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Alla vigilia delle elezioni politiche il comportamento dei partiti lascia assai perplessi. E induce a pensare male… Sullo scorso numero di Cenerentola, dopo aver ricordato che, nel corso della sua breve vita, il secondo governo Prodi ha fatto ben poco di buono (in particolare per i lavoratori), scrivevamo che in punto di morte, invece, ha avuto un inaspettato sussulto di dignità: si è rivolto alle camere e ha chiesto, insistentemente, la conta dei voti. Ha cioè preteso che si sapesse pubblicamente - proseguivamo - chi lo stava facendo cadere e perché. Nessuno – era la nostra conclusione - dopo quanto è accaduto al senato, potrà accusare Bertinotti e soci di aver “consegnato l’Italia alla destra”. Chi ha voltato le spalle al governo è stato Dini, e insieme a lui, non contento della solidarietà ricevuta da una sinistra indegna di questo nome, Clemente Mastella. Qualcuno ci ha fatto notare che, se adesso è chiaro chi ha fatto cadere il governo, non è però altrettanto chiaro il perchè: quando, dieci anni fa, cadde il primo governo Prodi si era alla vigilia dell’aggressione alla Jugoslavia; al governo statunitense serviva urgentemente il nostro paese (definito, correttamente, da Mussolini, una “portaerei naturale”); serviva un governo sul quale poter contare ciecamente, diretto da D’Alema (amico dell’allora presidente Clinton) e appoggiato da Cossiga, da sempre “uomo di fiducia” della NATO. Ma oggi? Perché tutta questa fretta di far cadere il governo? Forse è inutile fare tanta dietrologia; forse, semplicemente, il centro-destra ha offerto a Mastella qualche cosa di più di ciò che gli stava dando Prodi; e Berlusconi, stanco di stare all’opposizione (“Il potere logora chi non ce l’ha”, diceva Andreotti), ha semplicemente colto la palla al balzo. Può darsi. Ma, allora, perché Veltroni ha voluto che il Partito democratico si presentasse da solo (e comunque, separato dalla “cosa rossa”) alle elezioni? Davvero pensa di poter ottenere, senza ricorrere ai cugini, la maggioranza assoluta dei voti? Ne dubitiamo. E perchè il centro-destra, dopo un primo momento di euforia per essersi trovato improvvisamente nella condizione ideale per vincere le elezioni, si è a sua svolta smembrato? Chi glielo ha fatto fare? Sembra quasi che nessuno dei due schieramenti abbia voglia di governare e che, al contrario, si stia puntando alla costruzione di un “grande centro”. Sembra quasi che sia Veltroni sia Berlusconi, vogliano liberarsi, rispettivamente, della (moderatissima) sinistra e della destra estrema. E’ solo un modo per tornare, tutti insieme e appassionatamente, alla vecchia Democrazia cristiana? Oppure c’è dell’altro? Che cosa ha inteso dire Veltroni quando ha posto come prima e principale pregiudiziale per qualunque accordo con gli ex compagni di strada l’accettazione delle “missioni” all’estero dell’esercito italiano? Avrebbe potuto mettere come prima e principale pregiudiziale l’appoggio alle cosiddette “privatizzazioni”, la completa rinuncia alla difesa dei salari e delle pensioni, la completa accettazione delle politiche repressive attuate nei confronti dell’immigrazione. E invece no: ha messo al primo posto l’accettazione degli interventi militari all’estero. Eppure, alla fin fine, tutti, con l’unica meritoria opposizione di Turigliatto, trotzkista eletto al senato nelle liste di Rifondazione Comunista, li avevano accettati. Di più: si erano esibiti, nei confronti di quel poveretto, in un linciaggio politico degno dei peggiori processi stalinisti. Tutti, anche pochi giorni prima della caduta del governo, avevano riconfermato il loro appoggio alla politica estera statunitense votando il rifinanziamento delle missioni. Non bastava? Dove si vuole arrivare?
Si sentono ancora gli echi dei brindisi con cui nei palazzi del potere si è festeggiato lo scampato pericolo. Negli ultimi mesi del 2007, quando la voragine delle insolvenze sui mutui subprime si allargava giorno dopo giorno e, in parallelo, aumentavano le perdite che le grandi banche occidentali dovevano spesare nei loro sempre più compromessi bilanci, un brivido è corso lungo le schiene dei finanzieri. In quelle settimane, nei ministeri economici e nelle banche centrali di tutto il mondo si aggirava un’agghiacciante consapevolezza: se falliscono le grandi banche salta tutto il sistema finanziario. Si è fatto di tutto pur di evitare la catastrofe. La Fed americana ha tagliato drasticamente i tassi di interesse, la Bce e la Bank of Japan hanno immesso sul mercato interbancario centinaia di miliardi di euro. La Bank of England è addirittura intervenuta direttamente per salvare la Northern Rock, i cui sportelli erano presi d’assalto dai risparmiatori che temevano di perdere il denaro depositato presso quella banca. Dopo il sostanziale fallimento di questi interventi delle banche centrali, sono arrivati i fondi sovrani (in particolare arabi e cinesi). Tali entità hanno positivamente risposto all’appello lanciato dalle autorità monetarie dei paesi le cui banche erano più compromesse dalla crisi subprime. In poche settimane hanno acquistato rilevanti quote di partecipazione immettendo decine di miliardi di dollari negli istituti di credito più fragili. Così è stato esorcizzato lo spettro che turbava i sonni di governatori, ministri e banchieri: la ripetizione della crisi del ’29. Le grandi banche sono state salvate. Il collasso del sistema finanziario mondiale è stato evitato. Tutto bene? Il contagio In realtà il 2008 si apre con l’orizzonte economico pieno di minacciose nubi. Lo scoppio della bolla immobiliare Usa, oltre alle insolvenze che penalizzano le banche americane (e, grazie alla finanza creativa, anche molte banche europee), ha reso più povere numerose famiglie americane, riducendo la loro capacità di continuare a consumare indebitandosi. Una delle patologie dell’attuale sistema economico mondiale è che i consumi (a credito) degli Americani sono il motore che tiene in piedi i sistemi produttivi più dinamici, quelli delle nazioni asiatiche. Buona parte delle produzioni cinese, giapponese, indonesiana, etc. trova il suo principale mercato di sbocco proprio negli Stati Uniti. Voi capite bene che, se quelle merci non si possono più vendere negli Usa, vi sono due possibili soluzioni: o si trovano nuovi acquirenti, o si va incontro a crisi di sovrapproduzione proprio nei paesi che mostrano tassi di crescita maggiore. Il problema è che, oggi, non si vede quale altra area economica del pianeta possa sostituirsi agli Stati Uniti come “consumatore di ultima istanza”. Insomma, un’eventuale crisi dei consumi americani avrebbe conseguenze recessive su tutti i principali paesi del mondo. Anche se è stato evitato il collasso finanziario, la malattia potrebbe facilmente passare alla cosiddetta economia reale. Infatti, tutti gli istituti economici prevedono per il 2008 una crescita in forte rallentamento rispetto all’anno precedente. La torta Minore crescita significa minore ricchezza prodotta dai sistemi economici. Quando si riduce la torta si accende la lotta per stabilire chi deve accontentarsi delle fette più piccole. Non è da escludere che nuovi attacchi alle condizioni di vita dei lavoratori siano già allo studio da parte del capitale e dei suoi alleati. Questo sembrerebbe contraddire la campagna di denuncia delle difficoltà in cui si trovano le classi meno abbienti in Italia. In realtà c’é il rischio che si tratti, ancora una volta, di uno specchietto per le allodole. Occorre notare che la soluzione, più o meno esplicita, ventilata nelle dichiarazioni dei politici, del Presidente di Confindustria e del Governatore della Banca d’Italia sia di sostenere il potere di acquisto dei lavoratori con una riduzione delle tasse. Ora, benché non sia certo spiacevole pagare meno imposte, bisogna considerare che, da un lato, le risorse messe in campo sarebbero ridicole (un paio di miliardi di euro, su 24 milioni di lavoratori, equivalgono a circa 83 euro a testa); dall’altro lato, c’é il fondato rischio di un taglio nei servizi pubblici. Se così fosse, ci riprenderebbero con una mano quello che ci danno con l’altra. In realtà, come notavo in un articolo precedente, serve un sostanzioso aumento dei salari, non una striminzita riduzione delle imposte. Anche perché le condizioni della finanza pubblica italiana, nonostante il lavoro di risanamento portato avanti dal governo Prodi, sono ben lungi dall’essere floride. Tra gli altri fattori da segnalare c’é la ripresa dell’inflazione. Con il barile di petrolio ormai stabilmente prossimo ai cento dollari non è sorprendente registrare incrementi dei prezzi. Specialmente in un paese come l’Italia, dove decenni di criminale negligenza da parte dei governi centrali nei campi dell’energia e dei trasporti ci hanno lasciato del tutto esposti alle imprevedibili fluttuazioni del costo del greggio. Forse sarà questo il terreno su cui si muoverà l’economia italiana nel 2008, un difficile e scivoloso percorso stretto tra rischi di recessione e fiammate inflazionistiche. Scilla e Cariddi. Senza però alcun Ulisse alla cui saggezza e consapevolezza dei pericoli affidarci.
Toni Iero Cenerentola è arrivata al centesimo numero: non è poco Siamo stati a lungo incerti se collocare o meno quest’articolo nelle pagine dedicate all’attualità. Sicuramente il fatto non è particolarmente rilevante per la quasi totalità della popolazione italiana, e tantomeno per la restante parte dell’umanità. Eppure crediamo non si possa negare che si tratti di una notizia: da più di un lustro esiste un periodico che espone un punto di vista libertario sulla società contemporanea; da quasi tre anni è presente in tutte le edicole di una delle principali città italiane. Si tratta, per quanto ne sappiamo, dell’unica rivista politico-culturale, tra quelle reperibili in edicola, che è uscita regolarmente (prima come quindicinale, poi come mensile) senza godere, fino ad ora, di finanziamenti pubblici né di inserzioni pubblicitarie a pagamento. Eppure sembra che nessuno, tranne i nostri lettori, si sia accorto che esiste. A Bologna, la città nella quale ha sede la redazione e nella quale viene distribuita in duecentocinquanta edicole (tante sono quelle di Bologna, Casalecchio e San Lazzaro), esistono ben nove diversi quotidiani contenenti notizie di cronaca locale: il Resto del Carlino, la Repubblica, il Corriere della Sera, il Domani, l'Unità, il Bologna (E Polis), City, Leggo e Metro. Nessuno di essi, in tutti questi anni, ha mai dedicato un articolo alla nostra iniziativa. In compenso sono state dedicate intere pagine a riviste che sono durate solo pochi numeri o che non hanno neppure mai provato ad affrontare la difficile impresa costituita dalla distribuzione nelle edicole. Due sole radio locali, “Ciao Radio” e “Radio Fujiko”, si sono occupate di noi. Le rimanenti ci hanno ignorato; comprese quelle alle quali inviamo regolarmente la rivista, comprese quelle attraverso le quali ci siamo fatti pubblicità a pagamento. Dei media a carattere nazionale non parliamo nemmeno: eppure Cenerentola è una rivista a carattere nazionale e, conseguentemente, ha numerosi abbonati in tutt’Italia! Come si spiega? Beh, probabilmente non siamo molto bravi a farci pubblicità, e qui dobbiamo batterci il petto e recitare il nostro “mea culpa” (anche se, come libertari, non siamo molto portati a questo genere di manifestazioni), ma appare evidente che siamo anche piuttosto antipatici. I libertari vanno molto bene, e finiscono sulle prime pagine dei giornali, quando li si può accusare di ogni nefandezza o, più semplicemente, di ogni stupidaggine (cosa del resto facilitata dal fatto che sono sostanzialmente pacifici, non occupano posti di potere e, di solito, non hanno l’abitudine di emettere scomuniche), vanno assai meno bene quando, come coloro che producono la nostra rivista, fanno informazione e dicono cose condivisibili da qualsiasi persona dotata di buon senso. In questi casi è meglio ignorarli… Ma cento numeri della rivista rappresentano comunque un notevole risultato. Come rappresenta un notevole risultato il fatto che tante persone, in tutt’Italia (e non soltanto in Italia) la leggano. Perciò abbiamo deciso di festeggiare il centesimo numero, venerdì 14 marzo a Bologna, alle 20,45 presso il caffè “Il Cortile” (via Nazario Sauro24/a). Saranno con noi Beatrice e Roberto Picchi con le loro musiche, Roberto Bartoli e Paola Sabbatani con le canzoni contenute nel cd del quale abbiamo parlato sullo scorso numero di Cenerentola. Siete tutti invitati. Le conseguenze bipolitiche della precarietà Riceviamo da Giorgio Tassinari, docente di statistica aziendale presso l’Università di Bologna, un contributo contenente dati aggiornati sulle conseguenze dell’impiego del lavoro precario. Sotto il profilo economico sociale, gli elementi più rilevanti che contraddistinguono il mercato del lavoro italiano sono la debole crescita della produttività del lavoro e l’accentuato dualismo che deriva dall’intensa diffusione di forme contrattuali flessibili e/o precarie. Le forme di lavoro non standard sono particolarmente diffuse tra le classi di età giovanile (circa il 40% delle persone occupate con età 15-24 anni hanno un’occupazione a termine). Il dato è reso ancora più preoccupante dal fatto che le probabilità di transizione entro un anno da un rapporto di lavoro a tempo determinato verso forme di occupazione più stabili sono andate diminuendo negli ultimi anni. Dal punto di vista economico-produttivo, la precarietà dei rapporti di lavoro ribadisce la filosofia di perseguire la competitività essenzialmente sul piano dei costi, in primo luogo quello del lavoro e non, invece, stimolando la qualità e l’innovazione. L’attenuarsi delle protezioni legislative (Employment Labour Protection, EPL) che riguardano il lavoro a tempo determinato tuttavia non sembra avere alcun effetto positivo sulla crescita della produttività del lavoro e della produttività totale dei fattori (1). L’OECD (2) afferma che i paesi che hanno adottato politiche basate su forti incentivi alla ricerca di lavoro, ampie protezioni in termini di welfare e una ben progettata regolamentazione hanno ottenuto risultati in termini di crescita del Prodotto Interno Lordo pro-capite simili a quelli dei paesi che hanno enfatizzato le politiche liberistiche caratterizzate da bassi benefici e regolamentazione “leggera”. Assai dubbi sono inoltre gli effetti sull’occupazione. Come sostiene l’OECD (3), gli studi più recenti non hanno fornito conferma empirica dell’esistenza di un effetto robusto dell’EPL sulla disoccupazione (né in una direzione né nell’altra), mentre l’effetto netto sull’occupazione totale è molto esiguo e sostanzialmente controverso (4). Vi sono anche evidenze, prosegue il rapporto dell’OECD che una strategia di riforma parziale, che attenua i vincoli all’impiego di contratti a termine mentre non tocca i contratti regolari, può avere effetti negativi a lungo termine. Inoltre, quando la regolazione sui lavoratori a tempo indeterminato rimane stringente, le imprese tendono ad assumere soprattutto lavoratori a tempo determinato e sono molto restie a trasformare questi contratti in rapporti di lavoro permanenti sotto il profilo giuridico. Tutto questo dà luogo a un’aumentata concentrazione del turn-over su specifici gruppi di forze di lavoro che sono sovra-rappresentati nel segmento del lavoro temporaneo: questo implica per questi lavoratori sia alti livelli di insicurezza dell’occupazione e del reddito, sia sotto-investimento in capitale umano, che provoca a sua volta un deterioramento del loro potenziale di produttività. Il dualismo del mercato del lavoro italiano viene inoltre ad essere ulteriormente confermato dall’esame delle matrici elaborate dal CNEL sul cambiamento della condizione professionale dei lavoratori (5). Fatto 100 il numero di lavoratori dipendenti a termine nel 2005, risulta che dopo un anno solo il 29% ricopriva una posizione lavorativa a tempo indeterminato, mentre il restante 65% continuava ad essere occupato in posizioni a termine e circa il 5% risultava disoccupato. Con riferimento ai lavoratori autonomi parasubordinati, la probabilità di transizione verso il lavoro a tempo indeterminato risulta assai più bassa, circa del 12%. Mentre le conseguenze delle differenze delle tipologie di contratto all’interno del mercato del lavoro sulla produttività dei lavoratori sono assai incerte, quali sono quelle sul loro benessere? Le differenti forme contrattuali permesse in un sistema economico hanno dimostrato di avere un effetto differenziale sul livello di formazione fornito dai datori di lavoro (6) e sull’incidenza degli infortuni sul lavoro (7). Questo aspetto viene opportunamente messo in rilievo anche dall’INAIL nel suo Rapporto Annuale per il 2006. Come è riportato nella tabella 1, quelle dei lavoratori parasubordinati e dei lavoratori interinali sono le tipologie contrattuali con riferimento alle quali la variazione degli infortuni denunciati è la più consistente tra il 2005 e il 2006 (con un aumento di circa il 19%), a fronte di una diminuzione complessiva dell’1,3%. Va messo in evidenza che anche il dato riguardante gli apprendisti segnala un incremento abbastanza consistente. Per cercare di rendere comparabili queste informazioni abbiamo tentato di calcolare un indice di frequenza infortunistica (tabella 2) dividendo il numero di infortuni denunciati nel 2006 per il numero medio annuo di occupati calcolato dall’Istat in base alla rilevazione sulle forze di lavoro. Va osservato a questo riguardo che la tipologia di contratto “lavoratori interinali” non è utilizzata dall’Istat nell’elaborazione dei dati sull’occupazione (mentre vengono rilevati i lavoratori dipendenti a tempo determinato) mentre i lavoratori dipendenti con contratto a termine non sono contemplati dall’INAIL nell’elaborazione dei dati riguardanti gli infortuni. Il quadro che ne emerge non riesce quindi a dare conto appieno del rischio differenziale che deriva dalla condizione di lavoratore a termine/precario, che pure è ampiamente riscontrato nella letteratura scientifica (8). Dai dati della tabella 2 emerge con chiarezza la maggior incidenza degli infortuni nell’ambito degli apprendisti rispetto alle altre tipologie contrattuali. Va ricordato che questo risultato può essere influenzato comunque dalla diversa composizione settoriale che è implicita ai vari aggregati (gli apprendisti sono attivi soprattutto nel comparto industriale, settore che è caratterizzato da una propensione all’infortunio più alta della media). E’ quindi necessario approfondire l’analisi effettuando la comparazione tra le incidenze degli infortuni secondo la tipologia di contratto cercando di “eliminare” le differenze di composizione settoriale. Tabella 1 - Infortuni sul lavoro avvenuti negli anni 2005-2006 per tipologia contrattuale
Tipologia contrattuale Infortuni Casi mortali 2005 2006 Var. % 2005 2006
Apprendisti 26.123 26.787 2,5 26 31 Autonomi 121.492 102.777 -15,4 222 191 Dipendenti 784.797 789.431 0,6 1.012 1.058 di cui interinali 13.528 16.085 18,9 8 10 Parasubordinati 7.556 9.003 19,2 14 22 Totale 939.968 927.998 -1,3 1.274 1.302
Fonte: Rapporto INAIL 2006 Tabella 2 - Incidenza degli infortuni sul lavoro per tipo di contratto
Tipologia contrattuale Incidenza per 1.000 lavoratori
Apprendisti 106,7 Autonomi 16,9 Dipendenti 47,4 Parasubordinati 22,3 Totale 40,4
Fonte: elaborazioni su dati Rapporto INAIL 2006 e Istat
Diversi studi a livello internazionale hanno dimostrato come la precarietà del lavoro influisca sulle condizioni di sicurezza e sulla probabilità di infortunio, a parità di età del lavoratore e di settore di attività. In un mercato dove le imprese possono scegliere tra contratti a tempo determinato e contratti a tempo indeterminato, è ragionevole presupporre che i lavoratori a tempo determinato (con durate del rapporto di lavoro più corte e incertezza della riassunzione) siano oggetto di un minor investimento in capitale umano rispetto ai loro colleghi. Inoltre, i lavoratori a tempo determinato esercitano di solito un maggiore sforzo sul lavoro per aumentare le loro probabilità di riassunzione, ed infine, essendo maggiormente ricattabili da parte delle imprese, sono meno propensi a rivendicare il rispetto delle leggi sulla sicurezza del lavoro. La conseguenza diretta di queste circostanze è che i lavoratori a tempo determinato e più in generale i lavoratori precari/flessibili hanno una più alta probabilità di avere incidenti sul posto di lavoro. La documentazione statistica disponibile nel nostro paese non è ancora adeguata e sufficiente per investigare appieno questo fenomeno, tuttavia le ricerche compiute negli altri paesi europei mostrano senza possibilità di dubbio la pericolosa relazione tra precarietà e aumento dell’insicurezza del lavoro. Le conseguenze della precarietà non sono solo economiche, ma biopolitiche, in quanto investono la vita proprio nel suo essere vita e non morte, e la battaglia per la sicurezza del lavoro non può e non deve essere disgiunta dalla lotta alla precarietà, ovvero, come diceva Freud, dalla lotta della vita contro la morte.
Giorgio Tassinari
(1) A. Bassanini e D. Venn, Assessing the Impact of Labour Market Policies on Productivity: a Difference-in-Difference Approach, OECD Social, Employment and Migration Working Paper, n. 54, giugno 2007, pp. 20 e 52 e OECD, Employment Outlook 2007, Paris, pag. 57. (2) OECD, Employment Outlook 2007, Paris, pag. 57. (3) OECD, OECD Employment Outlook 2006, Paris. (4) In due estese rassegne della letteratura Howell (Howell D. e altri, Are Protective Labour Market Institutions at the Roots of Unemployment?, 2007, www.newschool.edu e Howell D. e altri, Fighting Unemployment: Why Labor Market Reforms Are Not the Answer, 2004, CEPA Working Paper n. 4) conclude che non sussiste evidenza empirica statisticamente significativa di una associazione tra alti livelli di EPL e alti tassi di disoccupazione e che performance positive dei livelli di occupazione sono associate ad assetti istituzionali del mercato del lavoro con livelli di EPL assai differenziati. (5) CNEL, Rapporto sul Mercato del Lavoro 2006, Roma, luglio 2007. (6) Booth A.L., Francesconi M., Frank J., Temporary Jobs: Stepping Stones or Dead Ends?, Economic Journal, 2002, 112 (480), pp. 189-213. (7) Guadalupe M., The Hidden Costs of Fixed Term Contracts: the Impact on Work Accidents, 2003 Labour Economics, 10, pp. 339-357. (8) Benavides F.G., Benach J., Precarious Employment and Health Related Outcomes in the European Union, European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, Office for Official Publications of the European Commission, 1999, Luxembourg; Benavides et al., How do Types of Employment Relate to Health Indicators? Finding from the Second European Survey on Working Conditions, Journal of Epidemiology and Community Health, 2000, 54, pp. 494-501; Fortin et al., Is Workers’ Compensation a Substitute for Unemployment Insurance?, Journal of Risk and Uncertainty, 1999, 18, 2, pp. 165-188.
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