince la Palma d’oro a Cannes con Fahrenheit 9/11, passando per Viva Zapatero! della Guzzanti e L’Orchestra di Piazza Vittorio di Ferrente, i film documentari arrivano nelle sale e incassano al botteghino. Il mercato è piccolo ma vitale, gli autori numerosi e il pubblico attento: una ricerca del 2006 dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale conta 250 imprese operanti nel settore per un totale di 500 autori e 3000 operatori, un mercato che fattura 50 milioni di euro all’anno. Potrebbe forse partire da qui la rinascita del mercato audiovisivo italiano, oggi in crisi creativa ed economica. Le ragioni di questo recente successo sono in parte legate alla specificità del linguaggio. Al giorno d’oggi il pubblico sembra essere sempre più attratto da forme narrative legate al reale, sembra cercare nel prodotto audiovisivo lo strumento capace di offrire allo spettatore prospettive e chiavi di lettura piuttosto che “lezioni di vita”. In questo senso la forza del documentario sta nell’esprimere un punto di vista soggettivo, o una pluralità di punti di vista, su di una realtà sempre più vasta e complessa. Per queste ragioni l’Italia sembra offrire il terreno creativo ideale: attraverso la molteplicità delle identità culturali e territoriali che convivono in essa si trova a fare i conti con profonde contraddizioni. Ma il vero punto di forza di questo mercato in rapido sviluppo è soprattutto di tipo economico. Il genere documentario costa relativamente poco e sfrutta un impianto produttivo molto più leggero e flessibile rispetto a quello della fiction: se, in Italia, un film di fiction costa mediamente 3 o 4 milioni di euro un documentario ne costa appena 130mila; nelle grandi produzioni mondiali i budget lievitano mantenendo costante la proporzione. Eppure, una volta trovata una buona idea, non è così facile trovare le risorse per svilupparla e produrla, soprattutto in Italia. Se negli altri paesi europei come Francia, Germania e Inghilterra esistono network televisivi interessati ad investire nel documentario (come ad esempio Arté e la BBC), in Italia non si è costituito un mercato capace di sostenere e assorbire questo tipo di prodotto. La colpa è, per molti, da attribuire alle scelte editoriali della RAI che, trovando più economico acquistare il prodotto all’estero, per poi riadattarlo ai propri contenitori, ha frustrato lo sviluppo di un mercato indipendente nazionale. Inoltre, anche per quanto riguarda i finanziamenti pubblici, il documentario non fa eccezione rispetto al resto del settore audio-video dove gli operatori lamentano l’insufficienza degli investimenti. Il mercato italiano soffre così la frammentazione del sistema produttivo, la limitatezza delle risorse pubbliche, nonché la mancanza di spazio dedicato nei palinsesti nazionali. Ecco, allora, che un autore in cerca di risorse è costretto a rivolgersi al mercato internazionale che, per contro, si rivela molto interessato al prodotto italiano. Si moltiplicano infatti gli appuntamenti che mettono in contatto autori, produttori e broadcaster. Durante questi incontri gli autori hanno la possibilità di proporre sul mercato la propria idea e raccogliere finanziamenti. Tre, fondamentalmente, le formule attraverso le quali l’accordo è possibile. Innanzitutto vi è la possibilità di vendere il prodotto finito ed autoprodotto, ma è la meno remunerativa. Inoltre le televisioni stesse preferiscono intervenire nel corso del processo di realizzazione per potere adeguare il prodotto alla propria linea editoriale. Così la collaborazione prende le forme del pre-acquisto e della co-produzione. Nel primo caso l’acquirente ha la possibilità di intervenire al massimo sul montaggio, mentre nel secondo – il più remunerativo per entrambi i soggetti, ma il più vincolante dal punto di vista creativo – l’acquirente finanzia il progetto fin dallo sviluppo dell’idea. È chiaro che per lo sviluppo del settore gli interventi più significativi sono quelli che sostengono dei progetti fin dalla loro ideazione, eppure proprio questa attenzione manca culturalmente al mercato dell’audiovisivo italiano. Mentre all’estero c’è vivo interesse per il prodotto italiano, difficilmente questo riesce a raccogliere finanziamenti dagli operatori nazionali. Come abbiamo visto, la colpa è in parte del ruolo della tv di stato dalle origini fino ad oggi, in parte deriva dalla mancanza di cultura nel trattare questo prodotto. Per questo nasce doc.it, l’associazione dei documentaristi italiani, che si impegna a sensibilizzare l’intero settore audio-video rispetto al documentario per promuoverne la crescita. Elena Nicolini |
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